https://doi.org/10.36253/bsgi-7496

Cammini scomodi: un’indagine autoetnografica, incorporata e mobile dell’incontro con il more-than-human

Uncomfortable Walking: An Autoethnographic, Embodied and Mobile Investigation of the Encounter with the More-Than-Human

Cecilia Pasini

Dipartimento di Storia, Archeologia, Geografia, Arte e Spettacolo, Università degli Studi di Firenze, Italia

Email: cecilia.pasini@unifi.it

Abstract. This paper situates walking within the framework of slow mobility, conceptualizing it as an embodied practice that produces situated emotional states and affective dispositions. At the core of the analysis are inter-species encounters. Whereas much scholarship on animals has foregrounded the domestic sphere as the privileged site of human-animal relationality, walking practices extend the horizon of encounter to farmed, semi-wild, and wild animals, eliciting a range of affective responses – often charged with ambivalence and fear. The discussion highlights the role of animals in relation to the contested uses of rural territories: on the one hand, their centrality to economic activities, where they constitute a vital component of productive chains; on the other, their presence within the expanding domain of slow tourism, where they may also be perceived as a latent threat. The case of sheepdogs offers a particularly illuminating example. Encounters with these animals along walking routes, and the affective atmospheres they generate, invite a broader reflection on the coexistence of multiple, and at times competing, territorial uses and imaginaries. In this perspective, the notions of agricultural productivity and of local territorial heritage are reconfigured through the prism of human-non-human relationality. The argument is grounded in qualitative research conducted along the Cammino dei Briganti trail, which traverses Abruzzo and Lazio, and draws on autoethnographic, ethnographic, and embodied walking methodologies.

Keywords: animal geography; more-than-human; beastly places; walking spaces; autoethnography.

Riassunto. L’articolo tratta di un’esperienza di cammino come forma di slow mobility e come pratica incorporata che genera stati emotivi nell’essere umano. Al centro del testo vi sono gli incontri inter-specie. Se una parte degli studi che hanno riguardato gli animali si sono focalizzati sulla possibilità di costruire relazioni human-animal in ambito domestico, la pratica del cammino permette di sperimentare incontri con animali da allevamento, semi-bradi e bradi, che possono suscitare emozioni e atmosfere affettive segnate dalla paura. L’articolo mette in luce il ruolo degli animali in relazione alle diverse fruizioni del territorio, quello nelle attività economiche in cui essi sono parte fondamentale di una filiera produttiva, o nel turismo lento, dove rappresentano invece una potenziale minaccia. L’esempio che è al centro del contributo è quello dei cani da pastore. Dagli incontri che avvengono in cammino tra umani e cani e dalle atmosfere generate si può delineare una riflessione sulla convivenza di molteplici fruizioni del territorio in potenziale competizione tra loro. In questo contesto, la concezione di produttività da un lato e quella del patrimonio territoriale locale dall’altra sono ripensate a partire dall’incontro con il non-umano. La riflessione è basata su una ricerca svolta sul tragitto del Cammino dei Briganti, tra Abruzzo e Lazio, ed è profondamente qualitativa, autoetnografica ed etnografica, walking ed embodied. L’articolo ne è un primo risultato.

Parole chiave: geografia animale; più-che-umano; luoghi bestiali; spazi pedonali; autoetnografia.

Contents

1. Introduzione

2. Animali in geografia umana e la creazione di walking-spaces negoziati

3. Autoetnografia ed emozioni come pratiche di ricerca incorporate

4. Autoetnografia, epistemologie e metodologie mobili

5. Cammino dei Briganti e animali

6. Osservazione e auto-etnografia del Cammino dei Briganti

7. Le emozioni dell’incontro con il non-umano e la lettura del territorio

8. Conclusioni

Bibliografia

1. Introduzione

Il cammino come forma di mobilità lenta in contesti rurali e montani ha suscitato interesse come esperienza individuale e collettiva in grado di fornire stimoli tematici e metodologici. Nelle scienze umane e sociali a partire dal mobilities turn (Rabbiosi 2021) si è proposto il camminare come un’esperienza ben più complessa di just walking (Fletcher, Platt 2018). Esso costituisce una potenziale tecnica di indagine (Wylie 2005), anche in combinazione con altre (come, ad esempio, le interviste go-along) e consente di realizzare indagini non- (Thrift 2007) o più-che-rappresentazionali (Lorimer 2005) che, attraverso le pratiche incorporate (Horton et al. 2014), esplorino repertori d’azione quotidiani, emozioni e atmosfere affettive. Il cammino come forma di slow mobility permette un’osservazione situata, mobile e lenta della realtà.

Tale pratica così intesa genera assemblaggi performativi (Rabbiosi 2021) materiali e non, dove avvengono incontri tra oggetti, viventi umani e non umani e dove sensazioni ed emozioni possono essere sperimentate (Fletcher, Platt 2018). Gli incontri assumono varie forme e costituiscono un tema rilevante di riflessioni e conversazioni che accompagna camminatori e camminatrici prima, durante e dopo l’esperienza stessa. Le ragioni che spingono a confrontarsi su tali incontri, in particolare su quelli con animali non umani che diventano per chi cammina significant others (Rabbiosi 2021), sono spesso connesse alla necessità di salvaguardia personale per timore di incorrere in rischi, ma contribuiscono anche ad aumentare l’attenzione per il contesto nel quale avviene il cammino, rendendo più complessa l’osservazione dei territori attraversati1. Questi incontri incoraggiano infatti a porre l’attenzione su aspetti concreti dell’organizzazione funzionale dello spazio. Un esempio particolarmente rilevante è quello dei cani pastori2. Essi sono tutelati per il proprio ruolo di difesa del bestiame contro i grandi carnivori e sono animali lavoratori (Porcher 2014) che, seppur svolgendo mansioni complementari a quelle dell’essere umano, spesso si trovano soli a difendere e controllare gli armenti. Essi svolgono quindi una mansione considerata indispensabile da chi possiede o gestisce bestiame in pascoli con e senza recinzioni. Allo stesso tempo però, nella tutela del proprio ritaglio territoriale, possono diventare aggressivi verso chi si avvicina. Se una parte degli studi che hanno riguardato gli animali non-umani si sono focalizzati sulla possibilità di costruire intense e piacevoli relazioni human-animal (si veda, ad esempio, Fletcher, Platt 2018; Charles 2016; Power 2012), o sulla relazione con il selvatico (Margulies, Karanth 2018), come nel caso della percezione dei grandi carnivori (Marino, Fry 2025) e dell’acceso dibattito connesso alla loro reintroduzione, la pratica del cammino permette di porre l’accento sugli incontri con animali da allevamento, semibradi, bradi e lavoratori, che possono generare timore in chi cammina e dare origine a incontri-scontri spiacevoli. Ciò consente di avanzare riflessioni sulle varie attività produttive che vengono svolte nei territori, quelle per cui alcuni animali sono considerati risorse indispensabili, e quelle per cui essi rappresentano al contrario una potenziale minaccia.

L’articolo prende spunto da un’esperienza soggettiva e incorporata3 dell’autrice sul tracciato del Cammino dei Briganti tra Abruzzo e Lazio. Come si vedrà meglio nei paragrafi successivi, il metodo d’indagine è qualitativo, autoetnografico ed etnografico, combina infatti riflessioni derivanti dall’esperienza personale, usata come strumento conoscitivo, con osservazione partecipante e interviste informali e semi-strutturate. L’articolo esplora due aspetti connessi tra loro: ci si concentra sugli incontri tra attori umani e non-umani che avvengono nel percorrere il cammino, riflettendo su emozioni suscitate e loro implicazioni; partendo da questi incontri ci si interroga sulla forma di conoscenza che la pratica lenta e dinamica del camminare permette di acquisire sui processi produttivi nel territorio e sulle competizioni tra funzioni diverse dello spazio, così come sul patrimonio territoriale (Pettenati, 2024) che viene valorizzato e comunicato localmente.

2. Animali in geografia umana e la creazione di walking-spaces negoziati

Nonostante il cambiamento di prospettiva implicito nell’estensione ad attori non-umani delle analisi di “human” geography (Anderson 1995), esiste un dibattito geografico consolidato che ha affrontato vari temi mettendo al centro soggetti animali (Buller 2016; Colombino 2020). Tra i principali vi è la distinzione tra animal spaces e beastly places (Colombino 2019) che implicano modi specifici di concepire il rapporto tra animali e spazio, e si collocano in modi diversi nel dibattito ontologico che individua il binomio tra “nature” e “culture” (Descola 2013; Pellizzoni 2015). Gli animal spaces sono intesi come gli spazi che sono stati riservati agli animali da parte degli esseri umani, rimarcando così la loro alterità ontologica in quanto parti della “natura”. Essi sono così mantenuti a distanza oppure collocati all’interno di spazi loro dedicati (come fattorie, acquari, zoo, gabbie, laboratori). In questi contesti gli animali subiscono un processo di mitizzazione ed esteticizzazione, come esemplificato bene dal caso dell’australiano Adelide Zoo dove “nature is abstracted from its contexts and shaped into an image and experience by, and for, humans” (Anderson 1995, 291). I beastly places invece sono gli spazi dove gli animali vivono (quasi) senza costrizioni, in cui può emergere la loro agency (Hodgetts, Lorimer 2014; Colombino 2019). Questi sono spazi che separano gli animali selvatici dalla società umana, realizzando una segregazione spaziale che li pone fuori dal suo perimetro, confinandoli ad abitare margini e interstizi del mondo sociale (Whatmore, Thorne 1998). Ciò avviene per la supposta esistenza di un human-wildlife conflict (Margulies, Karanth 2018). Gli animali rappresenterebbero l’“altro” dall’essere umano, il quale sente verso di loro separazione e una forma di irreducible otherness (Porcher 2014). Gli animali selvatici incarnerebbero questa alterità, divisi dagli umani attraverso cultural boundaries (Anderson 1995).

Soggiacenti a questo dibattito vi sono la distinzione tra natura e cultura da un lato e il binomio tra ciò che è considerato wild, selvatico, e ciò che, dall’altro lato, è domestico. Superando il binomio, la relazione selvatico-domestico può essere intesa come uno spettro dove gli animali arrivano a occupare una posizione che determina la percezione della loro pericolosità, le emozioni che essi suscitano e la posizione che è riservata loro nella società (Whatmore, Thorne 1998). Se due poli sono facilmente individuabili, animali selvatici separati dalle società umane (in animal places o beastly spaces) da un lato e animali domestici da compagnia dall’altro, più difficile da identificare è il posto occupato dagli animali lavoratori (Porcher 2014), i quali sono parte della società umana e cooperano con gli umani per lo svolgimento di determinati tipi di attività. Ne sono esempi ricerche sulle mucche da latte (Porcher 2014) e sugli elefanti da traino (Lainé 2016), variamente indagati in letteratura. I cani pastori che sono al centro del presente lavoro si collocano in una condizione intermedia, in modo simile ai feral donkeys che sono stati definiti wild-domestic creatures (Clancy et al. 2021). In questo senso, i cani pastori si collocano nel continuum selvatico-domestico a un grado di alta selvaticità, pur se addomesticati in quanto animali lavoratori alle dipendenze dell’essere umano ma che conservano un’elevata autonomia e la possibilità di muoversi liberamente nello spazio.

Lo svolgimento di un’esperienza di mobilità lenta permette di ridurre la separazione tra umani e non-umani e di riconsiderare lo spettro tra selvaticità e addomesticamento attraverso cross-species interactions (Colombino, Bruckner 2023) e incontri inter-specie (Haraway 2008; Margulies, Karanth 2018), dando origine a walking spaces condivisi e negoziati, dove le relazioni di potere human-animal sono “consciounsly mediated” (Fletcher, Platt 2018, 212). Tale possibilità è stata indagata in studi che hanno messo al centro il rapporto degli esseri umani con i cani domestici. Da tali studi emerge la rilevanza della mobilità nella relazione tra animali e umani, in particolare nella pratica quotidiana e rutinaria del cammino come strumento di costruzione di senso all’interno di tale relazione (Fletcher, Platt 2018). Il camminare così inteso è allo stesso tempo un terreno di negoziazione nella relazione essere umano-cane, del walking space e delle walking practices in cui può emergere l’agency canina. In questo contesto, umani e animali sono uniti in una shared ontology (Gooch citata in Fletcher, Platt 2018) parte della mobile ontology (Rabbiosi 2021) del cammino.

Nelle esperienze di cammini come pratiche di slow tourism, gli animali sono spesso significant others negli incontri che i turisti e le turiste fanno nel corso dell’esperienza, condizionando emozioni e atmosfere affettive (Rabbiosi 2021).

3. Autoetnografia ed emozioni come pratiche di ricerca incorporate

Per cogliere il contributo del cammino e dell’incontro essere umano/animale non-umano nella riflessione su processi produttivi, competizione tra funzioni diverse dello spazio e patrimonio territoriale si è svolta una ricerca profondamente qualitativa, walking ed embodied. L’autoetnografia e l’esperienza personale sono qui come altrove (Rabbiosi 2021; Wylie 2005) poste al centro dell’indagine conoscitiva del cammino. Il metodo auto-etnografico permette, infatti, di analizzare l’esperienza personale (auto) per comprendere l’esperienza culturale (etno) (Ellis et al. 2010), utilizzando il personale per “dire qualcosa del mondo” (Saitta 2022, 7). L’autoetnografia come tecnica di indagine nelle scienze sociali si differenzia dall’autobiografia perché, al contrario di essa, non si concentra solo sul singolare e sull’esperienza individuale, ma usa tale esperienza per avanzare una comprensione sociologica, antropologica (Saitta 2022) e geografica del reale. In questo modo l’autoetnografia permette di realizzare ricerche profondamente situate e soggettive (Haraway 1988; Rose 1997), coerentemente con una prospettiva non- e più-che-rappresentazionale, ponendo l’attenzione sulle pratiche incorporate e quotidiane, sulle emozioni, sull’affetto, sulle relazioni con le materialità e sugli incontri con il non-umano.

Emozioni e affetto sono solo parzialmente sovrapponibili nel dibattito di emotional geography. Le emozioni sono intese come risposte al contatto con altri esseri viventi e altri stimoli esterni, hanno una base biochimica, ma sono generalmente concepite come elaborate cognitivamente, sebbene non siano totalmente riducibili a processi cognitivi. In quanto tali esse sono costruite socialmente e culturalmente attraverso quadri di riferimento socio-storici contingenti. Il concetto di affetto è stato invece mobilitato in parte come un modo per superare l’apparentemente intrinseco individualismo della nozione di emozione (Rohse at al. 2020). L’affetto è più coerentemente teorizzato come transpersonale, generato sia all’interno del corpo sia tra corpi e si produce con l’incontro (Anderson 2009). Studiosi e studiose hanno quindi utilizzato approcci e metodi non rappresentativi e tecniche non verbali come danza e movimento (Rohse at al. 2020) e l’autoetnografia (Bissell 2010) per indagarle. Il concetto di atmosfera è stato impiegato come estensione del concetto di affetto, ed è stata proposta l’espressione affective atmosphere (Anderson 2009) per formulare una nozione di affetto incentrata sullo spazio e in cui gli aspetti materiali di contesto acquisiscono maggiore centralità. La nozione di atmosfera tende a essere utilizzata in associazione a reti e assemblaggi – come nel caso del cammino – e si considera emerga dall’interazione di diverse configurazioni di oggetti, tecnologie e corpi (Bissell 2010).

Atmosfere affettive e pratica del cammino entrano in relazione nella ricerca di Rabbiosi, che, focalizzandosi sui ritmi, sulla mediazione di materiali di consumo e, appunto su emozioni e atmosfere affettive indaga l’esperienza personale del dwelling-in-motion all’interno di un’esperienza performativa di walking holiday. La pratica di camminare combina aspetti pre-cognitivi e cognitivi e rappresenta nel suo e in altri lavori (come in Wylie 2005) uno strumento di ricerca che dà origine a epistemologie e metodologie mobili. Le atmosfere affettive sono in questo senso centrali nelle walking holidays “as they refer to non-cognitive sensations that are generated by the interactions and movements of human and nonhuman actors in specific spaces and places and that are felt through the body” (Rabbiosi 2021, 373). L’autoetnografia di un cammino diventa indispensabile per cogliere emozioni e affetto, configurandosi così come un rilevante “method of data collection and mode of analysis that stresses the role of emotions, situated knowledge and perception” (Rabbiosi 2021, 374).

4. Autoetnografia, epistemologie e metodologie mobili

Una dichiarazione di posizionamento e delle condizioni in cui si è svolta l’esperienza di campo sembra una premessa indispensabile alla successiva presentazione della ricerca e un necessario contributo alle considerazioni metodologiche, avendo condizionato lo sguardo che ho posto sul caso studio nel corso dell’indagine sul campo. Esco così da un’invisibilizzazione dell’autrice, rivelo il carattere situato di quanto scrivo e in che modo la mia posizionalità e le condizioni della ricerca siano intrinsecamente connesse con il tipo di sapere a cui cerco di contribuire con questo articolo. Ho percorso vari cammini prima e dopo il 2023, ritenendo questa forma di “vacanza in cammino” un’esperienza profondamente immersiva, in cui si vive in stretta relazione, sicuramente mediata da vari fattori, con l’ambiente naturale e antropico, e in cui avvengono incontri significativi con altri esseri viventi, umani e non-umani. In riferimento a quest’ultima categoria, la presenza di cani ha sempre condizionato la mia fruizione dei cammini, in particolare dei cani pastori a difesa o meno di greggi, ma anche di cani randagi. La paura condizionava ogni esperienza e ne usciva spesso rafforzata da ogni incontro. Così è stato anche nel corso del Cammino dei Briganti. È stato in questa occasione però che tale paura mi è sembrata un’emozione che avrebbe potuto dare origine a riflessioni rilevanti. Del resto, com’è accaduto a Chiara Rabbiosi (2021), avevo intrapreso il Cammino senza l’esplicita intenzione che fosse un terreno di ricerca, non avevo iniziato dal principio a tenere un diario di campo o a registrare le conversazioni con gli interlocutori. Tuttavia, l’esperienza ha iniziato presto a sembrarmi interessante per le riflessioni che mi permetteva di svolgere in merito a incontri con il non-umano, emozioni suscitate e un’attenzione all’organizzazione del territorio e alle attività produttive territoriali concorrenti. Le emozioni provate nel corso del Cammino incentivavano in me e nelle persone incontrate (sia compagni/e di viaggio sia componenti dell’organizzazione) un’attenzione specifica per gli incontri con animali non-umani, incoraggiando conversazioni rilevanti sull’esperienza. A influenzare ulteriormente le modalità di raccolta dati, le riflessioni e la scrittura successiva vi è stata anche la presenza di un compagno di viaggio con cui ho svolto il percorso, mi sono confrontata continuamente, ho condiviso impressioni e materiale fotografico. Inoltre, del nostro bagaglio faceva parte una tenda per il campeggio, nella quale abbiamo dormito per la maggior parte delle notti.

La ricerca che ne è emersa è, per tutte le premesse enunciate fin qui, incorporata e attenta agli aspetti precognitivi connessi a emozioni e movimento. L’autoetnografia si è combinata con l’osservazione partecipante, la realizzazione di interviste informali e semi-strutturate, e l’analisi di documenti prodotti per la fruizione del Cammino. I materiali raccolti, dato l’interesse di ricerca emerso in modo tardivo, non erano inizialmente organizzati in modo sistematico. Note, registrazioni di riflessioni e di conversazioni, fotografie sono state riorganizzate al termine dell’esperienza e materiali e fonti sono stati mediati dalla memoria recente. Anche i materiali prodotti dall’organizzazione del Cammino, seppur studiati prima della partenza, sono stati riletti e analizzati alla luce dell’interesse di ricerca che era nel frattempo emerso. Infine, l’intervista semi-strutturata a Luca Gianotti, guida escursionistica e ideatore del Cammino, è stata svolta dopo l’esperienza, per contestualizzare il Cammino dei Briganti e approfondire percezioni e opinioni degli organizzatori sulla relazione di camminatori e camminatrici con i cani pastori.

La mia proposta è partire dall’esperienza individuale per indagare le esperienze collettive, traendo delle considerazioni utili per l’indagine sociale.

5. Cammino dei Briganti e animali

L’esperienza di viaggio alla base del contributo si è svolta nel mese di agosto 2023, periodo in cui i cammini sono percorsi da numerosi avventori, slow tourist ed escursionisti/e4.

Il Cammino dei Briganti è stato ideato dalla guida escursionistica Luca Gianotti grazie a un primo accordo con l’amministrazione comunale del comune di Sante Marie (in provincia dell’Aquila) nel 2016. In quello stesso anno è stata scritta a sei mani una guida al cammino (Gianotti et al 2016), di cui è stata pubblicata nel 2023 una nuova edizione a nome del solo Gianotti. Tale guida delinea un percorso di circa 100-108 km (lunghezza variabile se si percorrono o meno deviazioni e scorciatoie), toccando comuni e frazioni sul confine tra Abruzzo (Sante Marie, Santo Stefano, Massa d’Albe e Alba Fucens, Scurcola Marsicana, Rosciolo, Magliano de’ Marsi, San Donato e Tagliacozzo in provincia dell’Aquila) e Lazio (Nesce, Cartore e Borgorose in provincia di Rieti) (Fig. 1). Tale percorso è descritto da Gianotti5 come basato sui tragitti compiuti precedentemente nei trekking con asini che proponeva insieme alla compagna nella loro offerta escursionistica6. La genesi stessa del cammino è quindi legata ad animali lavoratori (Porcher 2014) a stretto contatto dei quali venivano effettuati i percorsi.

Figura 1. Carta del Cammino dei Briganti dove vengono individuate le 7 tappe e le varianti. Fonte: reperibile sul sito del Cammino al link: https://camminodeibriganti.it/litinerario-tappa-per-tappa/

All’origine del Cammino vi è la volontà dichiarata dagli organizzatori di generare localmente sviluppo di comunità e contrastare lo spopolamento connesso anche alla crisi di attività “tradizionali” come la pastorizia7, obiettivo rilevato anche in numerosi altri contesti (Rabbiosi 2021). Esso è gestito da una rete di una cinquantina di volontari e volontarie organizzati/e in modo informale, fa parte della rete della Compagnia dei Cammini (Gianotti 2023) ed è finanziato da alcune delle amministrazioni dei comuni che si trovano sul percorso, pur rimanendo, secondo la definizione dello stesso Gianotti, “un cammino povero”8, in cui la componente di lavoro svolto a titolo volontario è funzionale e indispensabile per la sua stessa esistenza. Sono inoltre presenti oggi circa quaranta strutture ricettive affiliate alla rete del percorso e presenti sul sito del Cammino9. Il punto di partenza del percorso è situato nel comune di Sante Marie (Tab. 1), dove vengono rilasciati il salvacondotto prima dell’inizio e l’attestato a fine percorso, e dove chi lo intraprende è fotografato/a sia alla partenza sia all’arrivo10.

Tabella 1. Tappe del percorso nell’esperienza dell’autrice. Fonte: elaborazione dell’autrice.
Giorno di cammino Partenza Arrivo Chilometri percorsi
Giorno 1 Sante Marie Santo Stefano 5,5 km
Giorno 2 Santo Stefano Campeggio nei pressi di Villerose 14 km
Giorno 3 Campeggio nei pressi di Villerose Cartore 16,6 km
Giorno 4 Anello del Lago della Duchessa (percorso ad anello) 15 km
Giorno 5 Cartore Massa d’Albe 15 km
Giorno 6 Massa d’Albe Campeggio nei pressi di Casale Le Crete 21 km
Giorno 7 Campeggio nei pressi di Casale Le Crete Sante Marie 21 km

In tal senso, la sua ideazione ha preceduto quella che è stata descritta da un interlocutore, che svolge attività volontarie per la manutenzione dei sentieri e proprietario di una delle strutture ricettive, come la “stagione dei cammini”11. Infatti, nel periodo post-pandemico si è arricchita l’offerta di cammini in Italia, con l’aumento del numero di tragitti, in linea con una più ampia diffusione di varie forme di slow tourism (Rabbiosi 2021). Per il Cammino dei Briganti lo stesso periodo ha coinciso con un declino che ha invertito la tendenza di graduale crescita, che era stata costante a partire dalla sua ideazione. Tale crescita è infatti culminata nel 2020, quando era stato percorso da 3.445 persone, collocandosi come quarto tra i cammini italiani dopo la via Francigena, il Cammino degli Dei e i Cammini di San Francesco12, mentre nel 2023 da 2.748 persone13, con un andamento leggermente calante. Seppure il declino dell’affluenza sia un tema emerso spesso nelle conversazioni con le persone che lavorano sul percorso, tale declino è però modesto, anche se effettivo14, generando preoccupazione tra i commercianti locali.

La presenza dei cani pastori appare, appena ci si avvicina all’esperienza del Cammino dei Briganti, uno degli aspetti a cui l’organizzazione invita a prestare maggiormente attenzione. Sul sito15 e nella guida cartacea alla voce “informazioni pratiche” si legge:

Incontro con cani da pastore: questo Cammino attraversa territori dediti alla pastorizia da secoli, per cui è possibile imbattersi in cani da pastore a difesa delle greggi. Se i cani vi fanno paura tenetene conto. Sono i cani abruzzesi maremmani, grossi cani bianchi (Gianotti 2023, 16).

Vengono menzionati due aspetti: da un lato il riconoscimento di un’attività produttiva come quella della pastorizia che però inizia a emergere come implicitamente in conflitto con la fruizione del territorio per lo slow tourism promosso dal Cammino. Iniziano ad essere menzionate anche le emozioni, in particolare la paura che i cani potrebbero incutere in chi voglia intraprendere il cammino. Continua fornendo istruzioni per gestire l’incontro:

Come affrontarli se vi si avvicinano abbaiando? Tomas Pirani, uno dei massimi esperti italiani di comportamento canino, allievo di Roberto Marchesini, con cui lavora all’Università di Bologna, ci ha spiegato come comportarci: i cani vi potranno sembrare aggressivi, ma ricordate che stanno semplicemente lavorando, vi stanno dicendo: lascia in pace le mie pecore. Non hanno mai alcuna intenzione di arrivare a uno scontro, perché il loro obiettivo è semplicemente chiarire la zona di sicurezza che vogliono proteggere. Non minacciateli e non respingeteli. Fermatevi, rimanete girati verso i cani aspettando che si tranquillizzino, parlate [loro] con voce rassicurante, prendete una direzione laterale evitando sempre di passare in mezzo al gregge. Oppure date [loro] il tempo di allontanarsi. Dovete mantenere la distanza che vi dettano loro. Evitate di sfidarli, di fissarli negli occhi, di essere aggressivi e di mostrare paura. Non minacciateli con i bastoni né lanciate [loro] sassi (Gianotti 2023, 16).

Di Thomas Pirani sul sito del Cammino vengono suggerite anche un’intervista16 e un webinar17. Si inizia presto a comprendere anche in modo più esplicito la difficoltà di convivenza tra le diverse attività che si svolgono sul territorio. Si legge infatti una risposta dell’organizzazione del Cammino alle richieste avanzate da parte di alcuni camminatori e camminatrici:

A chi ci scrive chiedendo che si caccino i cani da pastore perché sono un disturbo per i camminatori, rispondiamo che i cani da pastore sono qui per fare il loro lavoro, c’erano prima del cammino e noi vogliamo difenderli perché sono un patrimonio della tradizione abruzzese. Sono i camminatori che devono venire qui in punta di piedi, rispettando la cultura locale e imparando a gestire situazioni e paure, studiando come comportarsi (Gianotti 2023, 17).

L’organizzazione chiede quindi a chi si avvicina al cammino di rispettare la presenza dei cani come parte di patrimonio e cultura locali, gestendo individualmente la propria paura e imparando, a seguito delle informazioni fornite in precedenza, a gestire l’incontro.

Come si vedrà nel prossimo paragrafo, queste premesse contribuiscono all’esperienza del cammino e forniscono utili e interessanti prospettive di lettura del territorio.

6. Osservazione e auto-etnografia del Cammino dei Briganti

Leggendo i materiali citati nel paragrafo precedente prima di intraprendere il Cammino, la mia paura per i cani ha iniziato a caratterizzare il modo in cui immaginavo l’esperienza. Come suggerito e convinta della legittimità della presenza dei cani pastori, ho intrapreso lo studio proposto, visualizzando video e materiali informativi, e confrontandomi con persone più esperte di escursioni in montagna, chiedendo loro suggerimenti. I consigli spesso sono stati diversi e variegati, rivelando una profonda difficoltà nel riconoscere comportamenti efficaci per gestire in modo sicuro e tranquillo l’incontro con i cani.

Una volta iniziato il percorso (Figura 2; Figura 4), la paura per l’incontro non è stata costante, ma segnata dalla cartellonistica presente sul cammino, da alcuni momenti di passaggio e dalle conversazioni con persone incontrate.

Figura 2. L’autrice in cammino a Santo Stefano, nel corso del secondo giorno. Fonte: Fotografia di un compagno di cammino.
Figura 4. Sentiero sul Cammino dei Briganti. Fonte: Fotografia dell’autrice.

Domandando agli organizzatori, la porzione di Cammino compresa tra Villerose e Cartore era quella descritta come più popolata di cani pastori a guardia di greggi di pecore. L’incontro veniva anticipato anche dalla presenza della cartellonistica, come quella ritratta nella Figura 3.

Figura 3. “Avviso: cani pastori e bradi”. Fonte: Fotografia dell’autrice.

Nonostante la tensione condivisa con altri camminatori per l’incontro preannunciato con i cani che ha generato un’atmosfera affettiva di paura, non è avvenuto nulla fino all’arrivo a Cartore. Nell’alloggio presso Cartore – una fattoria con un ampio terreno pratoso, boschivo e coltivato a orto – dove abbiamo dormito nelle notti tra il terzo e il quinto giorno, vi erano galline, conigli, asini e un cane che sarebbe difficile definire come domestico o semi-brado – viveva infatti nei pressi della struttura ma aveva grande libertà di muoversi nei terreni circostante e nel paese di Cartore. Il terzo giorno dopo il tramonto abbiamo sentito in lontananza ululati di lupi che hanno generato agitazione condivisa e hanno spinto il cane che viveva nella tenuta a correre nel bosco per allontanarli, prassi consueta ma pericolosa, secondo il proprietario. Nel corso del quarto giorno abbiamo svolto un percorso ad anello denominato del Lago della Duchessa. Nei pressi del lago si trovavano una quarantina di pecore e un cane pastore maremmano a guardia del gregge. In questa occasione abbiamo rispettato le indicazioni degli organizzatori del Cammino, ci siamo tenute/i lontane/i dal gregge e ci siamo presto allontanate/i. Il cane era mansueto e si avvicinava a camminatori e camminatrici che si fermavano a mangiare per ottenere del cibo. La sera, durante la cena a Cartore, abbiamo parlato dell’incontro con il cane pastore di quel giorno con i compagni di viaggio che avrebbero affrontato la stessa porzione di Cammino il giorno successivo ed erano intimoriti dalla possibilità di incontrarne degli esemplari. La riflessione che essi ci spingevano a fare riguardava quanto l’organizzazione del Cammino non fosse efficace nel garantire la sicurezza di chi cammina, “abbandonando” le persone a percorrere un territorio che non conoscevano, dove i proprietari dei cani non si occupavano di permettere la fruizione dello spazio per tutti e tutte, mettendo gli avventori continuamente nella condizione di poter essere attaccati. Durante questa conversazione, il cane che viveva nella struttura ha morso il cane domestico di un camminatore, generando un’accesa discussione tra proprietario della struttura e ospiti. Quella sera siamo andate/i a dormire nella tenda, in un’atmosfera collettiva di angoscia per il litigio tra cani e uomini e con gli ululati dei lupi in lontananza. Prima di addormentarci abbiamo condiviso riflessioni sul nostro posizionamento personale e sul nostro ruolo di outsider sul territorio, turisti di passaggio che incontravano cani come parte di una popolazione territoriale che precede e segue il nostro passaggio. La mattina del quinto giorno ci siamo svegliate/i di soprassalto per il rumore di zoccoli e ombre di animali proiettate sulla tenda. Dopo un forte spavento abbiamo scoperto che si trattava di un gruppo di una decina di asini semi-bradi che arrivavano dal bosco. È stato proprio il quinto giorno quello in cui abbiamo avuto uno degli incontri più violenti con i cani. All’ingresso di Massa d’Albe, infatti, due maremmani sono usciti da un cancello lasciato aperto abbaiandoci in modo aggressivo, spaventandoci al punto da farci urlare, attirando così l’attenzione dei padroni che hanno a quel punto richiamato gli animali. Siamo arrivate/i scosse/i alla struttura ricettiva per la notte e abbiamo parlato di quell’incontro con la proprietaria, la quale si è detta insoddisfatta per quanto l’organizzazione del Cammino facesse per limitare la presenza di cani sul percorso, o per costringere i padroni a rinchiuderli in recinzioni o a legarli. A partire da Massa d’Albe gli incontri con i cani sono stati sempre più frequenti, così come i racconti di altri camminatori. Una coppia di ciclisti incontrati nel corso del sesto giorno, condividendo con noi l’apprensione per l’abbaiare proveniente da un cortile il cui cancello non capivamo se fosse chiuso o aperto, ci hanno raccontato che il giorno precedente erano stati inseguiti da due cani, esprimendo insoddisfazione per la mancanza di rispetto da parte dei proprietari degli animali per chi svolge attività sportive all’aria aperta. Lo stesso giorno, nei pressi di Magliano de’ Marsi abbiamo incontrato un abitante della zona con il suo cane domestico e un altro animale. Quest’ultimo, ci ha raccontato l’uomo, era appartenuto a un anziano abitante e alla sua morte, il cane era rimasto solo, vivendo in stato semi-brado, senza spostarsi dalla zona ma senza qualcuno che si occupasse di lui. Alle domande su come comportarci nei suoi confronti, ci consigliava di rimanere distanti e sperare che lui non si avvicinasse, perché di quel cane “non ci si può fidare. Ha un carattere imprevedibile”.

L’esperienza personale del cammino, l’osservazione e le interviste informali fanno emergere la rilevanza della paura per la presenza dei cani, al centro di molte conversazioni, rendendo la pratica del camminare in parte scomoda, segnata da disagio e apprensione. Tale paura è presente negli incontri effettivi con i cani, ma anche nel timore che tali incontri avvengano, nel senso di inquietudine avvertito nel percorrere i tratti segnalati da altre persone o dalla segnaletica come frequentati da cani pastori e nel profondo disagio ogniqualvolta si sentissero cani abbaiare in lontananza. Le emozioni individuali esperite nell’incontro con il non-umano trovano risonanza nell’osservazione dell’esperienza altrui e nelle atmosfere affettive percepite. Le indicazioni dell’organizzazione del Cammino forniscono strumenti cognitivi e modelli di comportamento per interagire con i cani pastori, ma non sono d’aiuto nella molteplicità di situazioni che ci si può trovare a fronteggiare, in incontri spesso imprevedibili e in cui sono il corpo, le emozioni e le pratiche a essere centrali, spingendo a urlare o a scappare mossi dalla paura. Allo stesso tempo, riconoscerci come turisti impegnati in un’attività leisure, ci ha fatto riflettere sul nostro ruolo in un territorio in cui la pastorizia è un’attività importante per l’organizzazione socio-economica e spaziale locale, provando anche disagio per il nostro bisogno di evitare l’incontro con i cani.

7. Le emozioni dell’incontro con il non-umano e la lettura del territorio

Come si è visto, le emozioni sono un elemento importante nel rapporto con gli animali e con la percezione del rischio che i significant others possono rappresentare per chi cammina. Esse permettono di portare il tema del rapporto e dell’incontro con il non-umano in primo piano. Gli animali normalmente rimangono sullo sfondo nel paesaggio del cammino, quasi interessati da una forma di plant-animal blindness. Essi permettono invece, se osservati, di avanzare considerazioni rilevanti sulle possibilità di co-produzione di paesaggi umani/non-umani. In aggiunta, incoraggiano a interrogarsi sulla competizione di attività produttive nello spazio (Marino, Fry 2025) e sull’organizzazione territoriale attorno a esse. In questo contesto il paesaggio soggettivo (Wylie 2007) percepito in modo mobile (Cisani 2018) nella quotidianità del cammino e gli incontri con gli animali, sono elementi chiave nella presa di consapevolezza di questi elementi. Inoltre, la comparsa nel paesaggio quotidiano di certi luoghi montani e di montagne di mezzo (Varotto 2020) di camminatori, camminatrici, ciclisti e cicliste, con diversi bisogni e priorità, lascia spazio a discorsi che rappresentano potenziali premesse di nuove forme di uso dello spazio e di sfruttamento delle risorse locali, modi di dare forme al territorio (Cisani 2018) dove non c’è spazio per animali lavoratori considerati pericolosi, per il senso di minaccia e la difficile convivenza con le attività umane all’aria aperta. In tal senso, il camminare può essere concepito come un’azione performativa (Thrift 2003; Rabbiosi 2021) che rende possibili repertori d’azioni e modalità di fruire lo spazio diverse e nuove rispetto ad attività economiche e di sfruttamento delle risorse territoriali primarie e “tradizionali” come pastorizia e agricoltura (Marino, Fry 2025). In quanto attività economica, il camminare produce valore attraverso nuove forme di consumo del territorio, turistiche e di mobilità come parte di attività leisure. Sul sito del Cammino dei Briganti si legge che è un “atteggiamento sbagliato”18 quello di chi chiede la rimozione dei cani pastori dalle aree adiacenti ai sentieri. I cani sono considerati esplicitamente parte del patrimonio locale e, al contempo, lavoratori di una catena produttiva tradizionale. Ma del resto, come sostiene Bätzing rispetto al variare dell’immagine inconscia delle Alpi: “se si parla di Alpi come turisti, ambientalisti, agricoltori, cacciatori, trasportatori o politici, si hanno in testa differenti immagini” (2005, 31). Il dibattito attorno alla presenza dei cani pastori risente della loro immagine e dell’immaginario ad essi connesso a cui manca il fascino selvaggio di grandi carnivori come lupi e orsi oggetto di potenziale esteticizzazione, mentre sono al contrario strettamente connessi con le attività produttive umane. Così, la richiesta di eliminare i cani dal percorso ha lo scopo implicito di rendere la realtà coerente con l’immagine astratta della montagna come luogo di cammino escursionistico, sede delle walking holidays, parte di uno slow tourism potenzialmente attento alle dinamiche locali, ma orientato alla competizione per lo spazio pubblico. In questo senso, sembra che sia necessario respingere i cani lavoratori, quando essi occupino una propria “spazialità bestiale” (Hodgetts, Lorimer 2014), che fuoriesce dagli animal spaces individuati e ritagliati da parte dell’essere umano.

La sfida proposta dal Cammino dei Briganti è quella di tenere insieme attività produttive territoriali distinte, potenzialmente e vicendevolmente escludenti, incentivando la convivenza tra fruizioni del territorio diverse. La proposta dell’organizzazione sembra essere quella di negoziazione dei walking spaces e delle walking practices e di proporre a chi svolge il cammino di cogliere l’incontro come un momento proficuo per instaurare una forma di relazione human-animal (Fletcher, Platt 2018) pur nel rischio di incorrere in incontri-scontri anche conflittuali. In questo senso, chi cammina è incentivato a rispettare quello che è distante e a conoscere le strategie di comportamento da adottare nell’incontro con l’altro non-umano. Per fare ciò, l’organizzazione del Cammino propone formazione e conoscenza del comportamento animale da un punto di vista zootecnico e biologico, e avanza considerazioni socio-economiche e culturali sul ruolo del cane lavoratore nell’economia locale e sulla presenza di attività produttive territoriali diversem, e rispetto al suo ruolo nel co-produrre (Clancy et al. 2021) il patrimonio territoriale locale (Fig. 5).

Figura 5. Divieto affisso al “transito agli animali da lavoro e di specie armentizia” sul muro del centro storico di Tagliacozzo (AQ). Fonte: Fotografia dell’autrice.

La questione da sciogliere rimane l’aspetto incorporato dell’esperienza e in particolar modo il ruolo della paura nella gestione dell’incontro e potenziale scontro con questo altro e con la sua evidente e peculiare diversità. Le risposte sono infatti di tipo discorsivo e cognitivo, incentrandosi sulle competenze da sviluppare e sulle strategie da attuare, mentre le emozioni dei singoli e l’atmosfera affettiva alimentata dai discorsi intrapresi sul percorso sono pre-cognitive, incorporate ed esperite nella mobilità del cammino. In questo contesto, la paura è un’emozione evidente e riconoscibile, che diventa potenziale deterrente allo svolgimento del cammino o, invece, motore di azione e osservazione, che mette al centro l’incontro multispecie tra esseri umani e cani pastori.

8. Conclusioni

Sembra che l’esplorazione delle emozioni derivanti dall’incontro con gli animali abbia portato all’acquisizione di centralità della relazione con il non-umano. In questo senso, la paura suscitata permette di uscire da una forma di animal blindness nella lettura del territorio e di rivelare la difficoltà e scomodità dell’incontro con il non-umano animale e specificatamente l’animale lavoratore che si trova in un terreno grigio e sfumato tra i poli del selvatico e del domestico. L’incontro con i cani è profondamente incorporato, dalla sua corporeità ci si può sentire respinti/e e la sfida proposta dal Cammino dei Briganti, che non tiene pienamente conto della dimensione incorporata delle atmosfere di paura suscitata da tale incontro, di creare walking spaces che negozino la presenza del non-umano, sembra ancora aperta. Connesso a questo punto, vi è il significato legato alla presenza del non-umano come rivelatore di attività produttive territoriali concorrenti. La presenza dei cani (insieme alle greggi), la loro comparsa nel paesaggio mobile e quotidiano di chi cammina, permette di cogliere la competizione tra usi del territorio diversi, quello escursionistico e turistico legato al Cammino da un lato, e quello delle attività del settore primario dall’altro. Nel paesaggio percepito di chi cammina compaiono quindi i cani come traccia delle attività socio-economiche ma anche, come sostiene il tentativo di valorizzazione avanzato dagli organizzatori e dalle organizzatrici stessi/e, come elemento culturale potenzialmente soggetto a volontà di conservazione e promozione. Il patrimonio territoriale si concepisce e valorizza così in quanto insieme di attività antropiche ed elementi ecologici sedimentati nel tempo, cogliendo il territorio nel suo essere sintesi di ambiente naturale, ambiente costruito e ambiente antropico.

Chiudo con una riflessione metodologica sulle possibilità di un’etnografia situata in cui osservazione partecipante e autoetnografia si combinino. Queste tecniche mi hanno permesso di disvelare la componente soggettiva sia delle mie domande di ricerca, sia della prospettiva da cui ho osservato i soggetti della ricerca. Ritengo importante essere consapevoli del rischio che si corre nel condurre un’indagine che si concentra sull’esperienza individuale, almeno come punto di partenza, per intavolare il proprio discorso scientifico (per citare solo alcuni, Saitta 2022; Holt, 2003). Ciononostante, usare il racconto autoetnografico e partire dall’esperienza individuale per un’osservazione sociale, sembra un modo efficace per rendere conto degli aspetti incorporati dell’esperienza, così come della rilevanza dei temi trattati per il caso studio specifico.

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1 Il territorio è inteso qui come esito della “sedimentazione storica e spazialmente definita di specifiche modalità di relazione tra attività antropiche ed elementi ambientali” (Pettenati, 2024: 212), un ecosistema prodotto dall’essere umano e un punto di sintesi di ambiente naturale, ambiente costruito e ambiente antropico. Il territorio è quindi inteso come il luogo dove si incontrano l’organizzazione umana dello spazio e gli aspetti naturali, in linea con la definizione territorialista. Per Magnaghi è infatti un “prodotto storico del processo di coevoluzione di lunga durata fra insediamento umano e ambiente, natura e cultura, e, quindi, come esito della trasformazione dell’ambiente a opera di successivi e stratificati cicli di civilizzazione” (2000: 24-25.). A queste definizioni si aggiunge qui il ruolo degli animali, parte integrante di tale “processo di coevoluzione”.

2 Per esplicitare il ruolo di “lavoratori” degli animali si è scelto di adottare la dicitura “cani pastori” per indicare quelli che sono definiti comunemente cani “da pastore”, “da protezione” e “da guardiania”, per indicare il ruolo lavorativo che essi svolgono e che li equipara a collaboratori degli esseri umani nell’attività svolta. Si tratta inoltre della definizione utilizzata nella cartellonistica del Cammino dei Briganti.

3 Si intende qui un’esperienza che includa aspetti incorporati del vissuto, in particolar modo sensazioni ed emozioni, che divengono nell’analisi particolarmente centrali. Per approfondire si veda in generale il testo Atkinson, D. et al. (2005), Cultural Geography. A critical dictionary of key concepts. Londra, I.B. Tauris and Co., in particolare il capitolo Longhurst, R. “The Body”, 91-96.

4 Si tratta infatti di un cammino percorso perlopiù in estate, non senza una insoddisfazione di ideatore e gestori per la difficoltà nel de-stagionalizzarne la fruizione come emerge da una conversazione telefonica del 29/02/2024 con Luca Gianotti.

5 Intervista a Gianotti, 29/02/2024.

6 Informazioni su questa attività si possono reperire al link: https://ecobnb.it/blog/2015/02/viaggio-asini/.

7 Intervista a Gianotti, 29/02/2024.

8 Intervista a Gianotti, 29/02/2024.

9 Le strutture ricettive nel sito del Cammino: https://camminodeibriganti.it/strutture/.

10 Pagina Facebook del Cammino dei Briganti, reperibile al link: https://www.facebook.com/CamminoBriganti.

11 Intervista con un proprietario di una struttura ricettiva lungo il Cammino dei Briganti, avvenuta il 20/08/2023.

12 Redazione, Italia, Paese di Cammini. Tutti i numeri del 2022, Terre di mezzo Editore, 23.03.2022 (https://www.terre.it/cammini-percorsi/i-dati-dei-cammini/italia-paese-di-cammini-tutti-i-numeri-del-2022/ ).

13 I dati relativi al 2023 sono stati reperiti grazie all’intervista con Gianotti, 29/02/2024.

14 I dati forniti dal sito di Terre di Mezzo confermano questa tendenza: il numero delle credenziali distribuite per i cammini italiani è raddoppiato dal 2020 al 2022 passando da 41.722 a 85.857, ma il numero di cammini si è moltiplicato e alcuni cammini hanno aumentato sensibilmente l’affluenza (ad esempio, il Cammino degli Dei è passato da 6.500 credenziali distribuite nel 2020 a 14.688 nel 2022, mentre il più giovane Cammino dei Borghi Silenti negli stessi anni è passato da 1.500 a 6.000) mentre altri hanno diminuito l’affluenza, come il Cammino dei Briganti che è passato dalle 3.445 credenziali del 2020 a 2.572 distribuite nel 2022 e 2.748 nel 2023. Fonte: “Italia, Paese di Cammini. Tutti i numeri del 2022”, Terre di mezzo Editore, 23.03.2022 (https://www.terre.it/cammini-percorsi/i-dati-dei-cammini/italia-paese-di-cammini-tutti-i-numeri-del-2022/ ). I dati relativi al 2023 sono stati reperiti grazie all’intervista con Gianotti, 29/02/2024.

15 Fonte: Il sito del Cammino dei Briganti, reperibile al link: https://camminodeibriganti.it/info-pratiche/#:~:text=E’%20vietato%20l’uso%20del,e%20pulito%20perch%C3%A9%20sia%20benvenuto. Sul sito si parla di “pericolo”, mentre nella guida si parla di “incontro” con cani da pastore.

16 Gianotti L., L’arte di camminare (https://hearthis.at/radiofrancigena/larte-del-camminare-a-cura-di-luca-gianotti-10-viaggiare-con-il-cane/).

17 Pirani, T. “L’incontro coi cani lungo il cammino, ep. 1: i cani da pastore o guardiani”, pubblicato su Facebook il 23/3/2020 (https://www.facebook.com/compagniadeicammini/videos/616875512194417/).

18 Fonte: Il sito del Cammino dei Briganti, reperibile al link: https://camminodeibriganti.it/info-pratiche/#:~:text=E’%20vietato%20l’uso%20del,e%20pulito%20perch%C3%A9%20sia%20benvenuto.

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