https://doi.org/10.36253/bsgi-7515
Mobilità lenta e paesaggi dell’heritage nel Vicino Oriente: uno studio comparativo su Oman, Giordania e Arabia Saudita
Slow Mobilities and Heritage Landscapes in the Middle East: A Comparative Study of Oman, Jordan and Saudi Arabia
Dipartimento di Storia, Patrimonio Culturale, Formazione e Società, Università degli Studi di Roma Tor Vergata, Italia
E-mail: giovanna.zavettieri@uniroma2.it
Abstract. This research paper presents a comparative analysis of three culturally significant landscapes: Jabal Akhdar and Jabal Shams in Oman, Wadi Rum in Jordan, and AlUla in Saudi Arabia. The aim of this study is to investigate the correlation between cultural heritage and landscape transformation. The study evaluates the physical features of areas with slow mobility through extensive field research, incorporating their geological and geomorphological attributes. It also examines the impact of mobility patterns on landforms, land use and community spatial organization. Additionally, it investigates how slow mobility affects the conservation of cultural and natural heritage in these regions. The analysis determines the significance of these landscapes as links between the past, present and future. It highlights the contributions of slow mobility to the development of human-environment relationships.
Keywords: cultural landscape, geoheritage, mountain, tourist mobility.
Riassunto. Il presente articolo presenta un’analisi comparativa di tre paesaggi di rilevanza culturale: Jabal Akhdar e Jabal Shams in Oman, Wadi Rum in Giordania e Al-Ula in Arabia Saudita. Lo scopo principale è esaminare la correlazione esistente tra il patrimonio culturale e le trasformazioni del paesaggio. La ricerca valuta le caratteristiche fisiche delle aree caratterizzate da una mobilità lenta attraverso un’indagine sul campo dettagliata, che include anche l’analisi degli attributi geologici e geomorfologici. Inoltre, esamina l’impatto dei modelli di mobilità sulla formazione del paesaggio, sull’utilizzo del territorio e sull’organizzazione spaziale delle comunità locali. Infine, vengono esaminate le modalità in cui la mobilità lenta influisce sulla conservazione del patrimonio culturale e naturale in queste regioni. L’analisi condotta mira a determinare l’importanza di questi paesaggi come ponti temporali tra passato, presente e futuro e sottolinea i contributi della mobilità lenta nello sviluppo delle relazioni tra l’uomo e l’ambiente circostante.
Parole chiave: paesaggio culturale, geoheritage, montagna, mobilità turistica.
Contents
2. Tra diplomazia culturale e identità beduina: i siti di studio
4. Paesaggi del geoheritage e mobilità lente
1. Introduzione
Ogni paesaggio dell’heritage è il risultato delle interazioni tra patrimonio culturale e contesto geografico e pertanto non può essere compreso appieno senza tener conto dei suoi elementi naturali (Panizza, Piacente 2003; Portal 2012; Reynard, Giusti 2018; Klarin et al. 2023). Come sottolinea Augustin Berque nel concetto di médiance, la relazione tra natura e cultura nel paesaggio non è statica o gerarchica, ma piuttosto dinamica e reciproca (Berque 2000). Entrambe le sfere si influenzano e si plasmano a vicenda, generando un paesaggio unico e irripetibile. Proprio per questo la ricerca scientifica sull’heritage landscape richiede approcci sia olistici sia di dettaglio, affinché gli elementi morfologici non siano tanto considerati come contesto, quanto piuttosto come parte integrante del paesaggio culturale (Mata, Ferrer 2012; Serrano, González-Amuchastegui 2020).
In conformità con la letteratura scientifica, i tre principali approcci per lo studio delle relazioni tra elementi naturali e culturali sono quello ambientale, che si riferisce perlopiù ai rischi e agli impatti naturali ed ecologici su siti storico-artistici ad alto valore culturale; quello storico, in cui il contesto geomorfologico è associato alla preistoria, alla storia o alla geostoria e include le relazioni sociali, strategiche o religiose con il territorio; quello culturale, come espressione delle relazioni tra l’uomo e l’ambiente fisico1.
Lugon et al. (2006) hanno considerato le caratteristiche geografiche, architettoniche e paesaggistiche come elementi fondamentali della strategia di promozione di un luogo, rivolta sia ai residenti sia ai visitatori. Questo approccio mira alla valorizzazione del patrimonio culturale, alla conservazione dell’ambiente naturale e alla creazione di nuove esperienze turistiche.
In merito alle relazioni tra patrimonio naturale, territorio e paesaggio, vengono adottati diversi orientamenti prioritari: quello geoculturale, che riguarda l’influenza della cultura sulla percezione del geoheritage2 e della geomorfologia sui beni culturali (Reynard, Giusti 2018); lo studio delle relazioni tra educazione, evoluzione del paesaggio, gestione e interazioni tra uomo e natura, considerate come risorse territoriali per lo sviluppo sostenibile (Coratza, Hoblea 2018); la gestione del patrimonio culturale e geomorfologico, orientata verso la sua conservazione in uno stato integrato (Smith et al. 2011; Pica et al. 2016).
Nel presente contributo, l’attenzione è rivolta all’analisi della correlazione tra il patrimonio culturale e le trasformazioni del paesaggio. Tuttavia, è importante notare che l’approccio adottato non si limiti esclusivamente a uno degli orientamenti prioritari menzionati, ma cerchi piuttosto di considerare elementi provenienti da tutti e tre. Senza alcuna pretesa di esaustività, finalità della ricerca sin dalle prime fasi è stata quella di esplorare le complessità delle relazioni tra patrimonio naturale, territorio e paesaggio, tenendo conto dell’influenza culturale sulla percezione del geoheritage e degli elementi morfologici, delle interazioni tra uomo e natura, nonché della gestione integrata del patrimonio culturale e naturale per la conservazione e lo sviluppo sostenibile delle risorse territoriali.
Nel contesto indicato, i metodi attuali per tracciare i percorsi di mobilità lenta spesso non riescono a tenere pienamente conto delle complesse interazioni tra urbanizzazione e ambiente naturale (Berti 2012; Garau et al. 2020; Zhou, Zheng 2022).
Frutto di una ricerca condotta sul campo, lo studio include l’analisi di tre aree e valuta innanzitutto come la mobilità lenta sia influenzata dalle caratteristiche fisiche di queste aree, incorporando attributi geomorfologici. In secondo luogo, esamina l’impatto dei modelli di mobilità sull’organizzazione spaziale della comunità. Infine, indaga la relazione tra ricerca di terreno e le diverse “Vision” nazionali per verificare lo stato di avanzamento di obiettivi e propositi definiti all’interno dei documenti di policy.
L’analisi dei siti di Jabal Akhdar e Jabal Shams in Oman, Al-Ula in Arabia Saudita e Petra in Giordania all’interno di uno studio sul paesaggio dell’heritage, rivela una serie di interessanti connessioni storiche, culturali e geografiche. Situati in regioni desertiche e montuose, conservano il ruolo di crocevia di flussi riflettendo le influenze culturali delle popolazioni che li hanno abitati e/o attraversati nel corso dei secoli.
Esaminare le sfide attuali legate alla conservazione e allo sviluppo sostenibile di questi siti fornisce elementi per la protezione e la valorizzazione dell’heritage.
Nel contesto dell’Asia Sud-occidentale, il cui patrimonio culturale è intimamente integrato con il paesaggio – talvolta addirittura “incorporato” in esso come nel caso delle tombe nabatee a Petra e ad Hegra – lo studio delle mobilità lente assume una particolare rilevanza.
L’analisi geografica di questi elementi, nella Penisola araba in particolare e nel Sud-Ovest asiatico in generale, si è dimostrata notevolmente limitata, nonostante l’innegabile rilevanza delle peculiari dinamiche storiche e culturali verificatevisi (Makhzoumi 2016; Moosavi et al. 2016; Pétriat 2021; Polvonov 2021).
2. Tra diplomazia culturale e identità beduina: i siti di studio
Nel corso degli ultimi tre decenni, gli studiosi hanno costantemente sottolineato che il turismo legato al patrimonio rappresenta una forma particolare di turismo culturale (Swarbrooke 1994; Deng et al. 2002; Csapò 2012; Pavan 2023). A tal proposito, luoghi quali Jabal Shams e Jabal Akhdar in Oman, Wadi Rum in Giordania e ad Al-Ula in Arabia Saudita, rappresentano esempi poco esplorati ma meritevoli di attenzione da parte della comunità scientifica (Fig. 1). Il tema della sostenibilità nei siti aridi e/o desertici del Sud-Ovest asiatico, infatti, è stato scarsamente studiato in ambito accademico, soprattutto perché i processi di trasformazione di tali aree sono stati avviati solo di recente (Pavan 2023).
Jabal Shams e Jabal Akhdar (3075m e 3000m) appartengono alla catena montuosa di al-Hajar nella parte settentrionale dell’Oman che costituisce una componente significativa della geografia locale, non solo per la variegata vegetazione autoctona, ma anche per le tradizionali pratiche agricole ancora vive (Fig. 2).
Jabal Shams, la montagna più alta dell’Oman e una delle più alte della Penisola araba, è una destinazione turistica nota per i suoi panorami, per il terreno accidentato e per le opportunità di escursioni, tra cui la Balcony Walk.
Jabal Akhdar è un massiccio roccioso e beneficia di microclimi di tipo mediterraneo che, unitamente alle tecniche di terrazzamento, favoriscono la biodiversità vegetale composta da una varietà di alberi da frutto e dalla produzione di zafferano. Nelle valli si trovano villaggi, tra cui al-Hamra nelle vicinanze di Al Hoota – uno dei più grandi sistemi di grotte al mondo –, Bahla con il suo Forte, Patrimonio Mondiale dell’UNESCO, Misfat Al Abriyeen, Misfah, tappe degli itinerari hiking ed escursioni. Qui si evidenzia la presenza di aflaj, antichi canali scolpiti utilizzati fin dai tempi più remoti per la distribuzione dell’acqua necessaria alle coltivazioni e per soddisfare le esigenze idriche della popolazione delle oasi e dei villaggi. Inoltre, contribuiscono all’abluzione dei fedeli nei luoghi di culto. L’antica rete di aflaj è l’esempio di una tipologia edilizia arcaica di cui, ancora oggi, l’Oman beneficia ampiamente, pertanto è annoverata tra i Patrimoni dell’Umanità (Al-Ghafri 2018; Al-Ghafri et al. 2007) (Fig. 3).
Anche i wadi, canyon fluviali ricavati nel corso dei millenni dall’azione erosiva dell’acqua, rappresentano un elemento fondamentale nell’heritage landscape, contribuendo in modo significativo alla ricchezza del patrimonio culturale-naturalistico dell’area geografica in esame. Nonostante siano l’effetto di processi naturali, i wadi, nelle comunità locali, richiamano anche un profondo significato storico-culturale giacché, nel corso del tempo, erano utilizzati come vie di comunicazione e costituivano le fonti idriche essenziali all’agricoltura e alla stessa sopravvivenza (Fig. 4).
La Wadi Rum Protected Area, nella regione meridionale della Giordania, comunemente conosciuta come la Valle della Luna, si presenta come un paesaggio di grande valore naturalistico e culturale ed è infatti anch’esso Patrimonio Mondiale dell’UNESCO (Jamaliah et al. 2019) (Fig. 5).
Estesa su una superficie di circa 742 km2, l’area protetta ha assunto particolare interesse storico-culturale prima di tutto per la presenza di petroglifi associati alle antiche civiltà che l’hanno abitata, ma anche per la morfologia caratterizzata dal deserto su cui si stagliano le imponenti formazioni montuose di roccia arenaria. L’introduzione di voli low-cost da parte di alcune compagnie aeree europee, che collegano Aqaba e Amman con l’Europa, ha prodotto un nuovo tipo di mobilità turistica e ha contribuito ad aumentare i flussi turistici verso la Giordania e le sue attrattive, in primis il Tesoro di Petra e nell’area protetta di Wadi Rum.
Petra costituisce il sito archeologico nabateo più significativo della Giordania, che in Arabia Saudita ha il suo equivalente in Al-Ula, in particolare il sito di Hegra (Fig. 6).
Qui, come a Petra, sono presenti tombe scavate nella roccia che testimoniano la ricchezza e il fervore religioso dei Nabatei, antica popolazione di nomadi originari della Penisola araba, i quali, divenuti sedentari e organizzatisi in una solida monarchia, furono in grado di costruire sofisticati sistemi idraulici che consentirono di portare l’acqua in tutte le abitazioni dei villaggi allora presenti nell’area3.
L’inclusione di Hegra nella lista dei Patrimoni dell’Umanità dell’UNESCO nel 2008, il primo sito dell’Arabia Saudita riconosciuto, sottolinea la sua rilevanza a livello internazionale. Tuttavia, il flusso turistico nella regione è stato molto limitato4.
I quattro siti menzionati non solo condividono elementi legati alla religione islamica, alla morfologia e alla posizione nel Sud-Ovest asiatico, ma un’analisi della letteratura rivela anche la presenza di due elementi fondamentali che caratterizzano la modalità di trasmissione della cultura.
Innanzitutto, la presenza di questi luoghi nella lista dei siti di interesse strategico per i rispettivi paesi rivela un’attiva politica di “diplomazia culturale” (Pavan 2023). Attraverso valorizzazione e promozione del patrimonio, gli Stati coinvolti cercano di proiettare una determinata immagine a livello internazionale, ponendo in risalto la ricchezza delle proprie risorse.
La diplomazia culturale, componente della diplomazia pubblica e, in una prospettiva più ampia, una forma di soft power, è definibile come lo scambio di idee, informazioni, arte, lingua e altri aspetti della cultura tra nazioni e popoli al fine di promuovere la comprensione reciproca (Cummings 2009), dare una visione positiva del popolo, della cultura e delle politiche di un paese al pubblico straniero e favorire una maggiore cooperazione tra le nazioni.
Dalle interviste somministrate alla popolazione locale e dallo scandaglio di alcune fonti mediatiche locali emerge un impegno significativo da parte delle autorità saudite nel mitigare le tensioni nell’opinione pubblica nazionale e nell’ottenere un miglioramento della sua immagine controversa a livello internazionale. Questo sforzo include strategie mirate all’attrazione di investimenti esteri e alla promozione del turismo internazionale.
Lo stesso accade nel Sultanato dell’Oman, paese noto per la sua posizione neutrale e la sua attività di mediazione politica in una regione complessa, che si è sempre distinto per la sua apertura diplomatica e culturale. Nei siti omaniti considerati spiccano città come Nizwa, capitale storica del Sultanato prima di Muscat, e Manah, che accolgono la maggior parte della popolazione del paese, abitante nei villaggi di montagna o nelle aree intramontane localmente pianeggianti. Tali città costituiscono un ponte culturale con le nazioni non arabe grazie alla presenza del Sultan Qaboos College, dove viene insegnato l’arabo ai non madrelingua.
Anche la diplomazia culturale giordana, inaugurata prima da Re Hussein e poi portata avanti con dedizione da Re Abdullah II, si distingue per il suo impegno nel promuovere la cultura nazionale nel mondo. Con una serie di iniziative culturali la Giordania ha lavorato per creare ponti di cooperazione. Questa forma di diplomazia ha contribuito a rafforzare i legami tra la Giordania e il resto del mondo e ha aiutato a promuovere lo scambio culturale5.
Il secondo aspetto riguarda la preziosa eredità culturale beduina conservata in tali siti, elemento identitario di rilievo per i paesi della regione, nonostante le differenze geografiche e storiche.
Bisogna prima di tutto tenere conto che le mappe mentali contemporanee in relazione ai Paesi arabi sono plasmate dal paradigma coloniale del XIX secolo. Ciò si manifesta in varie forme, come l’identificazione del sé con civiltà storiche e l’associazione dell’identità a una rappresentazione simboleggiata dal Beduino. Tale immagine è stata inizialmente enfatizzata da figure militari come il britannico John Glubb e da artisti orientalisti che hanno raffigurato l’Arabo come individuo che vive in tende, si occupa del pascolo delle capre, cavalca cammelli e conduce uno stile di vita nomade e “premoderno”, inserendo così gli Arabi in una rappresentazione temporale che li separa dall’età moderna (Samman 2010).
Nell’Europa del XIX secolo, con l’avvento del turismo di massa e dei media stampati, si osservò una proliferazione di resoconti di viaggio da parte di individui che esploravano le diverse culture del mondo. In questo contesto, l’Arabo era spesso considerato, insieme ai nomadi africani, al di fuori della storia, intrappolato in uno stato di infanzia e immune da qualsiasi reale cambiamento. Tali narrazioni fornivano una mappa diseguale del mondo, con gli europei sempre rappresentati come maturi e civilizzati, in grado di governare sulle altre culture (Samman 2010).
La fotografia è stata uno strumento fondamentale in questa direzione: Ronald Hawker (in Samman 2010) osserva che senza l’apporto di importanti documentaristi fotografi stranieri come Wilfred Thesiger, Ronald Codrai e Ramesh Shukla, che hanno creato un vasto inventario di immagini della società araba che ha portato al consolidamento di simboli e stereotipi come quello del Beduino e del Falco, le due immagini che ora sono diventate simbolo di molti paesi della Penisola araba.
La fotografia dei residenti stranieri, i quali hanno accuratamente selezionato immagini del deserto e del Beduino, ha ispirato le élite arabe locali a porre particolare enfasi sulla vita beduina. Questo ha condotto alla creazione di un discorso sul “patrimonio” e all’assemblaggio di artefatti nei musei, oltre all’organizzazione di annuali camel races e alla realizzazione di centri commerciali completamente decorati con immagini beduine (Samman 2010).
Secondo Samman (2010) e Massad (2001), un’altra forma coloniale di rappresentazione che ha avuto un impatto significativo nella creazione dell’immaginario dell’“Arabo-Beduino” è stata quella dei commentari biblici del diciannovesimo secolo6. Tale rappresentazione storica, si intreccia con la moderna associazione dei beduini all’identità nazionale, evidenziando una continuità complessa nell’immaginario arabo-beduino nel corso del tempo. Nei principali siti turistici delle aree considerate, infatti, si osserva un’attenta inclusione, in tutti gli opuscoli degli hotel e di altre strutture ricettive, di immagini e rimandi alla cultura beduina, cosicché venga simultaneamente associata all’identità nazionale. Questo legame storico e contemporaneo sottolinea l’importanza dell’adozione di un approccio metodologico sensibile e critico nell’analisi dell’identità araba, affrontando le sfide di interpretazione e rappresentazione nel contesto della ricerca geografica. A tal proposito, risulta di particolare interesse citare il Sinai Trail, esempio significativo di itinerario nell’area del Nord Africa e Sud-Ovest asiatico, non basato su modelli eurocentrici di infrastrutture (Mason 2023). Il Sinai Trail offre la possibilità di viaggiare condotti da donne beduine, le quali condividono le proprie conoscenze sull’area, inclusi gli utilizzi delle piante a scopi medicinali e culinari, nonché le storie legate ai flussi di persone nel territorio.
3. Metodologia
La metodologia di questo studio adotta una prospettiva multidisciplinare che integra la ricerca sul campo con approcci relativi ai settori della geografia fisica e della geografia culturale.
L’analisi delle caratteristiche fisiche dei paesaggi studiati è stata condotta attraverso osservazioni dirette sul terreno, nonché tramite l’utilizzo di strumenti cartografici quali mappe topografiche dettagliate delle aree studiate, che forniscono informazioni sui tratti distintivi del paesaggio, e di mappe tematiche che evidenziano specifici aspetti culturali e naturali delle regioni, come ad esempio le aree di interesse archeologico, i siti di valore ecologico o le zone di conservazione ambientale. Questi strumenti cartografici hanno contribuito a una comprensione approfondita della geografia fisica delle aree in esame e hanno supportato l’analisi dei cambiamenti nel tempo e nello spazio.
L’indagine sul campo, che ha compreso osservazioni partecipate e interviste semistrutturate somministrate ad archeologi, guide turistiche qualificate e attori della comunità locale impegnati in attività associate a mobilità lente, è stata eseguita in ogni sito menzionato nel periodo compreso tra luglio 2019 e settembre 2023.
L’osservazione partecipante si è svolta nell’ambito di una ricerca geografica volta a comprendere le dinamiche socio-territoriali, documentare le pratiche culturali e valutare l’impatto delle visioni nazionali nei tre paesi oggetto di studio dell’articolo; non ha avuto una durata fissa, ma si è svolta in periodi di tempo variabili durante diverse visite ai tre paesi. Questo approccio flessibile ha permesso di raccogliere dati in momenti diversi dell’anno e di osservare le comunità in periodi di festa, lavoro e vita quotidiana. L’osservazione partecipata si è svolta seguendo un approccio misto che ha combinato partecipazione alle attività quotidiane (lavoro nei campi, feste tradizionali, occasioni pubbliche, etc..), interviste informali (a membri delle comunità, raccogliendo informazioni sulle loro esperienze, opinioni e percezioni del territorio e delle politiche nazionali), appunti sul campo e photowalk (fotografie scattate durante l’osservazione partecipante hanno fornito una documentazione visiva delle attività, dei luoghi e delle persone osservate, integrando i dati testuali e arricchendo l’analisi).
Lo scandaglio bibliografico, avviato prima delle varie missioni sul campo e mantenuto durante tutto il periodo della ricerca, ha incluso contributi di studiose e studiosi che hanno indagato sulle dinamiche della mobilità nei paesaggi culturali (Ingold 2011; Fanfani 2008; Cisani 2020). L’analisi ha inoltre incorporato contributi di natura geostorica che hanno fornito un supporto fondamentale nella comprensione delle dinamiche di mobilità nel tempo (Rabbiosi 2009).
Basandosi sui quadri teorici stabiliti, lo studio utilizza un paradigma di ricerca qualitativa arricchito da una prospettiva multidisciplinare. Nella successiva fase di studio dei dati, sono stati infatti applicati metodi di ricerca qualitativa, seguendo l’approccio di analisi tematica (Braun, Clarke 2019) per interpretare i temi emergenti relativi alle pratiche di mobilità lenta, al significato culturale e alla storia. L’analisi comparativa è stata impiegata per identificare le variazioni e i punti in comune nei modelli relativi ai vari paesaggi.
Inoltre, esaminare il rapporto tra le politiche nazionali (Vision) e la ricerca sul campo ha permesso una comprensione più approfondita delle dinamiche della relazione paesaggio-patrimonio culturale. Il paradigma qualitativo si allinea all’obiettivo dello studio di esplorare le esperienze vissute e i significati culturali associati alla mobilità lenta, fornendo profondità e contesto all’indagine (Bozzato 2017). L’osservazione partecipata e le interviste sono risultate fondamentali per ottenere una visione di prima mano delle pratiche quotidiane, dei rituali culturali e delle percezioni legate alla mobilità lenta all’interno di ciascun paesaggio, consentendo l’approfondimento dei significati culturali impliciti e di esplorare le esperienze soggettive degli individui.
Tra le limitazioni è necessario menzionare le sfide logistiche della ricerca sul campo, tra cui le restrizioni di accesso, le barriere linguistiche e le sensibilità culturali, le quali hanno certamente influito sulla profondità e sull’ampiezza della raccolta dei dati.
4. Paesaggi del geoheritage e mobilità lente
Gli studiosi di islamistica hanno valutato che la religione musulmana ha incoraggiato la mobilità dei credenti attraverso diverse forme di viaggio. L’ambiente geografico nel quale ebbe origine l’Islam nel VII secolo è la regione nota col nome di Hiǧāz, altopiano desertico lungo la costa occidentale d’Arabia prospiciente il Mar Rosso. Nella cultura e nella spiritualità musulmane, quindi, il deserto riveste un ruolo significativo, fungendo da scenario iconico di molte questioni religiose (Aubuchon 2017). Essendo menzionato nel Corano come luogo di riflessione e contemplazione, dove la solitudine e l’austerità permettono ai credenti di avvicinarsi ad Allah, la connessione tra fede musulmana, deserto e mobilità lenta è profondamente radicata nella storia e nelle tradizioni islamiche, tra le altre.
Inoltre, l’Islam ha istituito tradizioni di mobilità costanti nello spazio e nel tempo. Tra queste, la più emblematica è certamente la pratica del pellegrinaggio alla Mecca, la quale ha svolto un ruolo determinante nel definire e consolidare i modelli di mobilità intra-regionale (Morazzoni et al. 2023). Allo stesso modo, va menzionato l’utilizzo storico delle carovane di cammelli a fini commerciali, che ha contribuito a plasmare le dinamiche economiche e sociali delle aree coinvolte. Questa pratica, inserita nel tipico stile di vita nomade dei vasti deserti della regione, ha imposto forme di mobilità lenta e sostenibile, necessarie per permettere alle comunità di attraversare gli ambienti aridi e sfidanti delle dune di sabbia (Pétriat 2021; Chatty 2006; Szuchma 2009) ed è radicata profondamente nella tradizione locale7. Inoltre, il trasporto su cammelli ha rivestito e continua a rivestire un ruolo di notevole rilevanza sia nell’ambito economico sia in quello sociale8. Ciò evidenzia una continuità culturale che si dispiega attraverso lo spazio e il tempo e conduce oggi alla formulazione di pratiche turistiche, come escursioni nel deserto a dorso di cammello, conferendo alla mobilità lenta una rilevanza intrinseca nelle dinamiche socio-economiche dell’area.
Nell’Asia Sud-occidentale, l’analisi della mobilità lenta offre quindi un mezzo per comprendere la complessità dei paesaggi del patrimonio culturale (Shami 2015). Le pratiche legate alle esperienze nelle aree desertiche sono di fatto fonte di interazioni umane con l’ambiente, oltre il mero spostamento geografico, che si intrecciano con aspetti culturali, ecologici e storici.
Nel contesto di Wadi Rum, è emerso, da interviste e sopralluoghi, un nuovo paradigma di valorizzazione, noto come geoturismo, il quale rappresenta una modalità diversificata di fruizione turistica (Azzilonna et al. 2022). Questo approccio, sempre più diffuso negli ultimi anni, risulta particolarmente apprezzato dal campione intervistato, distinguendosi dal turismo “tradizionale” per l’offerta di esperienze alternative, distanti dal turismo di massa, privilegiando il contatto diretto con l’ambiente naturale e la valorizzazione culturale del paesaggio.
La strategia chiave per implementare efficacemente questo modello è stata la creazione di percorsi appositamente dedicati, che hanno consentito ai visitatori di esplorare in maniera diversa il territorio considerato. A Wadi Rum, oltre alle opzioni di esplorazione un po’ più comuni, tra cui il noleggio di veicoli 4x4, accompagnati da autista e guida, per escursioni di due o tre ore attraverso il deserto, i turisti intervistati hanno scelto tour a dorso di cammello insieme a una guida e, per il pernottamento, sono molto diffuse le opzioni di soggiorno in campi di tende che richiamano lo stile beduino.
Il paesaggio desertico si configura pertanto come un elemento intrinseco nelle diverse forme di mobilità lenta. Un’indagine condotta su 1840 recensioni in lingua inglese (Khawaldah 2023), specificamente focalizzate sul turismo nel deserto di Wadi Rum attraverso la piattaforma TripAdvisor, corrobora questa osservazione, offrendo un contributo di rilievo. Negli ultimi due decenni, si è osservato un aumento dei flussi turistici diretti verso luoghi di grande valore geologico e naturale, proprio come Wadi Rum e Petra che rappresentano dei veri e propri geositi e geomorfositi (Azzilonna et al. 2022). Esistono numerosi luoghi di interesse turistico che svolgono un ruolo significativo nello sviluppo del geoturismo, fornendo alternative complementari al turismo convenzionale e diversificando le possibilità di benefici economici e sociali. Non sorprende che molte iniziative nelle aree di studio volte alla promozione del geoturismo derivino da campagne di sensibilizzazione e coinvolgimento della popolazione locale. Ciò favorisce la creazione di un legame più profondo tra residenti e territorio, contribuendo a preservare e valorizzare le risorse naturali e geologiche per le generazioni future.
Dall’intervista somministrata il 10 marzo 2022 all’interprete giordano ed esperto di turismo, Ibrahim Semrin9, emerge un quadro complesso dell’economia e della società giordane, con implicazioni significative anche per il concetto di geoheritage. L’economia del paese è ampiamente dipendente da risorse naturali come il fosfato e il potassio, oltre che dall’agricoltura e ciò solleva questioni legate alla gestione sostenibile delle risorse geologiche10. Inoltre, la posizione strategica della Giordania nella regione e la sua stabilità politica, hanno un impatto diretto sulla conservazione e sulla gestione del geoheritage, in quanto fattori chiave per il mantenimento dei siti geologici e culturali. Infine, la ricca storia di tolleranza religiosa e l’attiva partecipazione delle donne nella società e nell’economia giordane sono elementi che possono contribuire a promuovere una comprensione e un apprezzamento più ampi dell’heritage del paese, favorendo un turismo più consapevole e sostenibile.
Anche i piani dell’Arabia Saudita all’interno di Vision 2030 (https://www.vision2030.gov.sa/en/) sono orientati alla diversificazione economica, alla valorizzazione del patrimonio e sono comprensivi di una serie di progetti di ampia portata attualmente in fase di implementazione in tutto il territorio nazionale. Tali iniziative sono progettate per promuovere nuovi settori economici e generare un significativo numero di opportunità occupazionali.
Dalle interviste somministrate ad Al-Ula a un archeologo e a una guida turistica professionista, è emersa la complessità delle interazioni storiche che hanno plasmato la distribuzione spaziale dei siti archeologici e delle imponenti strutture monumentali. La Vision 2030 ha delineato chiaramente lo sviluppo dei siti storici come priorità strategica e le istituzioni nazionali hanno progressivamente riconosciuto il vasto potenziale del geoturismo11 nel territorio del regno, un’opportunità che si è tradotta in iniziative mirate a promuovere e preservare il patrimonio storico e culturale del paese.
La letteratura ha evidenziato che questo cambio di prospettiva ha segnato un significativo spostamento verso un’economia più diversificata e orientata al turismo, sfruttando le ricchezze naturali e culturali dell’Arabia Saudita per stimolare la crescita economica e migliorare l’attrattività del paese come destinazione turistica (Al-Omari, Al-Marghirani 2017; Sen et al. 2024).
Anche dalle interviste somministrate a turisti e comunità locale saudita, la geoconservazione emerge come pilastro fondamentale nella protezione e nella gestione dei siti geologici, assicurando integrità nel lungo periodo, salvaguardando i valori paesaggistici e affrontando le minacce ambientali, antropiche e naturali che, tenuto conto delle specificità dell’area, potrebbero comprometterne l’integrità. Facilitando l’accesso ai siti geologici per esplorazioni scientifiche e turistiche, la geoconservazione contribuisce a promuovere ricerca e l’educazione ambientale, ma fornisce anche opportunità per lo sviluppo del turismo sostenibile, consentendo ai visitatori di vivere esperienze significative e coinvolgenti in armonia con l’ambiente naturale (Prosser et al. 2011; Sen et al. 2024).
Tuttavia, l’impatto del recente ingresso nel turismo internazionale da parte dell’Arabia Saudita emerge chiaramente nel confronto, per esempio, con il caso del sito archeologico di Petra, che annualmente attira circa 470.000 turisti (Ministry of Tourism & Antiquities 2022; Morazzoni, Zavettieri 2023), grazie alla sua consolidata posizione tra le principali destinazioni di viaggio del Vicino Oriente. La tardiva apertura saudita al turismo, iniziata solo nel 2019 con la concessione del visto turistico, ha delineato una nuova fase di sviluppo per il settore. Va però notato che questo ritardo ha condizionato significativamente la percezione dei siti archeologici, come Hegra, nel contesto turistico internazionale. A differenza di Petra, le cui notorietà e affluenza turistica sono state solidamente stabilite grazie a decenni di apertura ai flussi, Al-Ula ha subìto una visibilità limitata e uno sfruttamento turistico minimo fino a tempi recenti. Nonostante sia ben collegata anche con gli EAU, è evidente che Al-Ula e altre risorse archeologiche richiedano un’attenzione mirata e una strategia di sviluppo turistico ben pianificata per sfruttare appieno il loro potenziale. L’Arabia Saudita si trova ora di fronte alla sfida di bilanciare lo sviluppo turistico con la preservazione dell’heritage.
In merito all’Oman, anche la Vision 2040 si propone di avviare l’economia del Paese in una direzione più competitiva e il turismo culturale riveste un ruolo fondamentale in questo processo. L’obiettivo è quello di ridurre la dipendenza dall’industria energetica e degli idrocarburi, attualmente principale fonte di ricchezza del Paese, attraverso la promozione di un turismo che valorizzi il patrimonio nazionale.
Grazie a morfologia e fattori storici12, l’Oman offre un’ampia varietà di itinerari culturali (Fig. 7). La diversità paesaggistica del Sultanato, che va dalle montagne al deserto fino alla costa, insieme alla sua ricca eredità culturale, crea un contesto unico per il turismo culturale.
Nei siti montani omaniti, si è evidenziata negli anni una carenza significativa di infrastrutture e di sviluppo che ha ostacolato la crescita economica e privato la popolazione locale di un adeguato tenore di vita. Questa situazione è ancora tangibile in alcuni villaggi di montagna, dove, come è emerso dall’osservazione partecipata e dalle interviste somministrate agli abitanti, poi confermato dall’analisi dei dati, la mancanza di investimenti infrastrutturali e di opportunità economiche ha condotto a un graduale abbandono da parte della popolazione autoctona. La scarsità di infrastrutture, che include strade, servizi pubblici e strutture ricettive, rappresenta una barriera significativa per lo sviluppo delle comunità rurali dell’Oman. Inoltre, la mancanza di opportunità di lavoro e di servizi di base contribuisce a un ciclo di impoverimento e isolamento sociale, spingendo molti residenti a cercare migliori prospettive a Muscat. Questo ha portato all’abbandono progressivo di molte di queste comunità, con conseguenti perdite culturali significative per il tessuto sociale dell’Oman.
Paradossalmente, la mancanza di modernizzazione ha agito come un baluardo nel preservare intatto il ricco patrimonio culturale, antropico, geologico e naturalistico dei luoghi (Azzilonna et al. 2022). Questa conservazione ha creato, nell’ultimo decennio, le premesse per uno sviluppo che va oltre l’agricoltura e il settore primario, aprendo le porte al turismo lento e alle attività connesse (escursioni, esperienze culinarie, soggiorni in guest house etc.) e offrendo così un’opportunità concreta per contrastare l’emigrazione giovanile, una sfida che affligge molte comunità rurali presenti in alcune aree della montagna omanita.
È quindi evidente che il ruolo della comunità locale, e il senso di appartenenza ad essa, sono di fondamentale importanza in questo processo (Banini, Pollice 2015). L’attiva partecipazione delle comunità e la promozione di forme significative di radicamento territoriale delle iniziative messe in atto dagli abitanti risultano essere condizioni essenziali per il successo di tali progetti (Albolino 2019). Pertanto, è opportuno integrare nelle riflessioni geografiche le esperienze sia della comunità residente sia dei turisti, considerandoli abitanti temporanei. Sono proprio queste che costituiscono e valorizzano gli elementi identitari del territorio, fungendo da memorie tangibili e, nel contempo, strumento di empowerment per coloro che vi partecipano (Ashworth 2020).
Tali elementi rappresentano un significativo passo avanti nel campo della ricerca geografica, contribuendo in modo sostanziale alla comprensione e alla conservazione dei paesaggi culturali e naturali. La comunità accademica, tuttavia, ha dedicato relativamente poca attenzione ad alcuni temi che potrebbero caratterizzare il turismo lento in territorio omanita, primo tra tutti la connessione tra le antiche vie commerciali, in particolare la Via della Seta (Liu 2010; Winter 2020; Zavettieri 2023).
Le missioni di ricerca condotte sul campo indicano, infatti, la presenza di estensioni della Via della Seta all’interno del paesaggio storico dell’Oman, suggerendo che le principali rotte commerciali del Sultanato fossero connesse alla Cina13, come attestato da un corpus di letteratura (Wilkinson 1977; Tong et al. 2017; Han, Chen 2018).
Tuttavia, la discussione sul tema delle antiche rotte commerciali in Oman è limitata e affrontata principalmente da una prospettiva archeologica (Rose 2022). Solo in pochi luoghi, come il Museo Nazionale dell’Oman, i visitatori vengono informati sulle rotte commerciali dell’incenso e su altri aspetti storici rilevanti14.
5. Riflessioni conclusive
La presenza di Vision nazionali orientate alla diversificazione dell’economia emerge come un comune denominatore tra i paesi considerati che si impegnano nella riduzione della dipendenza dalle risorse naturali e dagli idrocarburi, una sfida importante per il conseguimento di uno sviluppo economico sostenibile. Inoltre, l’ambiente montano impone sfide significative in termini di accessibilità e valorizzazione turistica (Beaver, Purrington 1984; Morazzoni, De Ponti, Colombo 2010).
La difficoltà intrinseca nell’accesso alle aree montane e desertiche, congiunta alla carenza di infrastrutture, agisce come un ostacolo sostanziale al progresso turistico in queste regioni, le quali hanno visto una priorità accordata allo sviluppo delle zone costiere, trascurando il potenziale delle aree montane. Un esempio lampante di questa tendenza è rappresentato da progetti come King Abdullah Economic City (KAEC) che hanno ricevuto notevole attenzione e investimenti per la valorizzazione turistica, venendo persino incluse nelle traiettorie crocieristiche, mentre le risorse montane sono rimaste relativamente inespresse. Anche il progetto NEOM meriterà attenzione da parte degli studi geografici, ponendosi come elemento di trasformazione radicale del paesaggio tradizionale con un impatto ambientale significativo. Inoltre, la necessità di prendere un volo aereo interno per spostarsi ad Al-Ula da Jeddah o da altre località del paese, rappresenta un deterrente per i turisti che preferiscono rimanere nelle zone costiere più facilmente accessibili. Questa situazione contribuisce ulteriormente alla concentrazione del turismo nelle aree costiere a discapito di quelle montane.
Anche la costa e i waterfront di Muscat, le isole Daymaniyat e Salalah in Oman hanno goduto di un’intensa valorizzazione turistica, con investimenti mirati verso lo sviluppo delle infrastrutture costiere e la promozione del turismo balneare, a discapito della valorizzazione delle aree montane. Un contrasto interessante è rappresentato da Aqaba in Giordania, che, pur presentando uno sviluppo urbano limitato, ha visto un notevole sviluppo turistico balneare grazie agli investimenti nel settore turistico, evidenziando un’attenzione selettiva verso le risorse costiere piuttosto che desertiche e interne.
Questi esempi mettono in luce la necessità di una pianificazione più equilibrata, che valorizzi in modo sostenibile anche le aree montane, prendendo in considerazione l’equilibrio ambientale e sociale per garantire uno sviluppo turistico armonioso e duraturo (De Vecchis 1988).
La prospettiva di una potenziale apertura al turismo di massa da parte delle comunità locali dei Paesi considerati solleva poi questioni di rilevanza fondamentale, con tutte le implicazioni culturali e sociali ad essa connesse. Tali comunità, infatti, potrebbero optare per la conservazione della propria identità culturale e per la salvaguardia dell’ambiente adottando strategie di clusterizzazione (Morazzoni 2003). Questo approccio può essere osservato nel caso di progetti come il quartiere The Pearl a Doha o Al Mouj a Muscat, concepiti specificamente per accogliere un pubblico europeo e straniero piuttosto che locale e musulmano. Tale segregazione spaziale può anche generare divisioni sociali e culturali all’interno della comunità locale, sottolineando la necessità di equilibrare il turismo con la preservazione dell’identità e della coesione sociale.
La tematica dello sviluppo turistico nei paesi considerati si configura come un ambito complesso che richiede un approccio equilibrato, capace di considerare le necessità delle comunità locali, la sostenibilità ambientale e l’integrazione economica a livello nazionale. La ricerca di soluzioni efficaci implicherà pianificazione e coinvolgimento delle parti interessate, al fine di assicurare uno sviluppo turistico sostenibile e inclusivo.
Riconoscimenti
L’articolo, pur essendo interamente scritto dall’autrice, è il risultato di un lavoro di riflessione congiunta maturato nell’ambito di una serie di progetti di ricerca nazionali e internazionali, condotti in collaborazione con Yaseen Al-Mulla (Sultan Qaboos University), Abdullah Al-Gafri (UNESCO Chair on Aflaj Studies - Nizwa University), Monica Morazzoni (Università IULM di Milano). Altresì il contributo è parte delle attività di ricerca del programma PRIN bando 2020 nell’ambito del progetto PRIN 2020 - MIND prot. 2020XWM9ML.
Riferimenti bibliografici
Albolino, O. (2019). Lo sviluppo locale partecipato per la valorizzazione delle aree rurali nella Montagna materana. In Pollice F., Urso G., Epifani F. (a cura di). Ripartire dal Territorio. I limiti e le potenzialità di una pianificazione dal basso, Place Telling - X Incontro Italo-Francese di Geografia Sociale. Lecce, Università del Salento (Collana di Studi Geografici sui luoghi e sulle loro rappresentazioni, 2), 125-138.
Al-Ghafri, A. (2018). Overview about the Aflaj of Oman. In: Proceedings of the International Symposium of Khattaras and Aflaj, Erachidiya, Morocco, 9 October 2018 Overview, 1-22.
Al-Ghafri, A., Inoue T., Nagasawa T. (2007). Irrigation Scheduling of Aflaj of Oman. Hokkaido, University of Hokkaido.
Al-Omari, A.H., Al-Marghirani, A. (2017). Smart Tourism Architectural Model (Kingdom of Saudi Arabia: A Case Study). International Journal of Advanced Computer Science and Applications, 8(10), 76-81. DOI: https://doi.org/10.14569/IJACSA.2017.081010
Ashworth, G.J. (2020). Heritage in Ritual and Identity. In Brosius, C., Polit, K.m. (Eds.). Ritual, heritage and identity. London, Routledge India, 19-38.
Aubuchon, J. W. (2017). Sahara as Symbol in Later Twentieth-Century North African Literature: An Introductory Essay and Three Stories of the Desert. Doctoral dissertation, Harvard University. https://dash.harvard.edu/server/api/core/bitstreams/662ecfcc-1961-4730-9d91-298cf191218b/content
Azzilonna, V., Corrado, G., Gioia, D., Albolino, O., Schiattarella, M. (2022). La valorizzazione del patrimonio naturalistico e culturale del territorio di Grassano e Grottole in Basilicata per un turismo sostenibile: Analisi geomorfologica e GIS per proposte di itinerari. Documenti geografici, 2, 183-204. DOI: https://doi.org/10.19246/DOCUGEO2281-7549/202102_13
Banini, T., Pollice, F. (2015). Territorial Identity as a Strategic Resource for the Development of Rural Areas. Semestrale di studi e ricerche di geografia, 1, 7-16. DOI: https://doi.org/10.13133/1125-5218.15105
Beaver, P. D., Purrington, B. L. (a cura di, 1984). Cultural adaptation to mountain environments. Athens, University of Georgia.
Berque, A. (2000). Mediance: de milieux en paysages. Paris, Belin.
Berti, E. (2012). Itinerari culturali del Consiglio d’Europa tra ricerca di identità e progetto di paesaggio. Firenze, Firenze University Press.
Bozzato, S. (2017). Mezzogiorno e sviluppo Euro-Mediterraneo. Gli Itinerari Culturali per una nuova visione territoriale. Documenti geografici, 2, 71-88. DOI: https://doi.org/10.19246/docugeo2281-7549/201602_04
Braun, V., Clarke, V. (2019). Reflecting on Reflexive Thematic Analysis. Qualitative Research in Sport, Exercise and Health, 11(4), 589-597. DOI: https://doi.org/10.1080/2159676X.2019.1628806.
Cisani, M. (2020). Paesaggi e mobilità: Strumenti per le geografie del quotidiano. Milano, FrancoAngeli.
Chatty, D. (2006). Nomads of the Middle East and North Africa Facing the 21st Century. In Chatty, D. (Ed.). Nomadic Societies in the Middle East and North Africa. Leida, Brill (Handbook of Oriental Studies. Section 1 The Near and Middle East, 81), 1-30.
China Culture (2015). Chinese New Year Brings Cheer to Muscat Art Festival. http://en.chinaculture.org/2015-01/29/content_597143.htm
Coratza, P, Hoblea, F (2018). The specificities of geomorphological heritage. In Reynard, E, Brilha, J. (Eds.). Geoheritage. Assessment, Protection, and Management. Amsterdam, Elsevier, 87-106.
Csapò, J. (2012). The Role and Importance of Cultural Tourism in Modern Tourism Industry. In Kasimoglu, M. (Ed.). Strategies for Tourism Industries. Micro and Macro Perspectives. IntechOpen.
Cummings, M.C. (2009). Cultural Diplomacy and the United States Government: A Survey (Cultural Diplomacy Research Series). Washington.
Deng, J., King, B., Bauer, T. (2002). Evaluating Natural Attractions for Tourism. Annals of Tourism Research, 29(2), 422-438. DOI: https://doi.org/10.1016/S0160-7383(01)00068-8
De Vecchis, G. (1988). La montagna italiana tra degrado e sviluppo. Il ruolo delle comunità montane. Roma, LUMSA.
Fanfani, D. (2008). Sviluppo rurale, pianificazione e paesaggio: verso una prospettiva di integrazione? Contesti: città, territori, progetti: rivista del Dipartimento di urbanistica e pianificazione del territorio, 1, 1000-1005.
Garau, C., Annunziata, A., Yamu, C. (2020). The Multi-Method Tool “PAST” for Evaluating Cultural Routes in Historical Cities: Evidence from Cagliari, Italy. Sustainability, 12(14), 5513. DOI: https://doi.org/10.3390/su12145513
Khawaldah, H.A. (2023). Desert Tourism in Wadi Rum, Jordan: Destination Image, Challenges, and Planning Strategies. Migration Letters, 20(S8), 341-358. DOI: https://doi.org/10.59670/ml.v20iS8.4525
Klarin, A., Park, E., Xiao, Q., Kim, S. (2023). Time to Transform the Way We Travel? A Conceptual Framework for Slow Tourism and Travel Research. Tourism Management Perspectives, 46, 101100. DOI: https://doi.org/10.1016/j.tmp.2023.101100
Han, Z., Chen, X. (2018). Historical Exchanges and Future cooperation between China and Oman under the “Belt & Road” Initiative. International Relations and Diplomacy, 6(1), 1-15. DOI: https://doi.org/10.17265/2328-2134/2018.01.001
Ingold, T. (2011). Being Alive: Essays on Movement, Knowledge and Description. London, Routledge.
Jamaliah, M. M., Alazaizeh, M. M., Alzboun, N., Alzghoul, Y. A. (2019). Protected Area Tourism in Jordan: An Exploratory Study. Tourism Recreation Research, 44(1), 41-53. DOI: https://doi.org/10.1080/02508281.2018.1528723
Liu, X. (2010). The Silk Road in World History. Oxford, Oxford University Press.
Winter, T. (2020). Silk road diplomacy: Geopolitics and histories of connectivity. International Journal of Cultural Policy. 26(7), 898-912. DOI: https://doi.org/10.1080/10286632.2020.1765164
Lugon, R., Pralong, JP, Reynard, E. (2006). Patrimoine culturel et géomorphologie: le cas valaisan de quelques blocs erratiques, d’une marmite glaciaire et d’une moraine. Bulletin de la Murithienne, 124, 73-87. https://doc.rero.ch/record/24630/files/BCV_N_112_124_2006_073.pdf
Massad, J. (2001). Colonial effects: The making of national identity in Jordan. New York, Columbia University Press.
Makhzoumi, J. (2016). From urban beautification to a holistic approach: the discourses of ‘landscape’in the Arab Middle East. Landscape Research, 41(4), 461-470. DOI: https://doi.org/10.1080/01426397.2016.1156068
Mason, O. (2023). The geographies of colonial infrastructures: Mobility, im/materiality, and politics on walking trails in the MiddleEast. Transaction of the Institute of British Geographers, 48, 506-524. DOI: https://doi.org/10.1111/tran.12599
Mata, R., Ferrer, D. (2012). La traza olvidada del acueducto de Segovia. Estudio y propuesta de ordenación. Nimbus, 29-30, 417-430. https://repositorio.ual.es/bitstream/handle/10835/2959/Dialnet-LaTrazaOlvidadaDelAcueductoDeSegoviaEstudioYPropue-4376864.pdf;sequence=1
Ministry of Tourism & Antiquites Jordan (2022). Statistiche del turismo per l’anno 2022. https://www.mota.gov.jo/Default/en
Moosavi, S., Makhzoumi, J., Grose, M. (2016). Landscape Practice in the Middle East between Local and Global Aspirations. Landscape Research, 41(3), 265-278. DOI: https://doi.org/10.1080/01426397.2015.1078888
Morazzoni, M. (2003). Turismo, territorio e cultura. Novara, DeAgostini.
Morazzoni, M., De Ponti, P., Colombo, D. (2010). Montagna e turismo. Le Alpi italiane tra geografia e cultura. Bologna, Archeolibri.
Morazzoni, M., Zavettieri, G.G. (2023). Geografia, nuove tecnologie e turismo. Roma, Carocci.
Morazzoni, M., Zavettieri, G.G., Scafa, L. (2023). Practices of Re-naming and Re-semanticizing Places in Ibn Gubayr’s Journey (Rihla, XII century). Semestrale di Studi e Ricerche di Geografia, 35(1), 35-44. DOI: https://doi.org/10.13133/2784-9643/18284
Panizza, M., Piacente, S. (2003). Geomorfologia culturale. Bologna, Pitagora.
Pavan, A. (2023). A Conceptual Investigation of the Transformation of AlUla into a Global Tourism Destination: Saudi Arabia Rediscovers Its Pre-Islamic Heritage and Bets on Cultural Diplomacy. Ottoman: Journal of Tourism & Management Research, 8(2), 1152-1168. DOI: https://doi.org/10.5281/zenodo.8278845
Pétriat, P. (2021). The Uneven Age of Speed: Caravans, Technology, and Mobility in the Late Ottoman and Post-Ottoman Middle East. International Journal of Middle East Studies, 53(2), 273-290. DOI: https://doi.org/10.1017/S002074382100012X
Polvonov, J. (2021). Caravanserais on the Great Silk Road and Their Archeological Site. American Journal of Social Science and Education Innovations, 3(2), 80-87. DOI: https://doi.org/10.37547/tajssei/Volume03Issue02-13
Pica, A., Vergari, F., Fredi, P., Del Monte, M. (2016). The Aeterna Urbs geomorphological heritage (Rome, Italy). Geoheritage, 8(1), 31-42. DOI: https://doi.org/10.1007/s12371-015-0150-3
Portal, C. (2012). Trajectoires culturelles des géomorphosites ou comment rendre visible le “ relief-géogramme”. Géocarrefour, 87(3-4), 187-198. DOI: https://doi.org/10.4000/geocarrefour.8816
Prosser, C.D., Bridgland, D.R., Brown, E.J., Larwood, J.G. (2011). Geoconservation for Science and Society: Challenges and Opportunities. Proceedings of the Geologists Association, 122(3), 337-342. DOI: https://doi.org/10.1016/j.pgeola.2011.01.007
Rabbiosi, C. (2009). L’intruso: le dinamiche spazio-temporali di una pratica di mobilità ‘non critica’. In Borghi, R., Celata, F. (Eds.) Turismo critico. Milano, Unicopli, 173-198.
Reynard, E., Giusti, C. (2018). The Landscape and the Cultural Value of Geoheritage. In Reynard, E., Brilha, J. (Eds.). Geoheritage. Assessment, Protection, and Management. Amsterdam, Elsevier, 147-166.
Rose, J.I. (2022). An Introduction to Human Preistory in Arabia. The Lost World of the Southern Crescent. Cham, Springer.
Samman, K. (2010). The Temporal Template of Tourism: A Comparative Analysis of Epcot Center (Orlando) and Wadi Rum (Jordan). Journal of Tourism and Cultural Change, 8(4), 305-315. DOI: https://doi.org/10.1080/14766825.2010.521250
Sen, S., Abouelresh, M.O., Al-Musabeh, A.H, Al-Ismail, F.S. (2024). Potential Geoheritage Resources in Saudi Arabia for Geotourism Development: In the Context of IUCN Theme. International Journal of Geoheritage and Parks, 12(1), 98-112. DOI: https://doi.org/10.1016/j.ijgeop.2024.01.004
Serrano, E., González-Amuchastegui, M.J. (2020). Cultural Heritage, Landforms, and Integrated Territorial Heritage: The Close Relationship Between Tufas, Cultural Remains, and Landscape in the Upper Ebro Basin (Cantabrian Mountains, Spain). Geoheritage, 12, 86. DOI: https://doi.org/10.1007/s12371-020-00513-z
Shami, S. (2015). Middle East, North Africa: Sociocultural Overview. International Encyclopedia of the Social & Behavioral Sciences (Second Edition), 354-359. DOI: https://doi.org/10.1016/B978-0-08-097086-8.12109-9
Smith, B. J., Pellitero, R., Alexander, G. (2011). Mapping Slope Instability at the Giant’s Causeway and Causeway Coast World Heritage Site: Implications for Site Management. Geoheritage, 3(3), 253-266. DOI: https://doi.org/10.1007/s12371-010-0021-x
Swarbrooke, J. (1994). The Future of the Past: Heritage Tourism into the 21st Century. In Seaton, A.V. (Ed.). Tourism, the state of the art. Chichester, Wiley, 222-229.
Szuchma, J. (Eds., 2009). Nomads, Tribes, and the State in the Ancient Near East: Cross-Discipilinary Perspectives. Chicago, University of Chicago.
Wilkinson, J.C. (1977). Sohar in the Early Islamic Period: The written evidence. South Asian Archaeology, 2, 887-907.
Tong, F., Han, Z.B., Chen, X.Q. (2017). Guide to the World Nations: Oman. Beijing, Social Sciences Academic Press.
Wu, S.K. (2015). The Strategic Docking between China and Middle East Countries under the “Belt and Road” framework. Journal of Middle Eastern and Islamic Studies (in Asia), 9(4), 1-13. DOI: https://doi.org/10.1080/19370679.2015.12023270
Zavettieri, G.G. (2023). New Technologies for the Enhancement of Cultural, Mercantile and Travel Itineraries. The Case of Oman. In Lazzeroni, M., Morazzoni, M., Zamperlin, P. (Eds.). Geografia e tecnologia: transizioni, trasformazioni, rappresentazioni. Firenze, Società di Studi Geografici. Memorie geografiche, 413-420.
Zhou, Z., Zheng, X. (2022). A Cultural Route Perspective on Rural Revitalization of Traditional Villages: a Case Study from Chishui, China. Sustainability, 14(4), 2468. DOI: https://doi.org/10.3390/su14042468
1 Quest’ultimo approccio si basa sull’influenza della cultura sullo sviluppo dei territori e dei paesaggi, sulla percezione culturale, sulla gestione del patrimonio geomorfologico da parte dei residenti e degli utenti e infine, sulla relazione e sull’integrazione del patrimonio culturale e geomorfologico col territorio e col paesaggio.
2 Il concetto di geoheritage, emerso inizialmente durante la Malvern International Conference on Geological and Landscape Conservation del 1993 nel Regno Unito, rappresenta l’intersezione tra geologia e patrimonio, costituendo l’aspetto geologico del patrimonio naturale e culturale. Il termine “patrimonio geologico” è stato menzionato per la prima volta al First International Symposium on the Conservation of our Geological Heritage a Digne, in Francia, nel 1991. Ulteriori contributi concettuali sono stati apportati da Sharples nel 2002. Successivamente, nel 2021, Sadry ha esteso il concetto di geoheritage per includere le destinazioni verticali, come la geologia planetaria.
3 La storia dei Nabatei risale al VI secolo a.C. Essi erano noti come abili idraulici per la loro capacità di gestire e controllare l’acqua nel deserto. La loro civiltà fiorì nel IV secolo a.C., quando costruirono le prime tombe a Petra, che rimase la loro capitale anche quando i Romani conquistarono la regione nel 106 d.C. I Nabatei erano costruttori di case e templi, e credevano nella vita dopo la morte, quindi le loro “case del futuro” erano scavate nella roccia per durare per sempre. Con il passare del tempo, molte di queste strutture sono state distrutte, lasciando solo le cave e le tombe scavate nella roccia, tra cui il celebre Tesoro di Petra.
4 L’Arabia Saudita ha iniziato ad aprire gradualmente il turismo nel paese a partire dal settembre 2019. Prima di questa data, l’accesso al turismo in Arabia Saudita era limitato e soggetto a restrizioni severe. Tuttavia, con il lancio del programma di turismo Saudita Vision 2030, il paese ha intrapreso una serie di riforme volte a promuovere il turismo e ad aprire le porte a visitatori stranieri. Questo ha incluso l’introduzione di visti turistici e l’apertura di nuove attrazioni nel paese (https://www.vision2030.gov.sa/en/).
5 Con particolare riferimento alla collaborazione con l’Italia, risulta interessante citare il progetto “REMAP: Mosaic Tiles, Signs, Landscape & Virtual Narratives - Rethinking the Madaba Map in the Third Millennium” che rappresenta un’importante iniziativa che unisce ricerca geografica, storia dell’arte e tecnologia per esplorare il patrimonio culturale della Giordania, in particolare la celebre Mappa di Madaba. Attraverso un approccio multidisciplinare, il progetto mira a riconsiderare questa preziosa mappa del VI secolo d.C. e ad esplorare il suo significato nel contesto del terzo millennio.
6 I commentari biblici hanno contribuito a plasmare nell’immaginario del colonizzatore l’idea dell’Arabo come un uomo tribale che viveva nel deserto con il suo cammello e le sue capre, diventando il filtro attraverso il quale l’Europa cristiana avrebbe interpretato tutti gli Arabi. In realtà, ciò che hanno effettivamente fatto è stato rappresentare il beduino del deserto come se vivesse in un tempo passato, tradizionale e allocronico, spazialmente e temporalmente distante dalle comunità urbanizzate moderne (Samman 2010).
7 Il deserto ha giocato un ruolo interessante durante l’hijra, poiché il Profeta e i suoi compagni dovettero attraversare le aspre e aride regioni desertiche per raggiungere il loro nuovo luogo di insediamento. Il deserto non solo rappresentava un ostacolo fisico e logistico, ma era anche un contesto in cui la fiducia in Dio e la resilienza erano fondamentali, e ciò è ripreso anche nella religione cristiana. Quindi la presenza del deserto nel percorso sottolinea l’importanza della fiducia in Dio e della perseveranza nelle sfide della vita, temi che sono intrinseci all’insegnamento islamico. Anche dal punto di vista letterario e storico, il deserto è impregnato di un’aura simbolica che si riflette nelle gesta di personalità iconiche come Lawrence d’Arabia. Celebre per il suo ruolo preminente durante la prima guerra mondiale, egli si distinse quale ufficiale di collegamento britannico all’interno dell’esercito arabo insurrezionale, impegnato nella lotta contro l’Impero ottomano. La sua capacità di attraversare le distese desertiche e il suo coinvolgimento pionieristico nelle rivolte arabe lo innalzarono a una statura leggendaria negli annali della storia.
8 L’importanza del ruolo dei cammelli trova un esemplare caso nell’Oasi di Liwa, situata nella regione occidentale ad Abu Dhabi negli Emirati Arabi Uniti. Con una larghezza di circa 100 km e posizionata a Sud-Est della città di Abu Dhabi, Liwa è rinomata per ospitare alcune delle più imponenti dune di sabbia del mondo. Tuttavia, ciò che distingue quest’area non è solo la sua maestosità naturale, ma anche l’impiego innovativo di un cammello di nome Rafia da parte di Google per catturare la sua bellezza nelle sue street view. Sebbene possa sembrare una soluzione sorprendentemente basica in un’epoca di tecnologie avanzate, l’uso del cammello ha dimostrato di essere altamente efficace nel fornire una prospettiva autentica e suggestiva del paesaggio desertico di Liwa.
9 L’intervista è stata somministrata insieme alla collega Monica Morazzoni dell’Università IULM di Milano che ha condotto una prima fase field della ricerca con la scrivente.
10 Risorse come il fosfato e il potassio, rappresentano una componente fondamentale del sistema economico della Giordania, contribuendo in modo significativo al reddito nazionale e all’occupazione. Tuttavia, la loro estrazione e sfruttamento devono essere bilanciati con la necessità di preservare l’integrità ambientale e geologica del territorio.
11 I geositi sauditi sono suddivisi in geomorfologici e geologici con un significativo valore scientifico, educativo e turistico, e includono harrat, scarpate, grotte, mesas, butte, pinnacoli, canyon, isole, dune eoliche e coralli subacquei (Sen et al. 2024).
12 Per approfondimenti sul tema si vedano gli scritti di John C. Wilkinson.
13 Questa comunicazione culturale ed economica si riflette nelle attuali relazioni amichevoli tra i due Paesi (Wu, 2015; China Culture 2015; Zavettieri 2023).
14 Il Dhofar, il governatorato omanita situato nella parte meridionale del Sultanato, è uno dei pochi luoghi al mondo in cui gli alberi di incenso (Boswelia sacra) crescono naturalmente, grazie al monsone Khareef che attraversa la zona durante i mesi estivi. Il commercio dell’incenso ha una lunga storia, che risale al terzo millennio a.C. e coinvolge interazioni con la Mesopotamia, l’Indo e l’Egitto. A riconoscimento dell’importanza del commercio dell’incenso nel corso dei secoli, quattro siti sono stati iscritti nella lista del Patrimonio mondiale dell’UNESCO: al-Baleed, Khor Rori (Sumhuram), Shisr (Ubar) e Wadi Dawkah. Queste informazioni sono state ottenute dal Museo Nazionale di Muscat (2023).