https://doi.org/10.36253/bsgi-7534

Aging e migrazioni: la “ragnatela” dei nuovi residenti dalle città alle Aree Interne

Aging and Migration: The “Web” of New Residents from Cities to Inner Areas

Carla Ferrario

Dipartimento di Studi per l’Economia e l’Impresa, Università del Piemonte Orientale, Novara, Italia

E-mail: carla.ferrario@uniupo.it

Abstract. The study presents the preliminary results of a broader research work on the topic of the migratory phenomenon and its “territorialization processes”. Italy is facing the rapid aging of its population, and if this highlights the positive increase in life expectancy, on the other hand underscores low birth rates. According to Istat (2024a), life expectancy in 2023 was estimated to be around 80,6 years for men and 85,1 for women, while the birth rate fell below 400,000. In this context, migration can play an important role since the arrival of an active population with a higher propensity to have children could not only partially mitigate the population decline but also ensure the economic and social revitalization of declining areas. The article analyses the relationship between aging and residential mobility of foreigners in so-called “Are Interne” (Strategia Nazionale per le Aree Interne, SNAI, Article 1 of Legge di stabilità 2014 n. 147/2013). Starting from a reflection on inner areas that allows for rethinking relationships between peripheral territories and urban contexts, the study focuses on the themes of aging, mobility, human and social capital.

Keywords: aging, “Aree Interne”, social and human capital, population.

Riassunto. Lo studio presenta i risultati preliminari di un lavoro di ricerca più ampio sul tema del fenomeno migratorio e dei suoi processi di territorializzazione. L’Italia si trova ad affrontare il rapido invecchiamento della popolazione, che se da un lato rileva il positivo l’aumento dell’aspettativa di vita dall’altro evidenzia bassi livelli di natalità. Secondo l’Istat (2024a) la speranza di vita nel 2023 è stata stimata intorno agli 80,6 anni per gli uomini e 85,1 per le donne, mentre la natalità è scesa sotto le 400mila unità. In questo contesto, le migrazioni possono giocare un ruolo importante poiché l’arrivo di migranti in età attiva con una maggiore propensione a fare figli, non solo potrebbe mitigare in parte il calo della popolazione, ma garantire la rivitalizzazione economica e sociale. L’articolo analizza il rapporto tra invecchiamento e mobilità residenziale dagli stranieri in quei territori definiti “Aree Interne” (Strategia Nazionale per le Aree Interne, SNAI, istituita dall’articolo 1 della legge di stabilità 2014 n. 147/2013). Partendo dalla riflessione sulle relazioni tra territori periferici e contesti urbani lo studio si concentra sui temi dell’invecchiamento, della mobilità e del capitale umano e sociale.

Parole chiave: invecchiamento, capitale e umano sociale, Aree Interne, popolazione.

Contents

1. Introduzione

2. Invecchiamento e immigrazione in Italia

3. Dal capitale umano a quello sociale: valori e modelli migranti per la comunità di destinazione

4. Il territorio d’indagine: le Aree Interne italiane

5. Il rapporto immigrazione ed aging nelle Aree Interne

6. Conclusioni

Riferimenti bibliografici

1. Introduzione

L’immigrazione può influenzare significativamente la composizione demografica di una nazione. In Italia, dove la popolazione sta invecchiando progressivamente, i nuovi residenti possono contribuire a mantenere l’equilibrio demografico, sostenere la forza lavoro, alimentare il welfare e colmare la carenza di manodopera, sia qualificata che non qualificata. Una strategia per affrontare tali lacune nel mercato del lavoro e nei sistemi assistenziali (pensioni, sanità, scuole) potrebbe consistere nell’attrarre e promuovere la permanenza di cittadini provenienti da Paesi terzi, in particolare dei giovani.

L’Italia, come molti altre nazioni, affronta il costante equilibrio tra accoglienza e controllo delle frontiere, integrazione e gestione delle sfide sociali connesse all’immigrazione. La gestione dei flussi migratori è una questione complessa e multidimensionale che coinvolge questioni economiche, sociali, politiche e umanitarie e che oggi, nel mondo globalizzato, si caratterizza per una forte eterogeneità. Si tratta di una popolazione diversificata e in costante crescita, per cui le interpretazioni classiche devono essere declinate sulla base delle loro attuali caratteristiche e nuove modalità di territorializzazione. Le moderne migrazioni vedono donne partire lasciando a casa la famiglia, giovani di seconda generazione (nati in Italia oppure all’estero ma arrivati in età prescolare), lavoratori con poche competenze o, al contrario, altamente qualificati e giovani che scelgono volontariamente il nostro Paese per la loro formazione terziaria.

La presenza di stranieri interessa ormai da anni non solo le grandi città, ma anche i medi e piccoli centri urbani e le aree rurali, coinvolte da quel processo che C. Brusa (1999) identifica come “ragnatela etnica”. La migrazione è ormai un fenomeno strutturato, stabile e sviluppato su più generazioni e su più scale territoriali. In particolare, le reti di solidarietà hanno spinto i migranti a stanziarsi al di fuori delle aree metropolitane (Cristaldi 2012, 54), determinando una diffusione capillare nello spazio che ha interessato tutti i centri, indipendentemente dalla dimensione e dall’altitudine.

Il cambiamento culturale e strutturale che sta vivendo il sistema economico e sociale italiano, con l’ingresso di popolazione giovane proveniente da diverse parti del mondo, è oggetto di osservazione da più di due decenni, dagli esperti di varie discipline (tra cui la sociologia, l’economia e la geografia) con lo scopo di analizzare i processi che li guidano e caratterizzano tale mutamento.

Il presente contributo vuole identificare, attraverso un approccio qualitativo e quantitativo, le pratiche socio-spaziali, le forme di territorializzazione e il rapporto tra il saldo migratorio e l’invecchiamento in atto nei contesti italiani definiti “Aree Interne”.

Inoltre, prendendo come punto di partenza l’articolazione del concetto di capitale (umano e sociale) e i suoi legami con i migration studies (Lazzeroni, Meini 2019, 67-68), l’articolo si pone l’obiettivo di identificare le connessioni tra gli immigrati e il tessuto connettivo locale, il quale subisce gli effetti della presenza di un nuovo contributo di risorse economiche e sociali portate dal fenomeno migratorio. In particolare, l’intento è quello di indagare il rapporto tra aging e migrazioni nelle Aree Interne, evidenziando il ruolo di trasformazione che i “nuovi residenti” possono determinare in termini di capitale umano e sociale. Questi due fenomeni stanno trasformando la demografia e il sistema socio-economico italiano. In particolare, le migrazioni moderne hanno sempre più la struttura di una fitta rete (una ragnatela), poiché i nuovi residenti si spostano dalle città verso le zone più periferiche, con implicazioni significative sul sistema socio-economico di questi territori.

2. Invecchiamento e immigrazione in Italia

Il tema centrale del contributo è lo studio congiunto del fenomeno dell’invecchiamento della popolazione nei territori marginali e quello della mobilità umana. Nello specifico, in questo paragrafo, si analizzeranno i legami tra i due fenomeni dal punto di vista quantitativo.

In relazione al primo aspetto, l’Italia e il resto dell’Europa si trovano ad affrontare il rapido invecchiamento della popolazione, che se da un lato riflette il positivo aumento dell’aspettativa di vita dall’altro evidenzia bassi livelli di natalità. Secondo l’Istat (2024b), la popolazione dell’UE sta progressivamente invecchiando. Questo aspetto è evidenziato da diversi indicatori statistici quali, ad esempio, l’aumento della quota della popolazione con oltre ottanta anni di età (Fig.1) e l’indice di dipendenza degli anziani.

Figura 1. Andamento della percentuale popolazione over 80 in Italia e in UE. Fonte: elaborazione personale su dati Eurostat (2024).

La Figura 1 mette in evidenza la progressiva e costante crescita della quota di anziani nella popolazione italiana: dal 2001 al 2023, si registrano valori superiori alla media dei Paesi UE. Nel 2023, la fascia degli ultraottantenni si attesta al 7,6% a partire dal 4,2% nel 2001, ciò significa che il numero di anziani è quasi raddoppiato nel periodo considerato.

Cresce in parallelo anche l’indice di dipendenza degli anziani, che negli ultimi quattro anni è passato da 56,7% del 2020 al 57,4% del 2024 (Istat 2024b). Questo indicatore rileva il numero di ultra 64enni ogni 100 adulti in età lavorativa (15-64 anni) ed è rappresentativo del carico sociale ed economico teorico della popolazione anziana gravante su quella attiva. Valori elevati, come nel caso dell’Italia, sono il sintomo di uno squilibrio generazionale.

È inevitabile che, con l’innalzamento dell’aspettativa di vita, in futuro si assisterà ad una progressiva tendenza all’aumento degli oneri socioeconomici correlati alla cura, all’assistenza e alle spese previdenziali destinate agli anziani, causando il cosiddetto longevity shock1, come evidenziato dal Fondo Monetario Internazionale (2012).

Alla tendenza negativa di questi indicatori è correlata anche quella del tasso di natalità che registra valori molto bassi. Nel 2023, secondo l’Istat, tale indicatore nel nostro Paese è stato pari al 6,4‰ (era 6,7‰ nel 2022) (Istat 2024a). La riduzione delle nascite riguarda indistintamente i nati di cittadinanza italiana e straniera, sebbene, la tendenza negli ultimi anni sia decrescente, il numero di nati da cittadini immigrati resta costantemente più alto rispetto a quello degli italiani (Istat 2024a).

Nel contesto demografico del nostro Paese, il saldo migratorio positivo con l’estero gioca un ruolo importante nel mitigare le tendenze negative della popolazione. Nel 2023, oltre a contrastare il calo dei residenti e, in parte, il saldo naturale sfavorevole, esso ha contribuito a rallentare il processo di invecchiamento. L’ingresso di nuovi immigrati, infatti, non solo concorre alla crescita della popolazione direttamente con il loro arrivo, ma ne ringiovanisce la struttura per età, rinvigorendo le fasce di popolazione giovani, e ha anche un effetto sui livelli di fecondità.

Dai dati Istat (2024a, 7), nel 2023 il saldo migratorio con l’estero è stato pari a 274mila unità in più, un aumento della popolazione ottenuto grazie a due dinamiche opposte. Da un lato, l’immigrazione dall’estero è positiva (più 360mila persone), controbilanciata da un numero di partenze piuttosto basso (meno 34mila) e dall’altro, i cittadini italiani espatriati sono stati 108mila, valore nettamente superiore a quello dei rientri (55mila). Il risultato è un aumento del numero di stranieri e una diminuzione dei cittadini italiani.

Se analizziamo i dati anche dal punto di vista delle classi di età ne scaturisce che i giovani italiani adulti dai 25 ai 44 anni hanno una maggiore propensione alla migrazione (-34mila), mentre il flusso netto di immigrazione straniera nella medesima classe è ampiamente positivo, trasformando la perdita derivante dalla “fuga” degli italiani in guadagni di popolazione giovane e attiva. Per quanto riguarda le fasce di età più mature, il saldo risulta positivo: la perdita di italiani dai 45-64 anni (-5mila) è compensata dal guadagno di stranieri dello stesso intervallo generazionale (+42mila). L’unico saldo migratorio buono per gli italiani si ha tra gli over 65 anni, fascia d’età in cui i rimpatri superano gli espatri (+88 residenti); per gli stranieri il saldo migratorio in questa classe è nettamente più basso (+7mila) rispetto alle altre. Quest’ultimi, che lievemente contribuiscono ad alimentare il tasso di invecchiamento della popolazione (Istat 2024a, 7) appartengono alla cosiddetta “migrazione di ritorno”.

Questi dati evidenziano il cambiamento subito dal nostro Paese, che da Nazione tradizionalmente di emigranti è diventato un territorio di forte immigrazione, soprattutto dalle aree più povere del pianeta. Simbolo di questo cambiamento è stato lo sbarco di oltre ventimila albanesi l’8 agosto 1991 al porto di Bari, dalla nave Vlora proveniente da Durazzo. Il suo attracco sul territorio italiano può essere considerato l’inizio di un fenomeno progressivamente sempre più consistente che tuttora coinvolge in modo significativo l’Italia.

Secondo l’Istat (2024a), al 1° gennaio 2023 i cittadini non comunitari con regolare permesso di soggiorno in Italia erano 3.727.706, registrando un aumento del 4,7% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. L’incremento è per la maggior parte imputabile all’emergenza ucraina, che ha determinato un +66,5% di presenze dal Paese2; al contempo, alcune comunità hanno registrato lievi diminuzioni, ad esempio quella moldova (-5,5%), quella marocchina (-2,2%) e quella albanese (-1,8%).

Gli immigrati hanno un’età media di poco più di 35 anni e una struttura di genere tendenzialmente equilibrata (nel 49,8% dei casi si tratta di donne), anche se all’interno delle singole collettività esistono squilibri notevoli: ad esempio, tra i cittadini europei le donne provenienti dall’Europa centro-orientale sono il 60,72% (677.264 soggetti), mentre quelle africane sono pari al 38,96% (420.855) (Istat 2023).

In relazione alla ripartizione geografica di residenza, i cittadini non comunitari si concentrano per lo più nel Centro-Nord. La Lombardia ospita da sola il 25,9% degli stranieri regolari, di cui il 12,8% è nella provincia di Milano. Seguono l’Emilia-Romagna (11,1%) e il Lazio (11,3%). Nel Sud, la presenza non comunitaria è più circoscritta (dati al 1° gennaio 2023) (Istat 2023).

Il Mezzogiorno è anche l’area del Paese in cui le partenze interne non sono sostituite dallo stesso numero arrivi: sono circa 407mila gli individui che nel corso dell’anno si sono trasferiti da un Comune meridionale a un altro, mentre sono poco più di 344mila gli immigranti che hanno scelto un Comune del Mezzogiorno quale meta di destinazione (Istat 2023, 6).

La Tabella 1 mette in evidenza i tassi migratori per regione e provincia autonoma, evidenziando la disparità tra le regioni del Centro-Nord e quelle del Sud. La perdita di popolazione del Mezzogiorno colpisce in particolare la Basilicata (-6,2‰, trasferimenti interni e -0,9‰ con l’estero), la Calabria (-5,3‰ e -0,1‰), e la Campania (-3,7‰, -0,9‰) (Istat, 2024b, 6). Il Molise compensa la perdita di popolazione per trasferimenti interni con i flussi migratori in arrivo dall’estero (Tab. 1).

Tabella 1. Indicatori del bilancio demografico - Anno 2023, valori per mille residenti. Fonte: elaborazione personale su dati Istat (2024a).
Regioni e province autonome Tasso di natalità Tasso di crescita naturale Tasso migratorio interno Tasso migratorio estero Tasso migratorio totale1
Piemonte 5,9 -6,7 1,7 5,2 7,0
Valle d’Aosta 5,8 -5,3 0,3 4,1 4,4
Lombardia 6,6 -3,8 2,0 6,2 8,2
Bolzano-Bozen 8,8 0,3 1,5 3,4 4,9
Trento 7,0 -2,5 2,6 3,9 6,5
Trentino-A. A. 7,9 -1,1 2,1 3,7 5,7
Veneto 6,3 -4,2 1,3 3,4 4,7
Friuli-V. G. 5,8 -6,3 2,2 5,4 7,6
Liguria 5,5 -8,7 1,9 7,5 9,5
Emilia-Romagna 6,4 -5,0 3,4 5,6 9,0
Umbria 5,6 -7,0 -0,3 4,9 4,6
Marche 5,9 -5,9 0,7 5,3 6,0
Lazio 6,0 -4,7 0,1 4,5 4,6
Abruzzo 6,0 -6,3 -0,2 4,4 4,2
Molise 5,7 -7,7 -4,8 8,3 3,5
Campania 7,7 -2,6 -3,7 2,9 -0,9
Puglia 6,6 -4,5 -2,6 2,6 0,0
Basilicata 5,8 -6,5 -6,2 5,3 -0,9
Calabria 7,2 -4,5 -5,3 5,3 -0,1
Sicilia 7,4 -4,1 -3,3 3,4 0,0
Sardegna 4,6 -7,2 -0,4 2,3 1,9
ITALIA 6,4 -4,8 0,0 4,6 4,6
1 Differenza tra il numero degli iscritti ed il numero dei cancellati dai registri anagrafici per trasferimento di residenza interno, con l’estero o per altri motivi.

Se consideriamo sia la popolazione straniera extra-UE sia quella comunitaria, secondo l’ultimo rapporto di Caritas e Migrantes (2024), al 1° gennaio 2024 il numero di stranieri ha superato la soglia dei 5 milioni e 300 mila unità (dati provvisori), con un incremento di 166 mila individui (+3,2%) rispetto all’anno precedente. Se confrontiamo questi valori con quelli dei residenti in Italia al 1° gennaio 2024, si rileva che, alla stessa data, la popolazione residente è diminuita di circa 7 mila unità rispetto all’anno precedente, attestandosi a 58 milioni e 990 mila unità (dati provvisori). La componente straniera risulta quindi decisiva per mantenere stabile la popolazione.

Gli immigrati si caratterizzano per un ricambio generazionale maggiore rispetto agli italiani, determinato dal fatto di presentare elementi demografici più articolati. Questi ultimi includono i nuovi ingressi, le maggiori nascite, le acquisizioni di cittadinanza e una più elevata mobilità (sia delle prime che delle seconde generazioni verso altri Stati). La tendenza degli ultimi decenni è quella di una progressiva stabilizzazione della popolazione straniera nel nostro Paese, come dimostra il fatto che il numero dei residenti è costantemente cresciuto negli ultimi diciotto anni (Fig. 2).

Figura 2. Serie storica degli stranieri residenti in Italia. Fonte: elaborazione personale su dati Istat (2024b).

Dai dati analizzati emerge come la società italiana in futuro si contraddistinguerà per la presenza di due fenomeni: il progressivo invecchiamento della popolazione, determinato sia dalla riduzione della natalità sia dalla maggiore longevità, e la crescente mobilità geografica, soprattutto dai Paesi in via di sviluppo, come effetto della globalizzazione, del cambiamento climatico e degli scenari geopolitici (guerre) (Barnett, Webber 2010; Marino 2019; Zolberg, Suhrke, Aguayo 1989).

3. Dal capitale umano a quello sociale: valori e modelli migranti per la comunità di destinazione

Le migrazioni si presentano come fenomeni articolati, potenziati sempre più dai nuovi mezzi di comunicazione e caratterizzate da componenti relazionali e territoriali, nonché da pratiche culturali materiali e immateriali complesse. Per la loro comprensione diventa fondamentale attuare un approccio globale che analizzi i diversi fattori che caratterizzano gli odierni processi migratori. Le migrazioni internazionali sono spesso le conseguenze dei differenziali economici dei singoli Paesi, ma anche delle guerre e dei cambiamenti climatici (Brown 2008; Calzolaio 2016; UN World Meteorological Organization, 2022).

I migranti rappresentano sicuramente uno dei fattori più incisivi nella stratificazione e nella complessità sociale di molti territori e in particolare, come si evidenzierà nei prossimi paragrafi, per le Aree Interne. Se da un lato la presenza degli stranieri è spesso associata a degrado, insicurezza e criminalità, dall’altro si caratterizza per l’apporto di “nuovo” capitale umano, capace di influenzare le reti di relazioni economiche e sociali. I nuovi arrivati incidono fortemente su queste ultime (Bourdieu 1980; 1986; Coleman 1988; 1990) poiché modificano i legami che il migrante e la comunità istaurano in un determinato momento, le modalità con cui vengono fatte girare le informazioni e, infine, il sistema di relazioni di fiducia tra i soggetti, accrescendo e diversificando gli scambi materiali e immateriali tra gli attori della rete stessa (Trigilia 1999, 421). Grazie alle reti relazionali tra migranti e tra questi ultimi e la popolazione locale le risorse cognitive diventano disponibili e permettono di realizzare obiettivi altrimenti irraggiungibili. Inoltre, in un dato contesto territoriale più i soggetti sono coinvolti in reti di relazioni, maggiore risulta il capitale sociale di un territorio (Trigilia 1999, 423).

I migranti si inseriscono nella società ospitante e ne vanno a trasformare profondamente i sistemi economici e sociali. Secondo il premio Nobel S. Sassen (2008) i confini territoriali non sono più linee di separazione statiche, ma tratti spesso mobili e fluidi che permettono la circolazione della cultura, delle idee e delle innovazioni. Si viene così a creare un unico spazio sociale unificato in cui le persone si muovono portando con sé le proprie capacità e competenze.

A questo bisogna aggiungere un altro aspetto-chiave tipico delle migrazioni internazionali moderne: il livello alto di istruzione raggiunto nel proprio Paese (intellectual mobility) e le competenze avanzate possedute (highly skilled) di molti migranti. I fenomeni quali il brain drain e la brain circulation3 mettono in discussione i tradizionali modelli di interpretazione delle migrazioni, incentrati sui fattori di push (attrazione) e pull (spinta). L’ampia letteratura scientifica in materia (tra i tanti Adia et al. 1994; Ambrosini 2020; Castles, Miller 2013; Ferrario 2023; Findlay 2010) ha identificato le conseguenze ed implicazioni che a livello sociale ed economico, indipendentemente dalle motivazioni strutturali (legate a fattori economico-lavorativi) o da quelle soggettive (quali quelle culturali o affettive), i migranti con alta istruzione e competenze, inserendosi in una determinata società, contribuiscono a modificare.

Quest’ultimo, secondo un altro premio Nobel G. Becker (1994), è l’insieme delle conoscenze e delle capacità acquisite da un individuo attraverso l’istruzione, la formazione e il lavoro. Tali competenze contribuiscono alla sua realizzazione economica e sociale (ad esempio incrementando la sua produttività e quindi il suo valore nel mercato del lavoro) e hanno un impatto sulla società di cui egli fa parte (producendo delle esternalità positive). La consapevolezza della sua importanza emerge già dalle teorie di A. Smith (1776) che lo concepisce come l’apporto delle persone alla produzione e allo sviluppo. È diffusa la convinzione che la sua accumulazione sia oggi fondamentale per sostenere la crescita economica e per rafforzare la coesione sociale.

Dal punto di vista teorico e metodologico viene quindi recuperato, come categoria analitica, il concetto di capitale umano, che nel caso specifico di studio evidenzia il ruolo che i migranti occupano nel più ampio capitale sociale. Secondo Lazzeroni e Meini (2019, 71-73), gli immigrati contribuiscono alla determinazione di quest’ultimo e alla sua trasformazione, attraverso le pratiche materiali e culturali legate alle proprie tradizioni e ai comportamenti relazionali che quotidianamente esprimono nei processi di scambio sul territorio. In questa dinamica, viene dunque valorizzata la figura dello straniero, sia come agente di costruzione del tessuto sociale e del contesto territoriale sia come portatore di esperienze e di rappresentazioni (reali e simboliche) che esprimono il suo vissuto e il suo background d’origine (Turco, Camara 2018).

Ogni sistema migratorio è quindi il risultato di una serie di cause e condizioni sociali, politiche, demografiche ed economiche che plasmano le traiettorie individuali anche in base alle differenze sociali in cui avviene l’agire soggettivo. Il radicamento in contesti territoriali e relazionali differenti influisce nel determinare le modalità in cui i soggetti godono, producono e investono in risorse umane. In questa prospettiva, possiamo pensare alle migrazioni come a una forma di investimento in capitale umano.

Secondo Lachmann (1978), quest’ultimo nella sua accezione più elementare, è un insieme di beni in grado di generare benefici comuni in un determinato luogo. Queste risorse sono rappresentate da fattori territoriali, e in particolare dalla relazione tra le dinamiche migratorie e il capitale fisico e sociale esistente in uno spazio specifico. Da un punto di vista geografico, è importante evidenziare come le azioni dei migranti e il loro legame con i residenti e le istituzioni avvengano in un luogo determinato e dando vita allo sviluppo economico e sociale per il territorio ospitante.

Bourdieu (1986), uno dei primi studiosi ad introdurre il concetto di capitale sociale negli studi scientifici, lo definisce come l’insieme delle risorse attuali e potenziali legate al possesso di una rete stabile di relazioni, più o meno istituzionalizzate, di conoscenza e di riconoscimento reciproco; in altre parole, come affermano Lazzeroni e Meini (2019, 67), “il capitale sociale è il valore derivante dalle relazioni sociali (legami familiari, di amicizia, di gruppo), caratterizzate da cooperazione e sostegno reciproco”. Mettendo in relazione quest’ultimo concetto con quello di capitale umano, è evidente che per la crescita economica e lo sviluppo sociale di un Paese siano necessari sia i tratti cognitivi individuali che le funzioni sociali. La possibilità di avere un impatto economico positivo dipende dalle capacità del singolo di affrontare la realtà circostante (capitale umano) e dal buon funzionamento delle relazioni sociali (capitale sociale).

La scelta di migrare determina sempre conseguenze e implicazioni umane ed economiche, sia per il Paese di origine che per quello di approdo. In ogni caso, che si tratti di motivazioni “organiche” (legate a fattori economici e lavorativi) o di ragioni soggettive (creazione del capitale di mobilità), i modelli classici di interpretazione delle migrazioni sono spesso messi in discussione. Anche se la geografia e la sociologia delle migrazioni hanno formulato molte ipotesi sulle motivazioni che spingono un soggetto a lasciare il proprio luogo d’origine per giungere in un nuovo contesto, non esiste un quadro teorico unico, condiviso e accettato. Si può però affermare che le spiegazioni più diffuse, anche in base ai differenti obiettivi di ricerca, leggono le migrazioni come una scelta attuata per migliorare le proprie condizioni economiche.

Queste ultime hanno sicuramente una forte influenza sulla struttura del sistema migratorio, poiché creano e rafforzano i legami tra Paesi di origine e di destinazione, ad esempio attraverso: le rimesse di denaro ai familiari rimasti in patria, i flussi di importazione di prodotti del Paese di origine destinati ai migranti residenti all’estero e l’attivazione di servizi al migrante, come i trasferimenti bancari e i call center, non solo nel territorio di approdo, ma anche in quello di ricezione dei servizi.

Nei Paesi di destinazione, limitandoci alla cornice del calo di popolazione e al suo invecchiamento, le possibilità future di un “inverno demografico” sembrano consolidarsi, ampliate sicuramente dalla recente pandemia da Covid-19 e dall’attuale recessione economica. I flussi migratori possono riportare l’attenzione sul tema della crisi demografica, declinata sull’eventuale contributo che questi avranno non tanto nel contrastare l’invecchiamento in sé, quanto negli squilibri economici e sociali che ne possono derivare. Il migrante, in questo contesto, potrebbe inserirsi all’interno di un quadro di politiche sociali realizzate per contribuire a mitigare il calo dei residenti e, più in generale, quello delle persone in età da lavoro.

Un’altra strategia attuabile per compensare gli effetti derivanti dall’invecchiamento della popolazione riguarda il miglioramento della qualità dell’istruzione e della formazione, per aiutare a rimuovere i limiti del mercato del lavoro che affliggono i lavoratori stranieri. È evidente che un livello quantitativamente più elevato delle risorse umane permetterebbe una maggiore crescita economica, che, vista la tendenza progressiva alla riduzione della quantità di lavoro conseguente all’invecchiamento della popolazione, sarebbe sostenuta da una maggiore produttività del capitale umano straniero.

4. Il territorio d’indagine: le Aree Interne italiane

Le Aree Interne, secondo l’omonima Strategia Nazionale (SNAI, 2013), sono “la parte del territorio italiano caratterizzata dalla significativa distanza dai centri di erogazione dei servizi essenziali”. Esse sono per la maggior parte composte da comuni di piccole dimensioni, con una popolazione inferiore a 5.000 abitanti, e piccolissime, con meno di 1.000 residenti; corrispondono a circa il 53% dei comuni italiani. La popolazione, però, rappresenta solo il 23% di quella totale del nostro Paese. Dal punto di vista geografico, queste aree sono situate in grandissima parte nelle zone collinari e montane, in particolare nelle vallate delle Alpi e, in misura maggiore, degli Appennini. Si tratta di circa il 60% del territorio italiano (Leone, Membretti 2023, 87).

Le Aree Interne sono caratterizzate da molteplici criticità dovute a diversi fattori, sia fisico-morfologici (come la poca accessibilità infrastrutturale e la limitata presenza di industrie) sia di tipo antropico (spopolamento, invecchiamento e bassa natalità). Si trovano lontano dalle aree in cui sono concentrati i più importanti servizi per la popolazione; per questo motivo, gli abitanti di queste terre soffrono di uno svantaggio di “accessibilità sociale e fisica”. Dalla seconda metà del secolo scorso, sono state definite “regioni in contrazione”, caratterizzate da declino, marginalizzazione e da un forte fenomeno di spopolamento e cospicua emigrazione, in particolare di giovani, verso le aree urbane delle pianure e della costa (Membretti 2021).

I fenomeni dello spopolamento e dell’invecchiamento hanno conseguenze importanti sul sistema socio-economico del territorio. Le attività rurali stanno lentamente scomparendo, portando con sé un pezzo fondamentale della storia e dell’identità di molti territori. Questo fenomeno è particolarmente evidente nelle aree in cui la popolazione è prevalentemente anziana e dove le nuove generazioni tendono a migrare verso le città in cerca di opportunità lavorative diverse.

L’agricoltura, da sempre pilastro dell’economia locale, non solo ha garantito una fonte di reddito per intere comunità, ma ha anche svolto un ruolo chiave nella conservazione delle tradizioni e degli stili di vita tramandati di generazione in generazione. La progressiva scomparsa di queste attività rischia di compromettere il patrimonio culturale e paesaggistico di molte zone rurali, mettendo a rischio il legame tra territorio e identità locale. Le attività rurali, che hanno sempre rappresentato una fonte di reddito e sono state il modo per mantenere vive le tradizioni e gli stili di vita locali, stanno piano piano scomparendo con la popolazione “anziana” che ancora abita questi territori.

Lo spopolamento determinato dall’abbandono da parte delle nuove generazioni è in gran parte causato dalle diverse crisi economiche attraversate dall’Italia, che hanno, e tuttora agiscono, come forza centrifuga, spostando le competenze verso altre aree, in particolare quelle più urbanizzate.

Le dinamiche determinate dalla globalizzazione economica e culturale stanno acuendo la marginalità delle Aree Interne, soprattutto in quei contesti (come quelli montani) caratterizzati da scarsa conoscenza e da svantaggi economico-strutturali (Ciaschi, Pesaresi 2007).

Per queste ragioni, le Aree Interne rappresentano il risultato di un processo di codifica policentrica avviato nel 2013 con la Strategia Nazionale per le Aree Interne, successivamente riprogrammata nel 2021 (fino al 2027) con l’obiettivo di essere una politica strutturale di lungo periodo (Fenu, Giaccaria 2023, 663).

Il Dipartimento per le politiche di coesione e per il Sud (2024a) definisce la SNAI come “…una politica territoriale finalizzata al miglioramento della qualità dei servizi ai cittadini e delle opportunità economiche nelle Aree Interne, a rischio di marginalizzazione, prevista per la prima volta nel Programma Nazionale di Riforma (PNRR) del 2014 e successivamente definita nell’Accordo di Partenariato 2014-2020”. La strategia è attualmente in fase di realizzazione, essendo stata confermata anche per il ciclo 2021-2027. Le aree selezionate sono 124 (erano 72 nel ciclo precedente) e comprendono 1.928 Comuni, in cui risiedono 4.570.731 abitanti (Censimento permanente 2020) (Fig. 3).

Figura 3. Distribuzione dell’indice di vecchiaia (a), comuni delle Aree Interne (b). Fonte: Dipartimento per le politiche di coesione e per il sud (2024b).

In generale, si considerano “interne” quelle aree caratterizzate da una significativa distanza dai principali centri di offerta di servizi, in particolare quelli relativi all’istruzione, alla mobilità e ai servizi socio-sanitari. La Mappa delle Aree Interne è strutturata a livello municipale e identifica i Comuni che offrono congiuntamente tre tipologie di servizi (salute, istruzione e mobilità), definiti come Poli o Poli intercomunali. Gli altri Comuni vengono classificati in base alla loro distanza da questi Poli, misurata in termini di tempi di percorrenza effettivi. In base a tale distanza, i Comuni sono suddivisi in quattro fasce, con un potenziale crescente disagio nell’accesso ai servizi man mano che aumenta la distanza.

La nuova mappatura ha prodotto la seguente classificazione.

– 241 Comuni sono Polo (182) o Polo intercomunale (59) perché offrono i tre servizi essenziali considerati (salute, istruzione e mobilità);

– 3.828 Comuni (48,4%) sono collocati a distanze relativamente contenute rispetto ad un Polo o da un Polo intercomunale. Essi sono definiti Cintura e rappresentano il cluster più numeroso;

– 1.928 Comuni Intermedi (24,4%) che rappresentano il primo gruppo di Aree Interne (distanza dal più vicino Polo o Polo intercomunale è compresa tra la mediana e il 3° quartile);

– 1.524 Comuni (19,3%) chiamati Periferici, la cui distanza dal più vicino Comune Polo o Polo intercomunale è compresa tra il 3° quartile e il 95esimo percentile;

– 382 Comuni (4,8%) definiti Ultraperiferici. La distanza dal più vicino Polo o Polo intercomunale è superiore al 95esimo percentile (Istat 2022, 1).

Lo scenario illustrato in Figura 3 mostra la distribuzione dei comuni italiani identificati dalla SNAI, mettendo in evidenza le ultime tre tipologie sopracitate (carta b) e l’indice di vecchiaia della popolazione (carta a). È evidente che quest’ultimo è più alto nelle Aree Interne e montane (Periferici e Ultraperiferici). Questi territori sono accumunati dalla diminuzione della popolazione e, quindi, anche da quello che molti studiosi definiscono “deterritorializzazione” (Raffestin 1984, 78).

Questo concetto, per Raffestin (1984, 78), è legato all’abbandono del territorio, ma può anche, come affermano R. Piras e M. Tanca (53), “…corrispondere a una crisi, vale a dire alla scomparsa dei limiti. Ogni crisi si traduce in una cancellazione dei limiti o dei ritmi, dei cicli, delle fratture, degli intervalli. Questo processo porta alla “perdita identitaria e sensoriale dei luoghi” e soprattutto di tutta la relativa componente materiale, o ancora, nello specifico, all’abbandono del territorio.”

Il processo, però, potrebbe prendere un’altra direzione, in quanto “… è sufficiente una variazione nell’informazione ricevuta perché esso cambi, ovvero i rapporti all’interno del sistema si modifichino” (Raffestin 1984, 78). Si innesca così il processo di riterritorializzazione, ossia la condizione che interviene per ridare valore al territorio perduto (Raffestin 1984, 78). Negli ultimi anni, alcuni geografi (tra i più noti Dematteis 1995, 2013, 2014; De Vecchis 1992; 1996; 1998; De Vecchis, Pesaresi 2004) hanno riacceso il dibattito sull’importanza dei contesti marginali e, in particolare, di quelli montani. L’idea è quella di rifiutare la tradizionale visione di area inaccessibile e depressa per considerarla piuttosto un territorio ricco di valori e di dotazioni, naturali e culturali, che devono essere promosse e studiate come occasioni di riscoperta e di sviluppo.

5. Il rapporto immigrazione ed aging nelle Aree Interne

Secondo i dati dell’Istat (2022, 4), la dinamica demografica delle Aree Interne è stata fortemente colpita dal fenomeno dello spopolamento. La perdita di popolazione registrata tra il 2001 e il 2020 nei territori considerati è stata dell’1,4%. Tale decremento è stato particolarmente rilevante, poiché sono proprio i Comuni più marginali (Periferici e Ultraperiferici) a subire il calo maggiore (rispettivamente del -4,7% e del -9,1%). I municipi classificati come Intermedi, cioè quelli meno distanti dai luoghi dove sono presenti i servizi essenziali, mostrano invece una crescita della popolazione, seppur di lieve entità (+1,3%). Questo fenomeno di “perdita” delle aree più marginali e di “acquisto” da parte dei Poli e delle Cinture trova una spiegazione nella tendenza da parte delle persone, soprattutto più giovani e attive, ad abbandonare le Aree Interne per avvicinarsi sempre più ai centri di “rango superiore” (Christaller, tr. it. 1980), dove maggiori sono i servizi offerti.

Alcuni Comuni delle Aree Interne hanno subito cali di popolazione notevoli; di questi, il 66% è localizzato nelle regioni meridionali, in particolare in Abruzzo (-15%) e in Calabria (-26%). Si tratta, in generale, di Comuni accumunati dalla piccola dimensione, con una popolazione media sotto i 1.000 residenti (Istat 2022, 5). Tali dati suggeriscono un trend futuro di spopolamento che non riguarderà solo le fasce più periferiche, ma tutte le aree territoriali parte della SNAI (Istat 2022, 5).

L’invecchiamento della popolazione è un ulteriore fattore di criticità per questi territori. Infatti, gli anziani sono quantitativamente più numerosi rispetto ai giovani. I soggetti con più di 64 anni rappresentano circa un quarto della popolazione nazionale: il 23,3% nei Centri e il 24,4% nelle Aree Interne, con una punta del 25,7% nei Comuni Ultraperiferici (Istat 2022, 7-8). Il fenomeno dell’aging è particolarmente evidente nei territori oggetto di studio e si caratterizza per una struttura della popolazione italiana di tipo regressivo, con una netta prevalenza di anziani. Nel 2020, l’indice di vecchiaia dell’Italia era pari a 182,6, ed è nettamente più elevato nelle Aree Interne rispetto ai Poli (196,1 contro 178,8). Nelle categorie dei Comuni Periferici e Ultraperiferici, la popolazione anziana residente è più del doppio di quella giovane (206,8 e 223,4, rispettivamente), mentre il valore più contenuto si osserva nei Comuni di Cintura (166,5) (Istat 2022, 7-8).

La SNAI si propone come un modello d’intervento innovativo per contrastare la regressione demografica e promuovere lo sviluppo dei servizi mancanti o carenti, attraverso l’attuazione di politiche place-based (Barta et al. 2010; Salone 2010, 2012; Thissen, Van Oort 2010) di coesione territoriale. Nel lungo periodo, l’obiettivo è quello di invertire le attuali tendenze demografiche delle Aree Interne del Paese, cercando di ridurre l’emigrazione, attrarre nuovi residenti e incrementare le nascite (Luisi, Nori 2016).

La presenza di stranieri nei Comuni classificati come Aree Interne ha una maggiore incidenza nelle regioni del Centro-Nord. Il tasso migratorio è positivo in Emilia-Romagna (10,91‰), Lombardia (8,59‰), Trentino-Alto Adige (6,76‰; la Provincia autonoma di Bolzano registra un valore pari a 9,13‰), Liguria (6,11‰) e Toscana (5,96‰), con valori superiori al 5‰. Seguono Friuli-Venezia Giulia (4,51‰), Veneto (3,67‰), Piemonte (3,08‰) e Umbria (2‰) (Tabella 2). Considerando il tasso di incremento medio annuo della popolazione totale (italiana e straniera) per regione, si può affermare che la tenuta complessiva della popolazione è dovuta principalmente alla crescita degli stranieri (Tabella 1, cfr. par. 1). Il tasso migratorio per le Aree Interne di molte regioni del Centro-Sud presenta valori negativi, in particolare per la Calabria (-18,03‰), il Molise (-15,53‰) e la Basilicata (-13,76‰). La Valle d’Aosta, unica regione del Nord con un saldo negativo (-1,22‰), mentre il Lazio (0,65‰) registra un valore piuttosto contenuto nonostante sia una regione con forte flusso migratorio (cfr. par. 2).

Tabella 2. Popolazione, saldo e tasso migratorio nei comuni Centro e nelle Aree Interne, dati censimento Istat (2020). Fonte: elaborazione personale su dati Dipartimento per le politiche di coesione territoriale e per il Sud (2024).
Regioni e provincie autonome Popolazione Saldo migratorio Tasso migratorio
(per mille)
Centri Aree interne Totale Totale centri Totale aree interne Totale Totale centri Totale aree interne Totale
Piemonte 3.820.663 454.282 4.274.945 350 12.828 13.178 0,01% 2,90% 3,08
Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste 91.038 33.051 124.089 -3 -148 -151 0,00% -0,46% -1,22
Lombardia 8.890.833 1.090.721 9.981.554 1.569 84.198 85.767 0,02% 7,86% 8,59
Trentino-Alto Adige/Südtirol 514.175 562.903 1.077.078 1.294 5.988 7.282 0,25% 1,29% 6,76
- Bolzano/Bozen 201.989 332.923 534.912 698 1.636 2.334 0,35% 0,70% 4,36
- Trento 312.186 229.980 542.166 596 4.352 4.948 0,19% 2,15% 9,13
Veneto 4.487.949 381.881 4.869.830 -349 18.204 17.855 -0,01% 4,68% 3,67
Friuli-Venezia Giulia 1.057.036 144.474 1.201.510 67 5.352 5.419 0,01% 3,75% 4,51
Liguria 1.315.128 203.367 1.518.495 325 8.954 9.279 0,02% 4,56% 6,11
Emilia-Romagna 3.446.558 992.379 4.438.937 4.742 43.668 48.410 0,14% 4,88% 10,91
Toscana 2.804.338 888.527 3.692.865 2.003 20.024 22.027 0,07% 2,48% 5,96
Umbria 624.377 241.075 865.452 -91 1.824 1.733 -0,01% 0,72% 2,00
Marche 1.236.266 261.970 1.498.236 -1.506 -696 -2.202 -0,12% -0,84% -1,47
Lazio 4.779.345 951.054 5.730.399 -129 -3.578 -3.707 0,00% -0,39% -0,65
Abruzzo 820.684 460.328 1.281.012 -962 -2.140 -3.102 -0,12% -0,67% -2,42
Molise 92.842 201.452 294.294 -1.151 -3.420 -4.571 -1,24% -2,27% -15,53
Campania 4.653.187 971.073 5.624.260 -2.964 -45.522 -48.486 -0,06% -4,99% -8,62
Puglia 2.493.942 1.439.835 3.933.777 -4.089 -22.832 -26.921 -0,16% -1,87% -6,84
Basilicata 111.855 433.275 545.130 -2.228 -5.272 -7.500 -1,99% -1,73% -13,76
Calabria 1.033.476 827.125 1.860.601 -6.294 -27.244 -33.538 -0,61% -4,05% -18,03
Sicilia 2.521.698 2.312.007 4.833.705 -10.703 -43.772 -54.475 -0,42% -2,36% -11,27
Sardegna 1.007.962 582.082 1.590.044 -2.072 -5.498 -7.570 -0,21% -1,30% -4,76

I dati appena descritti non sono sicuramente sufficienti per ipotizzare un processo di inversione delle dinamiche demografiche grazie al fenomeno migratorio. Tuttavia, offrono alcuni spunti per riflettere sulla situazione demografica ed economica della popolazione.

A partire dai primi anni Duemila, in controtendenza rispetto al processo decennale di spopolamento dei territori alpini, sta emergendo un progressivo, seppur lento, insediamento di nuove popolazioni residenti con background migratorio. Questo fenomeno è stato definito da alcuni studiosi (si vedano gli studi dell’associazione torinese Dislivelli e, tra gli altri, Dematteis 2011; Corrado et al. 2014; Viazzo, Zanini 2014; Dematteis et al. 2016) come l’emergere dei “nuovi montanari” del XXI secolo (Membretti, Cutello 2019, 54). Questi ultimi, in contrapposizione ai “montanari per nascita”, sono definiti come i “montanari per scelta” oppure i “montanari per necessità o economici”. I “montanari per scelta” sono coloro che si insediano in queste terre e decidono di svilupparvi i propri progetti di vita, attratti da uno stile di vita alternativo rispetto a quello urbano. I “montanari per necessità” sono principalmente stranieri attratti dal minor costo della vita, dalle opportunità di lavoro e dalla disponibilità di abitazioni a prezzi bassi (Corrado et al. 2014; Corrado 2017; Dematteis et al. 2017; Membretti 2016; Barbera et al. 2018). In tale categoria rientrano anche gli stranieri richiedenti asilo e protezione internazionale, collocati temporaneamente in questi luoghi dalle politiche migratorie nazionali (Bertolino, Corrado 2017; Membretti, Cutello 2019). La dimensione migratoria assume, in tal senso, il carattere della trasversalità geografica, poiché proviene da realtà molto diversificate e si inserisce in contesti territoriali disomogenei, caratterizzati da un impoverimento del tessuto economico e sociale e da un rallentamento dello sviluppo tout court.

Anche nei comuni delle aree interne dell’Appennino, l’aumento della popolazione straniera ha svolto un ruolo chiave nel mantenimento della stabilità demografica e del tessuto socio-economico. Nelle Aree Interne del Centro-Sud, la loro presenza si è rivelata fondamentale in settori come la zootecnia e le attività silvo-pastorali, oltre che nell’assistenza agli anziani e nella salvaguardia dei servizi essenziali (Corrado 2017, 50). L’arrivo di nuovi residenti ha contribuito a preservare scuole, strutture sanitarie e attività commerciali, assicurando continuità alla vita delle comunità locali.

La scelta di molti stranieri di stabilirsi nelle aree rurali e nei piccoli centri dell’Appennino è favorita dai costi di vita e abitativi più contenuti, oltre che dalle opportunità di impiego nel settore agricolo. Questo fenomeno rappresenta un elemento di trasformazione inedito, offrendo nuove prospettive di sviluppo e contribuendo alla stabilità sociale ed economica delle comunità locali montane (Corrado 2017, 45). Il settore agricolo, in particolare, ha mostrato una capacità di assorbire manodopera in periodi di crisi economica. Molti stranieri trovano impiego in questo settore, che necessita di lavoratori stagionali e permanenti per attività come la raccolta, l’allevamento e la trasformazione agroalimentare.

Da un punto di vista qualitativo, la presenza di stranieri può contribuire a riattivare e incrementare il capitale umano e, soprattutto, quello sociale, rimasto ampiamente inutilizzato a causa del processo di deantropizzazione. Lo spopolamento e l’invecchiamento sono tratti demografici che evidenziano trasformazioni profonde e l’affermarsi di nuove necessità nelle società colpite. Questi fenomeni hanno forti conseguenze sull’economia locale e sul mercato del lavoro. Ad esempio, le attività agroforestali e quelle ad esse connesse vengono a mancare, determinando una crisi economica non compensata da altre attività più innovative, mentre l’invecchiamento della popolazione porta con sé nuove necessità di assistenza, legate al welfare improntato sull’assistenza degli anziani e sulla cura di malattie degenerative.

6. Conclusioni

La prima fondamentale questione evidenziata dall’analisi dei dati è la preoccupante crisi demografica e sociale che le Aree Interne stanno affrontando. La loro fragilità, dovuta soprattutto al rapido processo di invecchiamento della popolazione, alla perdita di capitale umano e alla bassa natalità, è ulteriormente acuita dalla loro marginalità. Il limitato accesso ai servizi essenziali (sanità, istruzione e mobilità) crea un ambiente fertile per l’emigrazione. Il saldo migratorio riflette chiaramente la tendenza all’abbandono, particolarmente evidente nelle regioni del Mezzogiorno, dove registra valori significativi, in alcuni casi superiori al 10‰. Al contrario, nelle Aree Interne del Nord, fatta eccezione per la Valle d’Aosta, il saldo migratorio risulta positivo.

Un altro aspetto da considerare è quello che, in molte regioni, i modelli evolutivi della popolazione e le geografie residenziali sono assai diversi, così come lo sono le modalità che hanno portato al radicamento delle comunità migranti nelle diverse Aree Interne. L’inserimento degli stranieri in settori specifici dell’economia locale rappresenta un fenomeno rilevante, poiché la manodopera immigrata contribuisce alla sopravvivenza e allo sviluppo delle attività tradizionali. Due esempi emblematici di questa dinamica sono gli albanesi impiegati nella coltivazione degli ulivi nell’Imperiese (Liguria) e gli scalpellini cinesi di Barge (Piemonte), specializzati nella lavorazione della pietra di Luserna (Corrado et al. 2014, 10).

L’Imperiese è un’aree con una lunga tradizione nella coltivazione dell’ulivo. Tuttavia, negli ultimi decenni, il progressivo spopolamento delle aree rurali e il declino dell’agricoltura tradizionale hanno reso sempre più difficile trovare manodopera locale per la cura degli uliveti e la raccolta delle olive. Gli immigrati albanesi si sono inseriti in questo contesto come forza lavoro, contribuendo al mantenimento della produzione olearia. Molti di loro, dopo essere arrivati come lavoratori stagionali, si sono stabilizzati e sono diventati parte integrante della comunità. In alcuni casi, hanno dato vita a piccole imprese agricole autonome.

Barge, in provincia di Cuneo, è nota per l’estrazione e la lavorazione della pietra di Luserna, molto utilizzata in edilizia. Negli ultimi anni, il settore ha risentito della carenza di giovani lavoratori locali. Tuttavia, l’arrivo della comunità cinese, che si è stabilmente inserita nel comparto, ha invertito questa tendenza negativa, contribuendo a preservare una tradizione che altrimenti sarebbe andata perduta.

Queste riflessioni ci permettono di affrontare il tema con un’altra chiave di lettura: nonostante la distanza sia l’elemento principale che qualifica queste aree come “interne”, l’insediamento di nuovi abitanti è la conseguenza della presenza di “valori sociali ed economici di luogo”, tipici di queste aree, che rappresentano la ragione di fuga per alcuni, ma di attrazione per altri.

L’importante capitale fisso territoriale, caratterizzato da borghi antichi, paesaggi agricoli, boschi e infrastrutture, potrebbe essere riutilizzato, riqualificato e innovato in un’ottica di green economy e di transizione ecologica (Barbera, De Rossi 2003, 6). I comuni delle Aree Interne dovrebbero attivare processi di innovazione socioeconomica e territoriale attraverso la partecipazione a reti nazionali e internazionali della produzione culturale e del turismo, per ridurre la marginalità e rivitalizzare le risorse materiali e immateriali presenti (Scrofani, Accordino 2023, 432). Considerare il capitale territoriale significa dare alle comunità locali la possibilità di attivare uno sviluppo endogeno, basato sulle dotazioni culturali e sociali, e non solo su quelle economiche e infrastrutturali (Scrofani, Accordino 2023, 432).

La classificazione della SNAI, basata su criteri di marginalità spaziale e fragilità socio-economica, (ri)propone le Aree Interne e i poli come categorie antitetiche, anziché come due entità caratterizzate da relazioni. Se da un lato i centri urbani sono fornitori di servizi e di lavoro, dall’altro ottengono dalle Aree Interne le materie prime, l’energia e l’ambiente naturale (Moscarelli, Fera 2024, 1779).

Di fatto, l’approccio utilizzato dalla SNAI appare non esaustivo, nella misura in cui concentra l’attenzione solo sulla spazialità e non considera le potenzialità derivanti dal capitale umano, nel caso specifico quello immigrato. Infatti, nel dibattito scientifico nazionale e internazionale, in particolare europeo, con la Territorial Impact Assessment (Camagni 2020; Medeiros 2020; Prezioso 2011; 2018a; 2018b; 2019) l’attenzione per le disuguaglianze territoriali si basa su studi incentrati su metodologie che provano a misurare il capitale territoriale, in particolare quello umano, presente alle diverse scale, con la finalità di orientare le politiche di coesione e territorializzare in maniera più proficua sia nella realizzazione degli obiettivi che nella distribuzione dei fondi.

Una strategia per ridurre i rischi di disuguaglianza regionale potrebbe essere quella di finalizzare le nuove politiche territoriali a “fornire alle aree marginali quegli “oggetti” propri dell’economia digitale e della creatività” (Morazzoni, 2020, 125).

In questa direzione si stanno muovendo sia la Strategia Nazionale per le Aree Interne sia alcune linee del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Tuttavia, entrambe, in particolare la SNAI, spesso non valorizzano adeguatamente il ruolo del capitale umano come driver per l’attivazione di percorsi creativi di sviluppo. Tali percorsi, strettamente legati ai processi di globalizzazione e facilitati dalla diffusione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, potrebbero contribuire significativamente a creare nuove condizioni “dell’abitare” e sostenere i territori marginali.

L’indagine condotta ha evidenziato i cambiamenti in atto nella composizione sociale e culturale delle società delle Aree Interne. Gli indicatori utilizzati sono stati più volte rivelatori della necessità di innescare nuovi e virtuosi processi insediativi ed economici. Più nello specifico, l’immigrazione in questi territori potrebbe concorrere a ridisegnare la geografia del popolamento di molte regioni (Russo Kraus, Matarazzo 2019, 61), se accompagnata da strategie politiche efficaci. In questo senso dovrebbe operare la SNAI, che ha come fine principale il riequilibrio dell’offerta dei servizi di base e il contenimento dell’abbandono e dell’invecchiamento della popolazione. Il ruolo dei migranti diviene centrale grazie alla loro più giovane età, alla maggiore propensione a fare figli e alla loro adattabilità lavorativa. Questi ultimi potrebbero riattivare il capitale territoriale non più utilizzato a causa dei processi di emigrazione. Le nuove forme di ricomposizione sociale potrebbero essere messe in atto dalle cosiddette “nuove popolazioni” o, se riferiti alle aree alpine e appenniniche, dai “nuovi montanari” (Corrado et al. 2014, 10).

Per gli Appennini, in particolare, la presenza dei migranti può certamente determinare rilevanti e nuove opportunità di cambiamento, oltre che un supporto importante alla tenuta sociale ed economica delle comunità locali. Il coinvolgimento degli stranieri in settori tradizionali potrebbe rappresentare una strategia per contrastare il declino economico e demografico, ma tale azione deve essere accompagnata da politiche pubbliche che favoriscano il miglioramento delle infrastrutture, con interventi su trasporti e connettività digitale, la valorizzazione delle risorse locali, puntando sull’agricoltura sostenibile, sul turismo lento e sull’imprenditorialità locale4.

In conclusione, la “ragnatela” etnica dalle città alle Aree Interne rappresenta un fenomeno complesso e poliedrico, con una forte capacità di trasformare in modo significativo queste aree. La chiave sarà gestire questo cambiamento in modo equilibrato, massimizzando i benefici e riducendo le criticità.

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1 2 Il longevity shock è un concetto utilizzato in ambito economico, demografico e assicurativo per descrivere l’impatto imprevisto causato dal significativo aumento della longevità della popolazione. Questo fenomeno può avere implicazioni importanti per il sistema pensionistico, per il settore assicurativo, per il mercato del lavoro e infine per la spesa sanitaria. Una pianificazione attenta e adattabile ai cambiamenti risulta quindi essere necessaria affinché le politiche pubbliche e le strategie aziendali abbiamo successo.

2 Il 2022 è stato un anno caratterizzato dall’emergenza ucraina, con flussi “anomali” di migrazione provenienti dal Paese dell’Est Europa. Per accogliere i profughi, l’Italia ha fatto ricorso, dopo molti anni, alle norme di emergenza emanate a seguito delle guerre nella ex Jugoslavia nel 2001 (Direttiva 2001/55/CE del Consiglio, del 20 luglio 2001).

3 La brain circulation (in italiano: circolazione dei cervelli) è il flusso bidirezionale di talenti attraverso i confini nazionali. Si differenzia dal termine brain drain (fuga dei cervelli) che implica una perdita unidirezionale di talenti da un Paese a favore di un altro. Rappresenta una visione più positiva e dinamica della mobilità dei laureati e dei lavoratori altamente qualificati, poiché il flusso globale di conoscenze e competenze che si crea può avvantaggiare più soggetti.

4 Si veda la Tabella 1 del par. 2.

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