https://doi.org/10.36253/bsgi-7538

Chi resterà? Il declino della popolazione in Romania

Who Will Remain? Population Decline in Romania

Andrea Corsale1, Monica Iorio2, Luisa Salaris2

1 Dipartimento di Lettere, Lingue e Beni Culturali, Università degli Studi di Cagliari, Italia

2 Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali, Università degli Studi di Cagliari, Italia

Email: andrea.corsale@unica.it; monica.iorio@unica.it; luisa.salaris@unica.it

Abstract. Romania was among the last countries to join the European Union in 2007. This event accelerated the ongoing demographic changes in the country triggered by the fall of the communist regime. During the past three decades, intense migration outflows and declining fertility led to a significant reduction in the population, from 22.8 million in 1992 to 19.1 million in 2021, according to census data. This work aims to investigate this population decline, focusing on its dynamics, changes in the territorial population distribution, and structural features, by analysing time series and 2021 census data, whose definitive results were published in 2023, and integrated with Eurostat data. The main indicators of depopulation and population structure changes – including ageing – are estimated at the national and county levels (NUTS 3). The analysis also looks at territorial inequalities within the country and future projections. The results are helpful for addressing growing awareness of these ongoing changes’ social, political, economic, and cultural challenges.

Keywords: demographic decline, depopulation, structural changes, ageing, projections, Romania.

Riassunto. La Romania è stata tra gli ultimi Stati a entrare nell’Unione Europea nel 2007. Questo evento ha accelerato i cambiamenti demografici in corso nel Paese innescati dalla caduta del regime comunista. Negli ultimi tre decenni, gli intensi flussi migratori in uscita e la diminuzione della fecondità hanno portato ad una significativa riduzione della popolazione, che è calata da 22,8 milioni nel 1992 a 19,1 milioni nel 2021, secondo i dati dei censimenti. Questo lavoro si propone di indagare l’evoluzione del declino della popolazione rumena concentrando l’analisi sulle sue dinamiche, sui cambiamenti nella distribuzione della popolazione a livello territoriale e sulle sue caratteristiche strutturali, attraverso l’analisi delle serie storiche e dei dati del censimento del 2021, i cui risultati definitivi sono stati pubblicati nel 2023, integrati dai dati Eurostat. I principali indicatori relativi allo spopolamento e ai cambiamenti nella struttura della popolazione – incluso l’invecchiamento – sono stimati e analizzati a livello nazionale e di distretto (NUTS 3). Lo studio esamina le disuguaglianze territoriali all’interno del Paese e le proiezioni future. I risultati sono utili per affrontare con crescente consapevolezza le sfide sociali, politiche, economiche e culturali che accompagnano i cambiamenti in atto.

Parole chiave: declino demografico, spopolamento, cambiamenti strutturali, invecchiamento, proiezioni, Romania.

Contents

1. Introduzione

2. Metodologia

3. La popolazione rumena: tra declino e cambiamenti strutturali

3.1 Il declino della popolazione

3.2 Il cambiamento strutturale e l’invecchiamento

4. Chi resterà? La popolazione rumena secondo le proiezioni

5. Gli scenari territoriali attuali e futuri

6. Riflessioni conclusive

Riferimenti bibliografici

1. Introduzione

Uno dei fenomeni sociali più complessi che hanno accompagnato la caduta dei regimi comunisti nell’Europa centro-orientale e balcanica è stato l’ingresso in una lunga fase di declino demografico generalizzato (Botev 2012; Micle et al. 2022).

Il rapido calo della natalità e della fecondità osservato nei primi anni Novanta del secolo scorso, che sembrava inizialmente un fenomeno congiunturale legato alla transizione economica e politica di questi Stati, oggi, a distanza di oltre tre decenni, presenta tratti di irreversibilità poiché il declino è stato così ampio da modificare sensibilmente la struttura per età delle popolazioni e il loro assetto distributivo al livello continentale (Horváth, Kiss 2016; Muntele 2023).

In termini puramente demografici, un siffatto declino può essere interpretato alla luce del modello della transizione demografica che postula l’ineluttabilità del progressivo invecchiamento della popolazione (Lundquist et al. 2015). In effetti, il problema del declino demografico ha raggiunto una portata sempre più ampia in Europa a partire dagli anni Sessanta, prima negli Stati occidentali e settentrionali e poi anche in quelli meridionali, mentre, negli Stati orientali e sud-orientali del continente, questi cambiamenti sono stati più tardivi (Sobotka 2008). Diversi Paesi, tra i quali Albania, Iugoslavia e Unione Sovietica, avevano dinamiche di crescita demografica moderata fino agli anni Ottanta, con uno scarto temporale significativo rispetto all’Occidente legato a complessi fattori politici, sociali e culturali, compreso il mantenimento di un’alta percentuale di popolazione rurale (Petrova, Inglot 2020).

Dopo il 1990 questo scenario ha subito delle modifiche e ha evidenziato una forte dicotomia tra l’Ovest e l’Est del continente. Nonostante diverse fluttuazioni, legate anche ai cicli economici, per più di un trentennio i Paesi occidentali hanno mantenuto una tendenza demografica generalmente positiva, in particolare grazie al contributo dell’immigrazione che è riuscita a compensare i saldi naturali negativi (Eurostat 2024a).

Al contrario, i Paesi dell’Europa dell’Est, nel loro lungo e difficile percorso di transizione socio-economica e politica, sono entrati, dopo il 1990, in una fase di declino marcato, con poche, parziali e forse solo temporanee eccezioni, quali la Russia, che ha ricevuto consistenti flussi migratori provenienti dalle ex repubbliche sovietiche, o la Repubblica Ceca e la Slovacchia, meno colpite dall’emigrazione. Nella maggior parte dei Paesi dell’Europa centro-orientale e balcanica, infatti, l’effetto congiunto della bassa fecondità e dell’emigrazione ha prodotto un forte calo della popolazione, particolarmente evidente in Romania, Bulgaria, Serbia, Albania, Ucraina, Moldavia e Lettonia (Fihel, Okólski 2019).

Scomponendo e analizzando separatamente il movimento naturale e quello migratorio, la situazione risulta molto complessa. Per quanto riguarda il saldo naturale, infatti, l’Europa centro-orientale e balcanica si trovava inizialmente in una posizione avvantaggiata a causa del ritardo nella transizione demografica (Micle et al. 2022; Muntele 2023). Dopo il 1990, la situazione si è invertita e questi stessi Paesi hanno registrato saldi naturali via via sempre più negativi. In realtà, il declino naturale non è prerogativa dell’Europa centro-orientale: Paesi come Italia, Grecia o Germania sono nella stessa situazione, ma negli ex Stati comunisti colpisce soprattutto la rapidità del cambiamento, che emerge confrontando il periodo 1960-1990 e quello 1990-2020. Va osservato, inoltre, che i tassi di natalità relativamente elevati dell’Europa centro-orientale e balcanica prima del 1990 erano in parte l’effetto di politiche nataliste coercitive, con un accesso limitato alla contraccezione e all’aborto (Rădescu 2023). Al tempo stesso, la difficile transizione economica, con l’impoverimento di larga parte della popolazione, portò a un parziale ma comunque significativo aumento dei tassi di mortalità durante gli anni Novanta (Meslé 2004). Ad ogni modo, la rapidità di queste dinamiche è stata eccezionale.

Per quanto riguarda il movimento migratorio, la situazione è completamente diversa. Per il periodo precedente al 1990, nell’Europa centro-orientale e balcanica, la mobilità interna e internazionale era fortemente limitata e controllata, sebbene in misura diversa da Stato a Stato. Alcuni territori erano all’epoca relativamente attrattivi in virtù delle opportunità lavorative, come nel caso delle Repubbliche baltiche o del Donbass all’interno dell’ex URSS, mentre altri erano già interessati da consistenti flussi in uscita, come nel caso delle repubbliche meno sviluppate dell’ex Iugoslavia, o nel caso specifico di singoli gruppi etnici quali i turchi della Bulgaria e i tedeschi della Romania. Questa situazione è cambiata profondamente dopo il 1990, quando gli Stati occidentali, settentrionali e meridionali del continente sono diventati sempre più attrattivi per la manodopera straniera, proveniente in larga misura proprio dagli Stati orientali e sud-orientali del continente, con la notevole eccezione della Federazione Russa che ha conosciuto dinamiche migratorie distinte. L’emigrazione ha colpito massicciamente soprattutto Albania, Bosnia-Erzegovina, Croazia, Macedonia del Nord, Moldavia, Georgia, Armenia, Lituania, Lettonia ed Estonia, anche a causa dell’esodo di gruppi etnici specifici, come i serbi e i russi (Heleniak 2015; Nikolko, Carment 2017). Tuttavia, anche Paesi di dimensioni demografiche maggiori, quali l’Ucraina, la Polonia e la Romania, hanno assistito a flussi in uscita dell’ordine di milioni di individui in pochi anni. Solo alcuni di essi, quali Repubblica Ceca e Ungheria, hanno mantenuto una relativa attrattività, o per motivi di maggiore sviluppo economico, come nel primo caso, oppure per l’ingresso di persone di etnia magiara provenienti da oltreconfine, nel secondo caso (Muntele 2023).

La libertà di movimento, de iure o de facto, all’interno del continente europeo, anche al di fuori dello spazio Schengen, è stata un fattore fondamentale. Da un lato, essa ha offerto alla manodopera proveniente dall’Est opportunità di lavoro e/o di guadagno che non avrebbe trovato nella madrepatria, generando anche importanti flussi di rimesse e occasioni di incontro e scambio tra individui e Paesi diversi; dall’altro ha però impoverito i Paesi di partenza che hanno perso una parte importante della popolazione attiva, spesso altamente qualificata, e sono andati incontro a un invecchiamento demografico accentuato, man mano che partivano le componenti più giovani. A questo quadro generale si sommano molte altre dinamiche, quali gli effetti delle politiche economiche del periodo comunista, con la costruzione di grandi complessi industriali e il mantenimento di attività minerarie poco produttive e competitive, la cui chiusura nei primi anni Novanta produsse pesanti conseguenze socio-economiche nei territori interessati. La graduale eliminazione delle restrizioni alla circolazione verso gli Stati dell’Unione Europea, nei primi anni Duemila, ha attirato verso l’estero una larga parte della manodopera, mentre altri flussi consistenti avvenivano all’interno dei singoli Paesi, dalle aree montane e/o rurali meno produttive verso le città, le pianure e i litorali (Monnier 2004).

Alla luce di questo scenario, e senza avere pretesa di esaustività e compiutezza, il presente studio si propone di illustrare il quadro di questo progressivo declino demografico attraverso l’esempio della Romania. Come verrà dettagliatamente descritto nella sezione successiva, le vicende demografiche di questo Paese vengono analizzate utilizzando dati e indicatori relativi alle dinamiche demografiche generali, ai cambiamenti nella distribuzione territoriale e alle caratteristiche strutturali della popolazione, sulla base dei risultati dei quattro censimenti effettuati nel periodo post-comunista (1992, 2002, 2011, 2021), integrati dai dati Eurostat, pubblicati con cadenza annuale e relativi allo stesso intervallo di tempo, nonché dall’elaborazione statistica, cartografica e analitica, condotta sia a livello nazionale sia di distretto (NUTS 3)1 a cura degli autori.

La ricostruzione del quadro del declino demografico che caratterizza la Romania può costituire un’ulteriore base di riflessione per gli attori che, a varie scale territoriali, sono chiamati ad affrontare questo processo, con le sfide economiche, sociali e politiche che vi si connettono, quali, per esempio, le ripercussioni sulla spesa pubblica e sulle politiche del welfare e della sanità.

In effetti, i cambiamenti in atto nel profilo demografico delle popolazioni, a varie scale di osservazione, hanno evidenziato la necessità di un’evoluzione del quadro interpretativo della transizione demografica tradizionale, verso un modello di transizione dell’invecchiamento che possa tener conto delle implicazioni della combinazione di una fertilità molto bassa e di una sopravvivenza in aumento con conseguenze rilevanti sulla struttura per età della popolazione, nonché dei cambiamenti nel quadro della morbilità e dell’invalidità (Robin, Michel 2004).

2. Metodologia

Nel presente lavoro, l’analisi delle dinamiche demografiche della popolazione rumena è stata condotta facendo riferimento a diverse fonti demografiche al fine di studiare sia le tendenze a livello aggregato, per la Romania nel suo complesso, sia delle dinamiche interne al Paese, nei quarantuno distretti (județ), più la municipalità di Bucarest, equivalenti alla categoria NUTS 3, perché questa costituisce storicamente la principale dimensione politico-amministrativa e storico-identitaria del Paese. L’analisi dei dati demografici si è focalizzata su tre dimensioni: le variazioni di popolazione, i cambiamenti strutturali e le proiezioni future.

L’evoluzione della popolazione rumena dal 1992 al 2021 è stata ricostruita sulla base dei dati censuari divulgati dall’INS. Attraverso l’analisi di tali dati sono stati misurati i cambiamenti registrati nella popolazione rumena tra i vari intervalli intercensuari (1992-2002; 2002-2011; 2011-2021), in relazione al suo ammontare complessivo e alla sua distribuzione a livello di distretto (INS 2023). Sono stati stimati i tassi (r) di variazione media annua esponenziale (De Santis 2010) da un censimento al successivo (per mille abitanti), per ciascun distretto, categorizzati in quantili per la rappresentazione grafica.

L’andamento dei principali fenomeni demografici, per il periodo 1992-2021, è stato studiato sulla base delle serie di dati demo gind Eurostat (2024b), che include i principali indicatori demografici per ciascun Paese, su base annuale, relativamente alla variazione e al bilancio demografico e ai quozienti a livello nazionale. Nell’analisi, sono state considerate le stime dei quozienti di natalità, di mortalità e di migrazione netta espressi per mille abitanti2. Inoltre, sono state prese in considerazione le stime relative alla popolazione media totale.

Per l’analisi dei cambiamenti strutturali si è fatto riferimento alle informazioni della banca dati INS-Tempo Online che consente di accedere ad un’ampia gamma di informazioni su diverse dimensioni, tra le quali informazioni relative alla popolazione. È stata presa in esame la popolazione legalmente residente al primo gennaio di ciascun anno (INS 2024)3. La costruzione delle piramidi della popolazione, a partire dal 1992 e a cadenza decennale fino al 2021, ha consentito l’individuazione dei principali cambiamenti intervenuti nella struttura della popolazione rumena. Inoltre, tra gli indicatori di struttura stimati dall’INS (2023), è stato considerato l’indice di vecchiaia (IV) che esprime il rapporto tra la popolazione avente 65 anni e più sulla popolazione 0-14 anni, in termini percentuali.

Il profilo demografico futuro della popolazione rumena è stato ricostruito attraverso i dati delle proiezioni Eurostat a livello nazionale [proj_23np] e a livello di distretto [proj_19rp3; proj_19rbdi3], ovvero di aggregazione NUTS 3 (2023; 2021a; 2021b).

È doveroso specificare che, mentre le previsioni a livello nazionale sono state calcolate dall’Eurostat prendendo come anno di riferimento il 2022, per le proiezioni a livello di distretto l’anno di partenza utilizzato è il 2019; tuttavia, per entrambi i livelli, l’orizzonte temporale previsivo si proietta fino al 2100.

Così come riportato dall’Eurostat (2023), le serie di dati a livello nazionale sono composte dalle proiezioni della popolazione di base e da cinque test di sensitività, ovvero:

i) assenza di migrazioni, con una migrazione netta pari a zero in ogni anno dell’orizzonte temporale 2023-2100;

ii) minore migrazione, con una migrazione netta inferiore, a causa della diminuzione del 33% applicata ai flussi di immigrazione non UE, in ogni anno dell’orizzonte temporale 2023-2100;

iii) maggiore migrazione, con una migrazione netta maggiore, a causa dell’aumento del 33% applicato ai flussi di immigrazione non UE, in ogni anno dell’orizzonte temporale 2023-2100;

iv) minore fertilità, dove si presume che i tassi di fertilità siano inferiori del 20% rispetto alle ipotesi di base, in ogni anno dell’orizzonte temporale 2023-2100;

v) minore mortalità, sotto l’ipotesi che i tassi di mortalità siano più bassi in modo tale che l’aspettativa di vita alla nascita aumenterà di circa due anni entro il 2070 rispetto alle ipotesi di base.

Nell’analisi sono stati presi in considerazione questi cinque test di sensitività al fine di verificare le conseguenze di andamenti demografici alternativi, valutando il possibile impatto che variazioni nella magnitudine dei fenomeni, quali fertilità, mortalità e migrazioni, può avere nel determinare l’ammontare futuro della popolazione nel suo complesso, nel generare un’inversione di tendenza oppure nell’accelerare o rallentare il processo di declino osservato negli ultimi decenni.

Nel caso delle proiezioni a livello di distretto (NUTS 3), sono state prese in considerazione le stime relative alle proiezioni di base [proj_19rp3] (Eurostat 2021a) ed è stata inoltre considerata la percentuale della popolazione avente 65 anni e più, allo scopo di indagare il cambiamento strutturale della popolazione [proj_19rdbi3] (Eurostat 2021b). Si precisa che per la popolazione dei distretti si è scelto di considerare la variazione della popolazione ad un decennio, ovvero al 2032, in quanto, come conseguenza di un processo ergodico, la popolazione sottoposta a parametri pressoché costanti di natalità, mortalità e migrazioni diviene stabile e non è dunque possibile osservare, nel lungo periodo, cambiamenti significativi né nel suo ammontare né nelle sue caratteristiche strutturali (Terra Abrami 1998; De Santis 2010).

3. La popolazione rumena: tra declino e cambiamenti strutturali

3.1 Il declino della popolazione

I dati sulla popolazione complessiva residente in Romania mostrano che, se nel 1992 questa ammontava a 22,8 milioni di abitanti, trent’anni più tardi essa è scesa a poco più di 19,1 milioni, con una perdita netta di 4,1 milioni di residenti (-18%). Le stime sull’andamento della popolazione totale elaborata dall’Eurostat (2024b) per lo stesso periodo evidenziano chiaramente che, in questo processo di progressivo declino, dal crollo del regime comunista ad oggi, ci sono stati alcuni momenti significativi nella storia demografica del Paese.

Come mostra la Figura 1, che riporta, per il periodo dal 1992 al 2021, la popolazione totale media e i quozienti di natalità, mortalità e migrazione netta, si osservano in particolare due momenti di shock demografico nel 2001 e nel 2007. Queste variazioni repentine trovano come causa principale l’elevata emigrazione e il loro impatto è riscontrabile come tratto di discontinuità nella curva della popolazione totale e, in maniera più evidente, nelle stime dei tassi di migrazione netta.

Figura 1. Popolazione e quoziente di natalità, mortalità e migrazione netta della popolazione in Romania, 1992-2021. Fonte: elaborazione propria su dati Eurostat (2024b). Population change - Demographic balance and crude rates at national level [demo_gind].

In Romania l’emorragia di popolazione causata dall’emigrazione non si è mai arrestata; la stessa emigrazione può essere letta come una delle strategie che la popolazione ha adottato per fronteggiare le difficoltà economiche e sociali che il Paese ha attraversato nel corso degli ultimi tre decenni e con cui tuttora deve confrontarsi.

Negli anni immediatamente successivi alla caduta del regime comunista, in particolare tra il 1990 e il 1991, la principale causa dei movimenti migratori fu legata alla riapertura dei confini, dopo il lungo periodo di isolamento internazionale voluto dal regime di Nicolae Ceauşescu, e all’uscita dei primi consistenti flussi di migranti economici, oltre alla massiccia emigrazione di cittadini rumeni di etnia tedesca, ungherese ed ebraica diretti principalmente verso Germania, Ungheria e Israele (Bines 1998; Gödri 2004; Horváth, Kiss 2016; Muntele 2023).

Negli anni successivi, la Romania attraversò una lunga fase di transizione economica caratterizzata da alta inflazione, crescita della disoccupazione e povertà diffusa. Negli stessi anni l’Unione Europea proseguiva nel suo percorso di integrazione politica ed economica e di progressiva apertura verso est. Le opportunità offerte da questi cambiamenti spinsero molti rumeni a scegliere di lasciare il proprio Paese in cerca di migliori condizioni (Dimitriu 2010; Anghel et al. 2016). Il valore registrato nel 2001, in particolare, con un saldo migratorio del -25,2‰ e una perdita netta di circa 550 mila residenti in un anno, è da interpretare in relazione all’abolizione del regime dei visti d’ingresso per i cittadini rumeni nell’Unione Europea (EC/539/2001).

I flussi in uscita proseguirono negli anni successivi fino a culminare, nel 2007, in un nuovo picco legato all’adesione della Romania all’Unione Europea, accompagnata dalla caduta degli ultimi vincoli alla libera circolazione. Pur rimanendo formalmente fuori dell’area Schengen, queste nuove circostanze hanno creato di fatto condizioni favorevoli per l’emigrazione di molti cittadini rumeni, consentendo, inoltre, anche l’emersione di numerosi percorsi emigratori irregolari e circolari già in essere prima del 2007.

Le curve dei quozienti consentono inoltre di evidenziare che, negli anni immediatamente successivi al crollo del regime di Ceauşescu, avvenne un altro importante cambiamento nelle dinamiche demografiche in Romania (Fig. 1). Per la prima volta nella storia demografica recente rumena, nel 1992, il livello di mortalità registrò valori superiori al quoziente di natalità, e da allora il saldo naturale è rimasto costantemente negativo. Dal 1992 la natalità si è mantenuta intorno ad un valore medio del 10‰; di contro la mortalità è progressivamente aumentata, passando dall’11,6‰ del 1992 al 12,7‰ del 1996, per poi assestarsi a un tasso medio pari a 15‰ nel periodo più recente (2018-2021). In Romania, dunque, il livello di mortalità generale non è diminuito in maniera rilevante con la fine del regime comunista, anzi – a seguito delle precarie condizioni economiche e sociali che hanno investito la società rumena durante la transizione degli anni Novanta – ha subito un incremento preoccupante legato anche al progressivo invecchiamento strutturale della popolazione (Cunningham 2009). Negli anni successivi si sono comunque registrati dei miglioramenti che hanno portato ad un incremento delle stime dell’aspettativa di vita (da 70 anni nel 1989 a 76 anni nel 2019 secondo le stime della Banca Mondiale) e dei cambiamenti nel profilo delle principali cause di morte prevalenti (World Bank 2022). Nell’insieme, le dinamiche della componente naturale – natalità e mortalità – non hanno consentito alla popolazione rumena di compensare le perdite dovute al saldo migratorio negativo, contribuendo in maniera significativa, anche se in misura più contenuta rispetto all’emigrazione, alla diminuzione della popolazione negli ultimi decenni.

L’analisi dei dati censuari, dal 1992 fino all’ultima rilevazione del 2021, i cui risultati sono stati recentemente pubblicati (INS 2023), consente di evidenziare in quale misura le diverse aree della Romania siano state coinvolte nel generale processo di declino della popolazione.

Come mostra la Figura 2, che riporta i valori del tasso di variazione medio annuo esponenziale (r), dal censimento del 1992 al censimento del 2002, sono stati i distretti centro-occidentali e sud-occidentali di Caraş-Severin (-12,2‰ annuo), Hunedoara (-12,1‰) e Teleorman (-10,4‰) a registrare la perdita più consistente di popolazione, accompagnati dai distretti di Alba, Sibiu e Braşov, nella Transilvania centro-meridionale, e dai distretti di Satu Mare e Sălaj, nella Transilvania nord-occidentale. Di contro, nello stesso periodo, i distretti di Ilfov (+4,5‰ annuo) e di Iaşi (+0,7‰) sono stati gli unici a registrare una variazione della popolazione di segno positivo. I distretti di Vaslui (-1,4‰) e Vrancea (-1,5‰) hanno registrato perdite più contenute rispetto al resto del Paese. A incidere sui dati in questo lungo arco di tempo, tuttavia, sono state anche alcune dinamiche che erano particolarmente significative nei primi anni Novanta ma che si sono via via esaurite, quali l’emigrazione in massa della popolazione di origine tedesca che viveva in diverse aree della Transilvania (es. distretti di Sibiu e Braşov), l’emigrazione del gruppo etnico ungherese (es. Sălaj e Satu Mare) e il notevole ritardo nella transizione demografica di alcuni distretti rurali nella parte orientale del Paese, che hanno conservato più a lungo i loro tassi di natalità tradizionalmente elevati (es. Vaslui e Vrancea). Nel caso di Caraş-Severin, Hunedoara e Teleorman, invece, si trattava dei primi segnali di una grave crisi demografica che, come vedremo, è proseguita anche nei decenni successivi, causata da un generale ritardo di sviluppo socio-economico e infrastrutturale aggravato dalla chiusura di numerose attività minerarie situate nei monti Apuseni e nei Carpazi meridionali (Muntele 2023). Il distretto di Ilfov (che corrisponde alla prima cintura periurbana di Bucarest) e quella di Iaşi, con l’importante città omonima, mostravano, al contrario, una notevole capacità attrattiva nei confronti dei movimenti migratori interni.

Figura 2. Tasso di variazione media annuo (r) della popolazione dei distretti rumeni attraverso i censimenti, 1992, 2002, 2011, 2021. Fonte: INS (2023) - Censimento della popolazione e delle abitazioni 1992-2021, elaborazione dell’autore.

Dal 2002 al 2011 si è registrata la perdita demografica più importante a livello nazionale, pari a una media annua del 15‰. A vedere ridotta la propria popolazione in misura più importante sono stati di nuovo i distretti di Caraş-Severin (-12,2‰ annuo), Hunedoara (-12,1‰) e Teleorman (-10,4‰). Assieme a questi ultimi, vanno considerati anche i distretti di Galaţi, Brăila e Tulcea, al confine con l’Ucraina e la Moldavia, che soffrono della loro posizione marginale dal punto di vista geografico ed economico. È proprio nel decennio 2002-2011 che il distretto di Ilfov, tipicamente periurbano, ha registrato l’incremento più importante (+65,8‰), ricevendo flussi provenienti sia dal centro di Bucarest sia dal resto del Paese. Nello stesso periodo mostravano segni di sofferenza i distretti di Cluj (-3,8‰) e Timiş (-4,6‰), i cui dati sono però migliorati nel decennio successivo.

Al censimento del 2021, infatti, il distretto di Cluj ha ridotto la perdita al -1,7‰ annuo, mentre Timiş e Ilfov sono cresciuti, rispettivamente, dello 0,8‰ e del 25,9‰, grazie alla notevole vitalità economica delle aree urbane di Cluj-Napoca, Timişoara e Bucarest. Nello stesso periodo, l’area interessata da una maggiore riduzione della popolazione è stata quella orientale, in particolare i distretti di Tulcea (-18,5‰), Neamţ (-16,4‰) e Brăila (-15,0‰), che continuano a soffrire del loro isolamento e dello scarso dinamismo economico.

3.2 Il cambiamento strutturale e l’invecchiamento

Negli ultimi decenni, la popolazione rumena non si è modificata solo dal punto di vista quantitativo, ma ha subito anche importanti cambiamenti nella sua composizione. I dati INS-Tempo Online (2024) sulla popolazione legalmente residente hanno consentito di osservare l’evoluzione della distribuzione della popolazione nelle diverse classi d’età e di individuarne i principali cambiamenti strutturali. A intervalli decennali è stato possibile rappresentare i cambiamenti strutturali della popolazione rumena attraverso le piramidi delle età (Fig. 3).

Figura 3. Struttura della popolazione per sesso e per età in Romania (1992, 2002, 2011, 2021). Fonte: INS-Tempo Online (2024) - Statistica socială. Populaţie şi structura demografică, elaborazione dell’autore.

Uno dei cambiamenti più rilevanti è rappresentato dal restringimento della base della piramide. Il progressivo calo della fecondità, già evidenziato, ha eroso le classi d’età più giovani per un periodo ormai di oltre trent’anni. Di contro, in virtù dell’accresciuta sopravvivenza media, si sono infoltite le classi d’età più anziane, portando la rappresentazione grafica della distribuzione della popolazione a perdere la sua classica forma piramidale. I cambiamenti strutturali osservati nella popolazione rumena, in realtà, non si discostano dall’esperienza degli altri Paesi europei, dove la bassa fecondità e l’aumentata sopravvivenza delineano delle popolazioni sempre più anziane, evidenziando una convergenza tra Ovest ed Est Europa nel processo di invecchiamento. Secondo le stime Eurostat (2024c), la popolazione over 65, nell’UE-27, è pari al 21,3%, mentre la quota di ultra-ottantacinquenni è del 3%. In Romania si osservano valori simili: nel 2021 gli ultra-sessantacinquenni pesano per il 19,7% della popolazione totale, mentre gli ultra-ottantacinquenni per quasi il 2%, con un crescente vantaggio della popolazione femminile, più numerosa di quella maschile del 50% dai 70 agli 84 anni e doppia dopo gli 85 anni. Le differenze tuttora osservabili tra la Romania e il resto d’Europa sono da attribuire al divario ancora esistente nei livelli di sopravvivenza generale (circa 4 anni), soprattutto per quanto attiene alla popolazione maschile (-6,6 anni rispetto al valore medio per i Paesi UE-27). In Romania, infatti, secondo i dati Eurostat (Eurostat, 2024d) più recenti, relativi al 2022, l’aspettativa di vita alla nascita è pari a 79,2 anni per le donne e 71,3 anni per gli uomini, contro una media europea rispettivamente di 83,3 anni per la popolazione femminile e di 77,9 anni per quella maschile.

Analizzando in dettaglio l’evoluzione dei cambiamenti strutturali da un decennio all’altro, è interessante osservare le dimensioni ridotte della generazione dei 25-29 anni censita nel 1992, che corrisponde ai nati tra il 1963 e il 1967. Seguendo longitudinalmente questa generazione nei decenni successivi, ovvero in corrispondenza dei 35-39enni del censimento 2002, dei 45-49enni del 2011, e dei 55-59enni del 2021, è possibile identificare una sorta di generazione “ristretta”. Questa anomalia è il risultato di un duplice processo. Se infatti, da un lato, si potrebbe ipotizzare che l’emigrazione successiva al 1990 abbia inciso fortemente su queste coorti d’età, dall’altro lato, l’esiguità numerica di questa generazione, particolarmente anomala, può essere interpretata come un effetto diretto del Decreto 770 del 1967 (Cârstea, Domnariu 2021). L’emanazione di questa legge in Romania, infatti, ridusse improvvisamente e drasticamente l’accesso all’aborto e alla contraccezione e introdusse penalità finanziarie per le persone senza figli. Prima dell’entrata in vigore del decreto, i tassi di natalità erano in diminuzione, in linea con la tendenza osservata nel resto dell’Europa centro-orientale. Tuttavia, a partire dal 1967, si registrò un boom delle nascite decisamente anomalo che si è via via ridotto negli anni successivi ma che è proseguito fino al 1990, quando aborto e contraccezione furono nuovamente legalizzati. L’anomalia, quindi, non è costituita tanto dalla riduzione delle coorti nate prima del 1967, ma dalle dimensioni eccezionali delle coorti nate dopo il 1967.

Nella piramide demografica del 1992 si osservava anche l’eco del crollo delle nascite e dei picchi di mortalità registrati negli anni della Prima guerra mondiale e della successiva pandemia di influenza spagnola e, soprattutto, della Seconda guerra mondiale, con gli eventi traumatici che l’hanno accompagnata (crollo della natalità e picchi di mortalità; deportazione, sterminio ed emigrazione degli ebrei; deportazione, espulsione ed emigrazione di altri gruppi etnici, come tedeschi e ungheresi; deportazioni e repressioni politiche, ecc.), mentre nelle piramidi successive queste tracce sono ormai scomparse.

Attraverso le stime INS (2023), all’ultimo censimento del 2021, è possibile evidenziare quali distretti rumeni registrano una presenza più importante di popolazione demograficamente definita anziana, attraverso le stime dell’indice di vecchiaia (IV), che misura il rapporto tra la popolazione di 65 anni e più, rispetto alla componente di 0-14 anni. La Figura 4 mostra un Paese diviso a metà, dove la parte settentrionale ha una struttura per età più giovane. I distretti di Iaşi (83,2), Suceava (88,6), Bistriţa-Năsăud (95,2) e Satu Mare (100,0) si contraddistinguono per valori dell’IV pari o inferiori a 100, evidenziando un equilibrio tra la componente più giovane e quella più anziana della popolazione. A questi si aggiunge il distretto di Ilfov, nell’area periurbana di Bucarest, che registra l’indice di vecchiaia più basso (70,8). In altri distretti, come quelli orientali e nord-orientali, in gran parte rurali (es. Bacău, Vaslui e Botoşani), l’IV non è particolarmente marcato e appare simile o addirittura inferiore rispetto a distretti più dinamici come Timiş e Cluj. Questo risultato è forse legato a un ritardo iniziale nella transizione demografica che ha mantenuto più a lungo, ma solo temporaneamente, una popolazione formata da coorti più giovani.

Figura 4. Indice di vecchiaia (IV) nei distretti rumeni, 2021. Fonte: INS (2023) - Censimento della popolazione e delle abitazioni 1992-2021, elaborazione dell’autore.

Più problematica è invece la situazione nei distretti meridionali e sud-orientali, che registrano valori particolarmente elevati. Quest’area comprende molti dei distretti più sofferenti dal punto di vista socio-economico e demografico, quali Brăila (170,7), Buzău (152,4) e Prahova (148,1), nella Muntenia nord-orientale, Teleorman (194,9), Olt (161,4), Vâlcea (161,1) e Mehedinţi (149,7), nella regione dell’Oltenia, e Hunedoara (170,9) e Caraş-Severin (165,1), tra il Banato e la Transilvania. Si tratta di distretti privi di grandi centri urbani, caratterizzati da carenze infrastrutturali e da una crisi generalizzata delle attività economiche primarie e secondarie (Popescu 2014; Chivu 2019).

4. Chi resterà? La popolazione rumena secondo le proiezioni

Le stime Eurostat confermano che la tendenza alla diminuzione della popolazione rumena continuerà verosimilmente anche nei prossimi decenni. Sulla base delle proiezioni demografiche di base, la popolazione complessiva continuerà a diminuire perdendo mediamente un milione di abitanti ogni decennio. I rumeni saranno circa 18 milioni nel 2032 (-5,6% rispetto al 2022), 17 milioni nel 2043 (-10,8%), fino a scendere a 14,6 milioni nel 2100 (-23,3%).

Per quanto riguarda il movimento naturale, a incidere maggiormente sull’andamento della popolazione saranno i futuri livelli di fecondità (Fig. 5). Mentre, infatti, sulle base delle ipotesi formulate dall’Eurostat, una possibile riduzione del livello di mortalità porterebbe a un aumento minimo della popolazione complessiva rispetto a quella stimata nello scenario base, un livello di fecondità inferiore avrebbe un impatto più importante. Nel caso in cui la fecondità dovesse diminuire ulteriormente, nei decenni futuri, questo porterebbe a un declino più rapido della popolazione che aggraverebbe la situazione, e si registrerebbe una perdita di altri 2,5 milioni di residenti rispetto alle stime base.

Figura 5. Evoluzione della popolazione media in Romania (1990-2022); Proiezioni base (2022-2100). Fonte: elaborazione dell’autore su dati Eurostat (2023). Population on 1st January by age, sex and type of projection [proj_23np].

Se, negli ultimi decenni, il movimento migratorio ha avuto un ruolo chiave nell’evoluzione della popolazione rumena, la sua importanza è confermata anche in termini previsivi. Spostando, infatti, l’attenzione sulle possibili conseguenze delle dinamiche migratorie sul futuro demografico della popolazione rumena, emerge che scenari contrapposti di “elevati” o “bassi” livelli di migrazione portano a esiti molto differenti. Come mostra la Figura 5, un ipotetico scenario di immigrazione “elevata” consentirebbe di rallentare il declino della popolazione; questo potrebbe avvenire in un contesto di forte crescita economica che attirerebbe flussi di immigrazione straniera e incoraggerebbe il rientro di un numero significativo di rumeni attualmente residenti all’estero e/o dei loro discendenti. Nel caso si verificasse una maggiore migrazione netta, ovvero con un aumento del 33% applicato ai flussi di immigrazione non-UE, in ogni anno dell’orizzonte temporale 2023-2100, la popolazione rumena sarebbe destinata comunque a diminuire, ma perderebbe 1,1 milioni di abitanti in meno; mentre, nello scenario opposto di bassa migrazione netta, la tendenza alla diminuzione della popolazione si aggraverebbe ulteriormente e tale perdita si attesterebbe intorno a 5,5 milioni di abitanti, con la perdita di quasi un terzo della popolazione totale tra il 2022 e il 2100 (-29,1%).

L’analisi delle stime delle proiezioni demografiche, a livello di distretto, è in grado di fornire indicazioni sulle aree territoriali che potrebbero essere maggiormente interessate da fenomeni di spopolamento. I valori del tasso di variazione medio annuo (r), per l’intervallo 2022-2032, indicano che tutto il Paese sarà interessato da un ulteriore declino della popolazione, stimato mediamente a un -8‰ annuo. Come mostra la Figura 6, vi sono delle aree che potrebbero essere maggiormente colpite di altre. In questo scenario, a registrare le maggiori perdite tendenziali saranno l’area meridionale, che include i distretti di Teleorman (-14,3‰), Giurgiu (-11,7‰), e Călăraşi (-9,9‰), i distretti sud-orientali di Buzău (-11,5‰) e Brăila (-11,0‰), l’area sud-occidentale, con i distretti di Olt (-11,2‰) e Mehedinţi (-11,1‰), e quella centro-occidentale, con i distretti di Caraş-Severin (-10,7‰) e Hunedoara (-10,4‰). Un declino demografico relativamente più contenuto riguarderà invece diversi distretti della Transilvania, tra i quali Bistriţa-Năsăud (-4,5‰), Braşov (-6,0‰), Sibiu (-6,2‰) e Harghita (-6,7‰), oltre ai distretti di Iaşi (-3,8‰), Suceava (-3,9‰), Ilfov (-4,7‰) e Vaslui (-5,9‰), grazie alla presenza di aree urbane e di importanti vie di comunicazione anche internazionali.

Figura 6. Tasso di variazione medio annuo (r) nei distretti della Romania nel decennio 2022-2032. Fonte: Eurostat (2021a). Population on 1st January by age, sex, type of projection and NUTS 3 region [proj_19rp3], elaborazione dell’autore.

Questa riduzione generalizzata della popolazione sarà accompagnata da un ulteriore invecchiamento strutturale che, verosimilmente, vedrà crescere in tutti i distretti il peso della componente demograficamente più anziana, ovvero con un’età pari o superiore ai 65 anni (Eurostat 2021b) (Fig. 7).

Figura 7. Variazione percentuale (%) della popolazione 65 anni e più nei distretti della Romania nel decennio 2022-2032. Fonte: elaborazione dell’autore su dati Eurostat (2021b). Demographic balances and indicators by type of projection and NUTS 3 region [proj_19rdbi3].

Se, come evidenziato in precedenza, nel 2022 gli ultra-sessantacinquenni pesano per il 19,7% della popolazione totale rumena, nelle previsioni al 2032 il loro peso è destinato a crescere mediamente di ulteriori 2 punti percentuali. A crescere in maniera significativa sarà la quota dei cosiddetti “grandi vecchi”, ovvero di coloro che hanno 80 anni e più. Questo risultato rifletterà i progressivi miglioramenti nella sopravvivenza media che coinvolgeranno il Paese nel prossimo decennio ma, al tempo stesso, porrà importanti interrogativi circa la sostenibilità del sistema pensionistico e assistenziale rumeno nel gestire il crescente invecchiamento della popolazione (Sala 2018).

Purtuttavia, questo continuo invecchiamento strutturale, secondo le stime degli indicatori Eurostat (2021b), assumerà un peso maggiore in alcuni distretti. Come mostra la Figura 7, i distretti di Vâlcea, Hunedoara, Mehedinţi e Caraş-Severin, che nel 2022 presentano già le percentuali più alte di ultra-sessantacinquenni (mediamente 22,6%), sperimenteranno gli incrementi più consistenti nel corso del decennio successivo, che saranno compresi tra +5% e +3,5%. L’incidenza della popolazione anziana resterà invece pressoché invariata per la popolazione dei distretti di Ilfov, Giurgiu e Iaşi, grazie agli effetti della presenza di una popolazione relativamente più giovane nelle città e nelle aree periurbane di Bucarest e Iaşi. Occorre ricordare che il Paese presenta attualmente un indice di vecchiaia relativamente ridotto come conseguenza del periodo di alta natalità indotta forzatamente dal regime fra il 1967 e il 1989; l’invecchiamento di queste coorti inizierà nel 2032 e porterà inevitabilmente a un rapido innalzamento dell’Indice di Vecchiaia negli anni successivi.

5. Gli scenari territoriali attuali e futuri

Questi tre decenni di profondi cambiamenti politici, sociali ed economici hanno prodotto in Romania un trend demografico complesso e preoccupante. Gli effetti di questa lunga fase di ridotta vitalità demografica, combinata con l’esodo di una parte importante della forza lavoro (in particolare dei giovani), si manifesteranno progressivamente nel lungo periodo, sebbene con ampie differenziazioni a livello territoriale (Muntele et al. 2021; Otovescu, Otovescu 2019).

Le uniche aree che hanno registrato, negli ultimi decenni, un incremento demografico significativo sono le aree metropolitane e periurbane delle principali città (in particolare Bucarest, Timişoara, Cluj, Iaşi, Braşov e Costanza), situate all’interno dei rispettivi distretti, mentre il resto della Romania è ormai sempre più diffusamente interessato dal declino demografico. I dati medi per distretto nascondono alcune peculiarità locali, come accade inevitabilmente utilizzando i dati statistici a livello NUTS 3, in quanto, effettivamente, oltre alle grandi aree urbane, anche alcuni comuni a caratterizzazione turistica (di tipo montano, balneare, termale, culturale o agrituristico), alcune aree agricole particolarmente produttive, gli insediamenti posti lungo i principali assi stradali e ferroviari e le comunità di etnia rom registrano trend positivi o comunque meno negativi rispetto alle aree circostanti (Stasac et al. 2016; Lung, Glicor 2018; Cercleux et al. 2019; Lung 2019; Muntele 2023). Tuttavia, si tratta di eccezioni se si pensa che la popolazione residente è calata del 18% tra il 1990 e il 2021.

Aggregando i distretti per regione storico-geografica, le differenze sono relativamente contenute: il calo trentennale è stato leggermente più significativo nel sud del paese (Oltenia, Muntenia e Dobrugia, -18,1%) e leggermente minore in Moldavia, Transilvania, Bucovina e Banato (-17%). Questa uniformità, tuttavia, è solo apparente perché queste regioni includono aree eterogenee con tendenze divergenti. I distretti più vitali sono tendenzialmente quelli che comprendono le aree urbane e periurbane principali (Bucarest e Ilfov, Iaşi, Timiş, Sibiu, Braşov, Cluj, Bihor, Costanza); a questi si affiancano territori nei quali, pur in presenza di aree urbane più piccole o meno dinamiche, le attività primarie, secondarie e terziarie, incluso il turismo, sembrano aver frenato finora il declino demografico (es. Transilvania centro-orientale e Bucovina). Si osserva anche come la cintura periurbana di Bucarest tenda ormai a espandersi oltre il distretto di Ilfov, investendo parte dei territori dei distretti circostanti di Dâmboviţa, Giurgiu e Călăraşi, tradizionalmente rurali (Hărăguş, Földes 2020).

In riferimento all’analisi dei dati (Fig. 2), le tendenze positive più consolidate, sia in riferimento all’intero periodo considerato (1992-2021) sia al periodo più recente (2011-2021), si osservano nei distretti di Ilfov, Timiş, Bihor, Cluj e Costanza; dinamiche relativamente positive, in entrambi i periodi, hanno interessato anche i distretti di Mureş, Harghita, Covasna, Sibiu, Dâmboviţa e Iaşi, che sono rimasti entro il secondo quantile (Q2).

Al contrario, le tendenze appaiono decisamente problematiche in numerosi distretti meridionali, sud-orientali, centro-occidentali e orientali, tutte aree caratterizzate dalla presenza di città di dimensioni minori o meno dinamiche dal punto di vista economico, vaste aree montane poco attrezzate per il turismo, vecchi distretti minerari e zone rurali poco produttive, spesso lontane dai grandi assi stradali e dai mercati nazionali e internazionali. I trend più negativi, sia nel periodo 1992-2021 sia in quello 2011-2021, con la permanenza nell’ultimo quantile (Q5), si osservano nei distretti di Mehedinţi, Teleorman, Hunedoara, Tulcea, Brăila e Galaţi; dinamiche preoccupanti, dovute essenzialmente agli stessi fattori, si riscontrano anche in altri distretti limitrofi, quali Caraş-Severin, Vâlcea, Olt, Gorj, Dolj, Vaslui, Neamţ, Alba e Sălaj, che non sono riusciti a risalire oltre il penultimo quantile del tasso di variazione media annuo (Q4). Occorre comunque ricordare che si tratta di dati medi per distretto, che nascondono dinamiche debolmente positive che si osservano comunque nelle aree urbane di questi distretti marginali (es. Piteşti, Craiova, Bacău, Piatra-Neamţ, Vaslui, Baia Mare, ecc.).

In generale, come già osservato, i dati più preoccupanti sono la conseguenza di una sommatoria di saldi naturali e migratori entrambi negativi. Le migrazioni interne, dirette principalmente verso Bucarest, Iaşi, la Transilvania occidentale e meridionale e il litorale di Costanza, stanno modificando in modo importante la distribuzione della popolazione, che appare sensibile a fattori quali la lontananza dalle città, le infrastrutture di trasporto e il livello di sviluppo economico nelle componenti primarie, secondarie e terziarie.

La componente migratoria del bilancio generale ha avuto finora il peso maggiore nella forte diminuzione della popolazione rumena durante il periodo studiato. Il valore medio annuale del saldo migratorio a livello nazionale (-4,3‰ tra il 1992 e il 2021) ha fatto della Romania uno dei più importanti fornitori di popolazione fertile e di manodopera per molti Paesi occidentali. La diaspora rumena, quasi insignificante prima del 1990, se si escludono i flussi in uscita di gruppi etnici particolari quali tedeschi ed ebrei, è diventata una delle più importanti a livello planetario, con stime che oscillano intorno a 4-5 milioni di cittadini residenti all’estero. Il quadro complessivo è dominato dalla contrapposizione tra aree urbane e periurbane, più o meno estese, a seconda dell’attrattività di ciascuna città, e aree più isolate e profondamente rurali.

6. Riflessioni conclusive

L’analisi demografica sopra illustrata restituisce la presenza di tre Romanie distinte: quella più dinamica, prevalentemente urbana, che mantiene una certa vitalità demografica; quella entrata in una fase di crisi, le cui possibilità di ripresa dipendono in larga misura dalla qualità della governance; quella più profondamente rurale, che è forse già avviata verso uno spopolamento verosimilmente irreversibile.

L’attenta osservazione della moltitudine di fattori coinvolti nella crescita o nella diminuzione della popolazione può fornire nuove spiegazioni per descrivere le dinamiche territoriali osservate durante l’analisi. La vicinanza alle grandi vie di comunicazione, ad esempio, può essere un fattore di questo tipo, essendo la concentrazione assiale una delle forme preferenziali di ristrutturazione territoriale della distribuzione della popolazione. Considerare il tenore di vita come il fattore determinante può essere contraddittorio, perché la capitale e altre grandi città, nonostante un forte sviluppo economico dovuto ai flussi di investimenti esteri, non hanno fatto registrare un significativo rimbalzo di natalità negli ultimi decenni e la loro crescita è dovuta principalmente al saldo migratorio e alla composizione della popolazione per età (Muntele 2023).

La Romania, che aveva conosciuto tassi di natalità e fecondità elevati e saldi migratori pressoché nulli fino al 1990, a causa delle politiche nataliste e della chiusura dei confini che avevano caratterizzato il regime di Ceauşescu, ha conosciuto, negli ultimi tre decenni, trasformazioni rapide e profonde che l’hanno riallineata ai trend generali del continente europeo, per quanto riguarda i bassi tassi di natalità e fecondità, e a quelli della regione centro-orientale e balcanica, per quanto riguarda invece i saldi migratori negativi. Di conseguenza, il Paese condivide con l’Europa Occidentale alcune delle sfide legate al progressivo invecchiamento della popolazione, allo spopolamento di vasti territori rurali o marginali e alla tenuta dei conti pubblici, dovuta alle spese crescenti per la salute e le pensioni e al minore apporto di contributi da parte della popolazione attiva. Al tempo stesso, il Paese presenta anche le problematiche specifiche che caratterizzano i Paesi di emigrazione, con un’esperienza in questo caso decisamente divergente rispetto all’Europa occidentale. Altre criticità, infine, si presentano unicamente in Romania, come nel caso della difficile gestione del prevedibile e brusco passaggio all’età pensionabile e alla terza età delle consistenti coorti di popolazione nate fra il 1967 e il 1989, epoca delle rigide politiche nataliste del regime comunista, che avverrà nel prossimo decennio. Se un nuovo, significativo rimbalzo della natalità e della fecondità appare difficile, e non sarebbe comunque in grado di compensare nell’immediato lo squilibrio già verificatosi negli ultimi tre decenni, gli equilibri demografici del Paese sembrano dipendere in maniera significativa dalle future dinamiche migratorie interne e soprattutto internazionali. Questa crescente consapevolezza porterà verosimilmente alla discussione e all’adozione di politiche sociali adeguate e di politiche migratorie sempre più mirate, con la finalità di gestire un ulteriore invecchiamento della popolazione, un consistente fenomeno di spopolamento delle aree marginali, l’integrazione di un inedito flusso di immigrati extra-UE e il possibile rientro in patria degli emigrati rumeni e dei loro discendenti.

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1 La Romania è attualmente divisa in 41 unità amministrative chiamate judeţe, ai quali si aggiunge la municipalità di Bucarest. Il termine judeţ può essere tradotto in italiano come “distretto”, “contea” o “provincia”.

2 Secondo Eurostat (2024b), la migrazione netta è la differenza tra il numero di immigrati e il numero di emigrati. Nel contesto del saldo demografico annuale, tuttavia, Eurostat, nelle sue stime, prende in considerazione la differenza tra il cambiamento demografico totale e il cambiamento naturale; questo concetto è indicato come migrazione netta più aggiustamento statistico. Le statistiche sulla migrazione netta più l’aggiustamento statistico sono quindi influenzate da tutte le imprecisioni statistiche nelle due componenti di questa equazione, in particolare il cambiamento della popolazione. Da un Paese all’altro l’aggiustamento statistico netto della migrazione può coprire, oltre alla differenza tra la migrazione in entrata e in uscita, altre variazioni osservate nei dati della popolazione tra il 1° gennaio di due anni consecutivi che non possono essere attribuite alle nascite, morti, immigrazione ed emigrazione.

3 Secondo la definizione fornita dall’INS: “la popolazione legalmente residente rappresenta il numero di persone con cittadinanza rumena e residenza legale sul territorio della Romania, delimitata da criteri territoriali-amministrativi. La residenza legale della persona è l’indirizzo in cui lui/lei dichiara di avere l’abitazione principale, stampato come tale sulla sua carta d’identità e registrato dagli organi amministrativi dello Stato. Per impostare il valore di questo indicatore non si tiene conto della residenza abituale e del periodo e/o del motivo dell’assenza dal domicilio” (INS 2024).

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