https://doi.org/10.36253/bsgi-7565
Sempre in divenire: camminare lungo antiche rotte di pellegrinaggio come pratica patrimonializzante
Always in Becoming: Walking along Ancient Pilgrimage Ways as Heritage-Making
1 Dipartimento di Scienze Storiche, Geografiche e dell’Antichità, Università degli Studi di Padova, Italia
2 Dipartimento di Culture del progetto, Università Iuav di Venezia, Italia
3 Dipartimento di Scienze Storiche, Geografiche e dell’Antichità, Università degli Studi di Padova, Italia
E-mail: chiara.rabbiosi@unipd.it, sabrina.meneghello@unipd.it
Abstract. The tourist and heritage value of many types of landscape is currently receiving increased attention, thanks to the growing popularity of slow mobility. In this light, historical pilgrimage routes are being rediscovered across Europe in a secular context. In this article, we use a phenomenological approach to mobility, tourism, and cultural heritage to investigate how walking, defined as a place performance, contributes to the heritage-making of the landscapes covered by walking routes based on historic pilgrimages. These are increasingly being proposed as walking holiday routes. Referring to two experiences conducted on the Cammino di Sant’Antonio, a route that intersects with other historical-religious routes in Veneto, such as the Via Romea Strata (2021) and the Via Romea Germanica (2022), the contribution is based on mobile ethnography, enriched by geo-questionaire results. Both experiences originated as study trip, with walking serving as an embedded and immersive tool for learning and inquiry, enabling a better understanding of the relationship between tourism and landscape. The coming together of bodies, senses, cultural goods, the environment, through the walking allows to understand how this very practice of patrimonialisation and heritage-making plays a key role in re-interpreting pilgrimages, questioning recurring themes in the promotion of tourism and landscape.
Keywords: place performance, walking holiday, pilgrimage, touristscape, slow mobility.
Riassunto. La valenza turistica e patrimoniale dei paesaggi sta godendo attualmente di una rinnovata promozione stimolata dalla possibilità di farne esperienza attraverso forme di mobilità lenta. A questo riguardo, in Europa, i pellegrinaggi storici e i loro tracciati sono riscoperti sempre più in chiave secolare. In questo contributo adottiamo un approccio fenomenologico alla mobilità, al turismo e al patrimonio culturale per interrogare il modo con cui il camminare, inteso come performance dei luoghi, contribuisca a patrimonializzare i paesaggi attraversati nel momento in cui alcune “antiche” rotte di pellegrinaggio sono riproposte più genericamente come itinerari di vacanza in cammino. Facendo riferimento a due esperienze svolte su tratte del Cammino di Sant’Antonio che incrociano in Veneto altri itinerari di importanza storico-religiosa, la Via Romea Strata (nel 2021) e la Via Romea Germanica (nel 2022), il contributo si basa sui risultati emersi da due etnografie in cammino, integrate dai risultati di un geo-questionario. Entrambe hanno avuto origine come escursione didattica dove il camminare stesso è stato considerato strumento di indagine incorporato e immersivo per comprendere la relazione tra turismo e paesaggio. Il venire insieme di corpi, sensi, beni culturali, ambiente, attraverso il camminare consente di comprendere quanto questa stessa pratica – patrimonializzante e patrimonializzata – giochi un ruolo chiave nel re-interpretare i pellegrinaggi, mettendo in discussione temi ricorrenti nella promozione turistica e del paesaggio.
Parole chiave: performance locative, vacanze in cammino, pellegrinaggi, promozione turistica, mobilità lenta.
Contents
2. Turismo lento, heritage-making e paesaggio
3. Camminare come metodo di ricerca
5. Un patrimonio? Tanti patrimoni!
5.2. Tra intimità e condivisione
1. Introduzione
Negli ultimi anni si è registrato in Italia, e in Europa più in generale, un crescente interesse intorno al tema della valorizzazione di antichi itinerari storico-religiosi a fini turistico-ricreativi. A livello nazionale, il fenomeno è stato oggetto di numerose riflessioni scientifiche (Giacalone 2015; Mercatanti, Messina 2020; Morazzoni, Boiocchi 2013; Spagnoli 2022) e attenzione istituzionale nei piani strategici turistici (Mibact – Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo 2017; Servizio studi Senato della Repubblica e Camera dei Deputati 2023). Una prospettiva condivisa è quella di comprendere il fenomeno all’interno del più ampio discorso sull’affermazione degli itinerari associabili alla mobilità lenta in ambito turistico e del tempo libero (Cisani, Rabbiosi 2023; Dickinson, Lumsdon 2010b; Fullagar et al. 2012; Lumsdon, McGrath 2011).
L’attenzione sul cosiddetto slow tourism in Italia ha iniziato a essere evidente già all’inizio del 2010, ma la pandemia da Covid-19 ha dato un’ulteriore spinta. Sebbene dei dati solidi siano difficilmente identificabili, è parere condiviso che il nucleo consolidato di praticanti si sia ampliato durante e dopo la pandemia includendo sempre più persone alla ricerca di esperienze ricreative all’aria aperta, a contatto con la natura e capaci di avvicinare ad aspetti del patrimonio naturale e culturale meno noti. Un tipo di domanda alla quale le antiche vie di pellegrinaggio, rivalorizzate e in parte anche reinventate, sanno rispondere (Enit-TCI-Ipsos 2023; Terre di mezzo editore 2022, 2023). Emerge anche una progressiva secolarizzazione delle motivazioni che portano a percorrere questi itinerari alla ricerca non più solo di esperienze religiose da compiersi in solitaria bensì anche di occasioni di condivisione e socialità, mescolando le carte che distinguono rigidamente il profilo di chi si riconosce in un pellegrinaggio e chi, invece, si muove come turista o assumendo altre identità mobili associate al tempo libero (Meneghello 2024), una dinamica recentemente documentata dalla letteratura scientifica internazionale (Lopez et al. 2017; Nilsson, Tesfahuney 2018; Shinde, Cheer 2024). Sebbene in ambito di promozione e gestione di questo tipo di itinerari un ruolo maggiore lo giochino una pletora di attori comprensiva di guide specializzate, piccole imprese e gruppi di volontariato, è da notare anche l’attenzione delle istituzioni, afferenti a diversi livelli geografici, che incentivano il tracciamento e la strutturazione di nuovi percorsi, spesso inclusivi di contenuti e servizi innovativi. Data l’esemplarità del programma degli Itinerari Culturali del Consiglio d’Europa lanciato nel 1987 con l’ormai famoso Cammino di Santiago de Compostela, il lavoro congiunto del Ministero della Cultura e del Turismo intende approdare ad un Disegno di Legge per la promozione dei cammini come itinerari culturali. Di fatto, molte Regioni stanno puntando allo sviluppo di itinerari tematici spesso grazie al passaggio di antichi percorsi storico-religiosi come asset strategico della propria offerta turistica.
L’attenzione e il successo dei cammini pongono dei quesiti interessanti rispetto al tema della patrimonializzazione di beni e pratiche che contribuiscono a consolidare questo tipo di “paesaggio turistico” inteso come assemblaggio di tutti i diversi elementi che contribuiscono a stabilizzare reti di attori, spazi e politiche. Di fatto, i cammini che ripercorrono o inventano le rotte di pellegrinaggio possono essere alla volta considerati specifici tipi di destinazione turistica dai confini non facilmente definibili (Morazzoni, Rabbiosi 2022) e, allo stesso tempo, un bene (o meglio un insieme di beni) culturali e naturali consolidati attraverso le performance locative di una pletora di attori (Rabbiosi 2021b). Il tema della patrimonializzazione dei cammini e del camminare come forma di turismo lento emerge chiaramente nel momento in cui si considera il ruolo delle politiche già menzionate e di tutti quegli attori (o stakeholder) che hanno un interesse specifico, prevalentemente socio-economico, ad investire sul tema. Meno attenzione è però posta sull’azione patrimonializzante di camminatorɜ, pellegrinɜ, turistɜ o visitatorɜ1 che dir si voglia. Partendo dal tipo di fruizione più comune degli itinerari che rivalutano antiche rotte di pellegrinaggio, e cioè dal camminare, questo articolo si propone di colmare un gap di conoscenza interrogando il modo con cui il camminare stesso contribuisce a patrimonializzare i paesaggi di questo tipo di itinerario.
Per rispondere a questa domanda adotteremo una prospettiva fenomenologica allo studio dei cammini e attraverso questa prospettiva analizzeremo due esperienze svolte nell’ambito di alcune escursioni didattiche che miravano esplicitamente ad analizzare il nesso tra turismo, cammino e paesaggio.
2. Turismo lento, heritage-making e paesaggio
Le modalità con cui il turismo lento prende forma sono molteplici (Dickinson, Lumsdon 2010a; Fullagar et al. 2012): questo contributo si focalizza sulla pratica dei cammini che può sostenere diversi tipi di mobilità, quale ad esempio quella di peregrinazione di tipo spirituale o religioso ma anche di tipo più ludico, dando vita a delle “vacanze in cammino” (Gavinelli, Zanolin 2023; Rabbiosi 2021b). Si tratta di un tipo di mobilità all’aperto, che pertanto si sovrappone al cosiddetto turismo outdoor, talvolta estesa nel tempo (da una sola giornata a una settimana e oltre), che può richiedere un’elevata prestazione fisica. Di fatto, una visione delle vacanze in cammino che non consideri quanto camminare non sia necessariamente un atto incorporato facilmente e automaticamente (Springgay, Truman 2019) è non solo parziale, ma anche socialmente escludente. D’altro canto, e di specifico interesse qui, a seconda di come si realizza, questo tipo di mobilità può anche avvicinarsi al pellegrinaggio, soprattutto in un contesto in cui questo è riscoperto in maniera secolarizzata o post-secolarizzata, in cui significati trascendenti e esistenziali sono attribuiti non solo al raggiungere una destinazione “sacra” (non necessariamente dal punto di vista religioso), ma al peregrinare stesso (Munar et al. 2021).
Come già citato nell’introduzione, l’attenzione della maggior parte degli studi sui cammini ricade sui comportamenti di chi li pratica, sulla loro possibile misurazione e “profilazione”, sulle strategie per implementare la “camminabilità” turistica di un territorio rispondendo ad una logica positivista della ricerca. In tutte queste prospettive, però, il profondo legame tra corpo, mente e ambiente, che emerge nel realizzarsi del camminare stesso, viene prevalentemente scisso. Al contrario, la ricerca sui cammini dal punto di vista fenomenologico pone attenzione al divenire di questa unità, a partire da specifiche relazioni tra corpi, ausili per la mobilità, infrastrutture, paesaggi, che plasmano dinamiche spaziali alla volta sociali e materiali (Rabbiosi 2021b). Al di là del quadro concettuale, è possibile fare riferimento ad alcuni recenti studi empirici che si collocano in questa prospettiva. Alexandra Witte (2021), ad esempio, ha esplorato le esperienze di turismo lento in Cina “camminando con” diversi tipi di persone itineranti. Osservando in movimento quello che accadeva, la ricercatrice ha potuto testare come l’incontro lungo il percorso di paesaggi, sentieri, lasciti del passato, elementi della flora contestuale, ma anche la classica segnaletica volta a dare indicazioni di percorso o offrire interpretazioni patrimoniali sul percorso stesso, desse vita a risposte diverse. Alcunɜ camminatorɜ erano prontɜ a confermare le interpretazioni più note con le proprie performance locative, altrɜ ne proponevano di nuove. In alcune zone della Cina, la circumambulazione delle montagne è una pratica antica e strettamente spirituale. L’attenzione turistica contribuisce a patrimonializzare un rituale attraverso la pratica del camminare. Per altrɜ camminatorɜ, il patrimonio ricercato e riprodotto è invece quello “coglibile dall’occhio”, che rimanda a specifiche immagini di paesaggio a cui il contesto culturale di provenienza attribuisce valore positivo dal punto di vista politico e culturale. Per altrɜ ancora, il cammino acquisisce tanto più significato quanto consente di incontrare un immaginario di wilderness, anch’esso socialmente e spazialmente situato, salvo che questo incontro avviene meno attraverso la vista e più attraverso l’incontro tattile e percettivo con tracciati incolti, rimandando a sensazioni corporee specifiche, quali la fatica. Anche Sarah Peters (2019) e Chiara Rabbiosi (2021a), a partire dalle proprie esperienze, hanno interpretato il camminare come sfida fisica e contemporaneamente mentale, riflettendo su come il “viaggio interiore” che il turismo a piedi può innestare sia un viaggio individuale che si intreccia con un viaggio collettivo frutto dell’incontro e delle interazioni con le altre persone incontrate sulla rotta, costituendo una parte importante di questo tipo di esperienza. A partire dall’analisi di quanto scritto su alcune cartoline pre-stampate e distribuite lungo il percorso della Via dei Pellegrini del Galles del Nord (Taith Pererin Gogledd Cymru), Richard Scriven (2021) ha messo a fuoco la diversità di interessi personali, sociali e spirituali di chi cammina su questa rotta. La Via rappresenta uno spazio liminale: uno spazio di separazione dalle richieste della vita quotidiana e l’incontro spirituale o emozionale (più che religioso) possibile. Si tratta di una liminalità spesso idealizzata che si traduce in una performance del luogo specifica che include un investimento fisico ed emotivo, oltre che sensoriale. Il percorso camminato stesso esprime una propria agency, offrendo rinnovamento personale e/o spirituale, mentre l’armonia e la generosità delle persone incontrate lungo il percorso forniscono incoraggiamento emotivo e consolidano una comunità di pratiche che si estende al di là del singolo percorso o di chi cammina, includendo anche altre categorie di persone. Anche l’immersione nella natura è percepita attraverso lenti spirituali. Come già sottolineato dai riferimenti per eccellenza di questo tipo di approccio ai cammini e al camminare, quali Tim Ingold, Joo Lee Vergunst e John Wylie (2005), si tratta di una performance locativa che continua a farsi tutt’uno con il paesaggio, inclusivo di tutti gli elementi che lo compongono e lo animano, tra cui diverse componenti viventi (umane, non umane, più che umane) e non viventi.
Il paesaggio gioca un ruolo significativo nel rapporto che intercorre tra turismo e produzione di patrimonio, soprattutto nel momento in cui turismo e patrimonio hanno assunto un ruolo maggiore nei processi di sviluppo locale (Dematteis 1994, 1998). Lo sviluppo locale è stato messo in relazione, sebbene con approcci diversi, ai fenomeni sempre più evidenti di cambiamenti nelle relazioni sociali ed economiche a scala globale. Una di queste è sicuramente innestata dal turismo, fenomeno transcalare per definizione (Turco 2012). Non si può oggi parlare di paesaggio senza rilevare la pervasività del turismo e il ruolo di chi visita nella produzione e fruizione di stimoli, esperienze e rappresentazioni connessi al paesaggio. Viceversa, non si possono trattare temi turistici senza fare riferimento al paesaggio (Dal Borgo, Gavinelli 2012), sia esso considerato in modo onnicomprensivo nel suo ruolo attivo di soggetto o strumento che concorre a definire l’esperienza dell’abitare e del muoversi, più o meno temporaneamente nei, o attraverso, i luoghi oppure, in modo riduttivo, come una tra le attrattive capaci di orientare le scelte di chi viaggia (Meneghello 2023b).
La complessità che è cifra definitoria del nesso paesaggio-turismo è descritta dalla metafora del “paesaggio come teatro” di Turri (1998) e la dialettica tra “agire che definisce e trasforma la natura o l’ambiente ereditato” e “farsi spettatore, rispecchiamento, coscienza dell’agire” (Turri 1998, 16). Partendo da prospettive e obiettivi di ricerca differenti, Mavric e Urry (2009), Minca (2007), Stoffelen e Vanneste (2015), Terkenli (2004) hanno rilevato come l’abbinamento dei due ambiti di indagine – paesaggio e turismo – venga spesso dato per scontato e trattato in modo superficiale, dicotomico o troppo specialistico sia nella teoria che nella progettualità territoriale. Riflettere sul nesso paesaggio-turismo può spingere, invece, verso percorsi teorici non banali, imponendo indagini di campo complesse che devono tenere conto della molteplicità di elementi e fattori chiamati in gioco. In particolare, Theano Terkenli (2004) ha indicato le principali tendenze che orientano la trattazione del tema, suggerendo una possibile sistematizzazione a livello teorico dei numerosi e crescenti contributi scientifici sull’argomento. Le tre tendenze sono, in primis, l’attenzione a livello internazionale, maturata in seno alla riflessione europea, verso i valori del paesaggio e le implicazioni della relazione con il turismo nei termini della pianificazione, dell’assessment e delle politiche; in secondo luogo, la consapevolezza degli impatti generati sul paesaggio in molte aree del mondo a causa dello sviluppo turistico; infine, l’interesse manifestato verso i temi dei paesaggi del turismo dai più recenti approcci postmoderni e post-strutturalisti che, nelle geografie culturali e sociali, focalizzano soprattutto l’attenzione sulle complesse relazioni tra il fenomeno del turismo e la costruzione, ricostruzione e consumo dei paesaggi, anche nei contesti del quotidiano. Nell’approccio “relazionale” ai paesaggi turistici e, più in generale, nelle riflessioni geografiche derivate dalle scienze sociali e umanistiche sulle interazioni performative e mobili che possono descrivere la relazione con i luoghi del turismo (Coleman, Crang 2002; Crouch 2005; Edensor 2001, 2007; Mavric, Urry 2009; Rabbiosi 2018, 2021a; Sheller, Urry 2004) si può trovare quindi l’humus più fertile per interrogare il ruolo che reti di attori sociali, pratiche e relative agency hanno nella definizione e fruizione di “paesaggi in cammino” come pratica patrimonializzante.
L’attenzione sulle performance locative può essere utile per considerare la pratica dei cammini come agente di patrimonializzazione, ma anche come pratica che è a sua volta patrimonializzata grazie all’attenzione turistica che le viene data. Il carattere selettivo del patrimonio è sempre nutrito da, e nutre, dinamiche dello spazio e del luogo multidimensionali e ambigue (Atkinson 2005; Graham et al. 2000; Lowenthal 1998). Di fatto il concetto di patrimonio (o heritage) coesiste facilmente con altri concetti squisitamente geografici, tra cui quello di paesaggio (Harvey 2015). Per molto tempo, la creazione del patrimonio è ruotata intorno ad artefatti, monumenti o siti selezionati come rappresentazioni tangibili di un’identità alla volta locale o nazionale che incarnava i valori morali sostenuti dalla comunità socio-politica dominante (Graham et al. 2000). Il “discorso autorizzato del patrimonio” (Smith 2006, 11) ha, per lungo tempo, privilegiato la monumentalità e le grandi narrazioni, ma anche la comprensione del valore e del significato di beni e spazi (o siti), come intrinseco, obiettivo, e legato ad una dimensione lineare del tempo, alla profondità e al giudizio scientifico o esperto, spesso basato su nozioni di estetica di espressione delle classi o delle società dominanti (Smith 2006; Vecco 2010). Solo più di recente un corpo crescente di letteratura ha iniziato a concentrarsi sul patrimonio inteso in un senso più ampio, ponendo attenzione non solo alla dimensione soggettiva e intangibile del patrimonio, ma mettendo propriamente al centro la dimensione corporea e sensoriale che contribuisce all’heritage-making (Silverman et al. 2017; Waterton, Watson 2015). Questo approccio pone l’attenzione sulla costruzione sociale del patrimonio ma anche sulla sua comprensione personale ed emotiva (Waterton 2014), che può dare valore a luoghi e paesaggi ordinari.
Il quadro teorico presentato servirà, nei prossimi paragrafi, a porre l’attenzione sulle performance locative al fine di analizzare la pratica dei cammini come agente di patrimonializzazione, ma anche come pratica che è, a sua volta, patrimonializzata grazie all’attenzione turistica che le viene data.
3. Camminare come metodo di ricerca
Camminare non è solo un oggetto di ricerca. Negli ultimi due decenni è stata posta attenzione sul camminare come vero e proprio metodo di ricerca. Si tratta di una tradizione ormai consolidata che affonda le sue origini nei cosiddetti walk-along, o interviste in cammino (Anderson 2004). Queste hanno poi avuto un ulteriore momento di consolidamento in parallelo alla notorietà del filone di studi sulla mobilità, che ha incluso una riflessione sui mobile method (Büscher et al. 2011; si veda anche Bourlessas, Rabbiosi 2021). Le walking methodologies oggi hanno assunto un’identità a sé stante (O’Neill, Roberts 2019) con riferimento sia alla ricerca in senso stretto (Macpherson 2016), sia a pratiche pedagogiche, soprattutto di tipo “pubblico” (Springgay, Truman 2019). Con riferimento all’approccio adottato in questo contributo, sarà importante ricordare che l’apprendimento incorporato è anche al centro della comprensione fenomenologica del camminare e dei cammini. Facendo riferimento agli studi del/sul turismo, Küpers e Wee (2018) hanno sottolineano che l’approccio fenomenologico al camminare consente di rivelare ciò che è generalmente “non sentito, invisibile, non toccato, non gustato e non odorato e quindi inconoscibile, impensabile o irrealizzabile” nella maggior parte degli studi turistici (Küpers, Wee 2018, 379), dunque può servire a rielaborare e reintegrare “le pratiche incarnate di apprendimento e l’apprendimento incarnato nella pratica” (Küpers, Wee 2018, 379).
Come già Küpers e Wee (2018), anche noi abbiamo usato il camminare come strumento didattico per avvicinare alcunɜ studenti a incorporare conoscenze e competenze sulle “vacanze in cammino” simulando un’esperienza di questo tipo (si veda anche Meneghello et al. 2022). In particolare, in questo contributo facciamo riferimento a due esperienze svolte su tratte del Cammino di Sant’Antonio che incrociano in Veneto altri itinerari di importanza storico-religiosa, quali la Via Romea Strata (esperienza svolta nel 2021) e la Via Romea Germanica (nel 2022). Le esperienze sono state svolte nell’ambito dell’insegnamento Valorizzazione turistica e promozione del paesaggio, offerto in due corsi di laurea magistrale, Scienze per il Paesaggio e Turismo, Cultura, Sostenibilità all’Università di Padova. In entrambi gli anni, l’esperienza è consistita in due giorni di cammino per un totale di circa 50 km, con un pernottamento. In parte l’esperienza si è avvalsa di una multi-modalità di trasporto, avendo raggiunto il punto di partenza un anno in treno e un anno con un pullman di linea. L’esperienza è stata svolta prima che, nell’ambito del programma didattico, si iniziasse ad approfondire il tema delle “vacanze in cammino”, secondo la logica pedagogica della flipped classroom (Birch 2014) favorendo la costruzione di un percorso didattico nelle fasi successive basato in buona parte su brainstorming, confronto e incontri con esperti.
In questo articolo, come già discusso altrove (Rabbiosi, Meneghello 2023), usiamo l’espressione “studenti/turistɜ”2 per indicare che è stato chiesto di impegnarsi nell’esperienza non come ricercatorɜ di una realtà oggettiva “là fuori”, ma propriamente come camminatorɜ, pellegrinɜ, turistɜ o visitatorɜ. Sono statɜ invitatɜ, tuttavia, ad essere turistɜ riflessivɜ – in linea con la svolta postmoderna nel turismo (Minca, Oakes 2006) – prestando attenzione alle proprie pratiche e alla dimensione sensoriale sviluppata rispetto al paesaggio. All’esperienza di cammino hanno preso parte 15 studenti/turistɜ nel 2021 e 14 nel 2022, insieme alla docente, che è anche una delle due autrici; la seconda autrice ha partecipato solo alla prima esperienza. Chi ha partecipato appartiene a generi diversi, ha un’età compresa tra i 23 e i 43 anni e non ha segnalato disabilità fisiche o cognitive. Si tratta in prevalenza di studenti/turistɜ italianɜ, provenienti da diverse regioni, e di due studenti/turistɜ cinesi. Durante l’esperienza, le persone studenti/turiste hanno utilizzato un geo-questionario digitale sviluppato dalla seconda autrice, volto a raccogliere in mobilità le dimensioni percettive-emotive, spirituali e socio-ricreative della pratica di cammino (si veda Meneghello 2023a per un approfondimento). Lo strumento ha consentito anche di tenere traccia dell’eterogeneità socio-demografica. L’adesione all’esperienza è avvenuta su base volontaria, seppur caldeggiata dalla docente, e in ogni caso è stato ottenuto il consenso informato all’uso dei dati a fini di ricerca.
4. Il contesto di cammino
Le due esperienze attraverso le quali in questo articolo si analizza la dimensione patrimonializzante del camminare sono state svolte in Veneto. È importante richiamare che la Regione Veneto, con l’obiettivo di arricchire l’offerta turistica regionale, ha lanciato nel 2024 una strategia dei cammini. I principali attori turistici e i soggetti gestori dei percorsi iscritti nel registro regionale sono stati coinvolti a costruire un vero e proprio prodotto turistico denominato Cammini veneti (Regione Veneto 2024). Quelli presi qui in considerazione sono, nello specifico, il Cammino di Sant’Antonio (https://www.ilcamminodisantantonio.org/), la Via Romea Strata (https://www.romeastrata.org/) e la Via Romea Germanica (https://viaromeagermanica.com/), che in parte si innestano l’uno nell’altro, o si sovrappongono, nei pressi di Padova. Il primo consiste di alcune tratte consolidate di pellegrinaggio di devozione popolare, in particolare tra Camposampiero, a nord di Padova, e la famosa Basilica del Santo. Il Santo – nome con il quale viene unanimemente indicato nella regione Fernando Martins de Bulhões, più noto come Sant’Antonio di Padova – percorse questa tratta al sopraggiungere della morte, nel 1231. La tratta più lunga del Cammino di Sant’Antonio, inaugurata nel 2010, conta 400 chilometri e va dal santuario toscano di La Verna, in provincia di Arezzo, a Padova, valorizzando i luoghi francescani incontrati dal Santo in area appenninica. In questo senso il Cammino di Sant’Antonio è alla volta una via di pellegrinaggio consolidata ed anche un cammino – o pellegrinaggio – di recente “invenzione”. Si consideri che è in fase di valutazione e definizione anche una tratta più lunga, dalla Sicilia a La Verna che non trova solidi riscontri di tipo storico archivistico e che ripercorre altri cammini già esistenti. Romea Strata e Romea Germanica fanno entrambe parte delle vie Romee, i percorsi nati per unire Est e Nord Europa con Roma e Gerusalemme e che ancora oggi definiscono un patrimonio culturale di alto valore religioso, monumentale e paesaggistico. In particolare, la prima accomuna alcuni percorsi dei pellegrini dall’Est Europa. Dal 2015 la rotta è stata promossa a fini turistico-culturali. La seconda rimanda più specificatamente a un’importante direttrice che collega la Germania all’Italia. Come anticipato, entrambe intrecciano il Cammino di Sant’Antonio in Veneto, e in particolare nei pressi di Padova, ed è intorno a questi intrecci che si sono svolte le esperienze di cammino dalle quali questo articolo muove le proprie riflessioni.
5. Un patrimonio? Tanti patrimoni!
Il geoquestionario ha permesso di raccogliere informazioni la cui esperienza qui analizziamo. Pochiɜ studenti/turistɜ hanno dichiarato di aver già percorso lunghe tratte in cammino e l’esperienza didattica si è configurata come prima esperienza di slow tourism. Oltre alle risposte che indicano naturalmente i motivi di studio, emerge soprattutto l’interesse generico per aspetti culturali, segnalato dalla metà di chi ha risposto al geo-questionario, e l’aspettativa di incontrare borghi (un terzo di chi ha risposto). Altre componenti che si possono incontrare in cammino, come gli elementi naturali, l’incontro con altre persone, la possibilità di fare trekking e la ricerca del benessere, vengono segnalate invece da pochɜ studenti/turistɜ. Ciò che viene evidenziato, tuttavia, dalla descrizione dell’esperienza restituita attraverso il geoquestionario, le foto condivise e la discussione sollecitata a posteriori non corrisponde alla prevalente motivazione culturale dichiarata inizialmente. Inoltre, i luoghi del patrimonio religioso incontrati lungo il cammino non hanno costituito una parte centrale dell’esperienza rispetto ad altre componenti del paesaggio che rimandano alla dicotomia rurale-urbano, alla presenza di elementi connessi all’acqua come canali, argini e anche animali che invece hanno assunto un ruolo più significativo nel denotare l’esperienza.
5.1. Patrimonio religioso
Nonostante non sembrino aver caratterizzato in modo rilevante l’esperienza, alcuni elementi del patrimonio religioso sono segnalati ed apprezzati proprio perché scoperti inaspettatamente grazie alla scelta di un cammino che ripercorre, reinterpretandolo, antiche rotte di pellegrinaggio. Si tratta di piccole chiese, spesso di grande valore storico-artistico, che un tempo erano tappe di pellegrinaggio e oggi sono luoghi della devozione, dell’identità e della memoria collettiva locale. Ad esempio, percorrendo la Romea Strata nel 2021 è stata fatta una sosta alla Chiesa di San Massimo in località Borghetto, nel comune di San Martino di Lupari a nord di Padova. Una studente ha descritto questa piccola chiesa come “la più bella scoperta fatta lungo il cammino” e aggiunge: “Non sono un’amante del camminare di per sé ma ciò che fa davvero la differenza sono i luoghi come questi. Camminare permette di non perdersi luoghi inattesi”.
Un altro elemento del patrimonio religioso che emerge come importante dai racconti e dalle foto è la presenza di ruderi di chiese e capitelli lungo il cammino. Si tratta di segni della devozione popolare a cui si presta attenzione grazie alla lentezza del tipo di mobilità turistica adottata e alla possibilità di fermarsi per consultare una carta. Questi elementi si incontrano sia nelle tratte in cui il Cammino di Sant’Antonio ricalca la Romea Strata sia lungo la Romea Germanica, tanto a nord quanto a sud di Padova. Lungo il Muson dei Sassi, ad esempio, prima di raggiungere la città, alcunɜ studenti/turistɜ individuano sulla carta la presenza passata di un antico ospizio per pellegrini. Oggi si vede una casa di campagna come tante altre lungo il canale. Uno studente commenta: “Ritengo significativo questo elemento del patrimonio perché rappresenta un segno tipico del paesaggio che si incontra tra Camposampiero e Padova, un paesaggio fatto di case sparse tra campi e canali. Il toponimo è come un fossile, rimanda ad un punto di ristoro e accoglienza sulla via di pellegrinaggio. L’attuale casa di campagna collega pratiche di ieri e di oggi”.
I/le nostrɜ studenti/turistɜ in gran parte hanno dichiarato di non avere alcuna intenzione religiosa nel porsi verso di essa ed alcunɜ non conoscevano la storia del Santo. Soprattutto durante l’esperienza del 2021, svolta nello stesso giorno in cui un gruppo di camminatorɜ dichiaratamente religiosɜ erano sulla tratta in occasione di un appuntamento organizzato dagli Antoniani per l’evento Antonio 2020-2022 (https://www.antonio800.org/antonio2022-il-programma-del-cammino-in-veneto-di-novembre-21/), alcuni alcunɜ studenti/turistɜ si sono spintɜ a criticare i rituali di devozione osservati lungo la strada. Tuttavia, mentre percorrevamo il tratto lineare tra Camposampiero e Padova – un tragitto unanimemente definito come “monotono” – uno studente/turista ha deciso di cercare sul suo smartphone la lista dei miracoli che rendono Sant’Antonio oggetto di devozione religiosa tra i cattolici. Pur continuando a camminare, ha cominciato a leggere a voce alta i miracoli, sfruttando la propria arte oratoria. La performance ha generato nella maggior parte dei/delle studenti/turistɜ una certa ilarità, ma anche interesse, compattando l’insieme di persone in movimento intorno all’oratore. Per quanto ludica, la performance ha contribuito a fornire informazioni utili legate al patrimonio devozionale intangibile del percorso che sono state anche utilizzate, più tardi, per trasformare in qualcosa di comprensibile le sculture e i dipinti della vita del Santo che decorano gli interni della Basilica a Padova, destinazione finale del nostro viaggio a piedi.
5.2. Tra intimità e condivisione
Nel corso dell’esperienza del 2021, una studente/turista ha camminato, in una delle due giornate di viaggio, insieme a un gruppo misto di religiosɜ e laicɜ mobilitati in occasione di una delle tappe dell’evento Antonio 2020-2022, organizzato nell’ottocentenario della presenza del Santo in Italia. Nel dare un resoconto dell’esperienza, questa partecipante spiega che si aspettava un’esperienza solitaria e silenziosa, anche se in gruppo. Al contrario, ha proseguito, l’esperienza di cammino si è rivelata una conversazione, fatta di commenti condivisi sul paesaggio camminato o addirittura in atti di solidarietà come nel caso di camminatorɜ che si sono fattɜ carico del bagaglio di altrɜ. Questa esperienza di gruppo inaspettata decostruisce il mito dei pellegrinaggi come esperienze di spiritualità esclusivamente introspettiva o solitaria, connotando positivamente l’esperienza come “di condivisione o di senso di appartenenza” nelle parole della studente/turista.
Lungo la Romea Germanica a sud di Padova (nel 2022) sono stati rilevati riscontri simili. In prossimità del comune di Monselice la visione della rocca sul colle e il profilo dei Colli Euganei hanno generato nel gruppo di studenti/turistɜ gioia e rassicurazione, dopo aver percorso decine di chilometri lungo distese di campi, spesso su strade condivise con i mezzi di trasporto motorizzati e non certo pensate per facilitare il cammino come pratica spirituale. Il paesaggio è stato per lo più percepito come grigio e noioso. Il gruppo è molto stanco e non è particolarmente propenso a visitare il cuore del patrimonio turistico-religioso di Monselice. Eppure, c’è chi, sfidando la stanchezza, va alla ricerca di peculiarità del patrimonio. È interessante quanto descritto da una studente/turista: “Partendo con un gruppo organizzato si passa molto tempo assieme e non sempre c’è silenzio o occasioni per ascoltarsi. Ho quindi deciso la sera di allontanarmi dal gruppo per andare sola lungo il sentiero delle Sette Chiese a Monselice e visitare il Mastio Federiciano. La città medievale di sera è stata una scoperta incantevole. Purtroppo, l’accesso al percorso era chiuso. Da sola, quella sera mi sono ritrovata in compagnia di due statue raffiguranti dei leoni. L’occasione mi ha permesso di riflettere che forse chi cammina da solo va veloce ma chi cammina insieme va lontano”.
La dicotomia tra esperienza individuale/intima e collettiva/pubblica ritorna. Un’altra studente/turista ha dichiarato “il gruppo in questa esperienza ha per me sopperito… alla, come dire… i paesaggi che abbiamo attraversato non hanno molto aiutato a fare un’esperienza intima in qualche misura. Quando si parte per camminare, nelle mie esperienze pregresse, si vuole anche riflettere, stare da soli, mettersi alla prova, anche fisicamente. Questa dimensione a me è un po’ mancata e quindi ho molto apprezzato invece la parte di condivisione, con un gruppo che ha abbondantemente sopperito alle carenze paesaggistiche”. Nella pratica le due dimensioni non sono state nettamente separate ed inoltre hanno connotato il paesaggio del cammino/in cammino molto al di là di quanto visibile all’occhio.
5.3. Fuori contesto
Il piacere della condivisione generato dalla pratica del cammino emerge anche dal racconto degli incontri con persone delle comunità locali vissuti lungo il percorso. Gli/le studenti/turistɜ hanno apprezzato soprattutto il ruolo di alcuni mediatori e mediatrici che hanno accolto e trasmesso passione attraverso azioni e narrazioni su aspetti tangibili e intangibili del patrimonio. Nell’esperienza del 2021 la già citata visita alla chiesa di San Massimo, mediata da una guida professionista, ha permesso di conoscere Pino, un anziano che si occupa nel tempo libero dell’apertura e dell’accoglienza al sito religioso. Il commento di uno studente è emblematico: “Mi ha colpito il suo impegno e amore nella manutenzione della chiesa e nella diffusione di informazioni storiche e utili ai turisti”. Anche la sosta nel 2021 alla casa di spiritualità di Camposampiero gestita da religiose è stata molto apprezzata. Il sentimento comune è riassunto nelle dichiarazioni di due studenti/turistɜ: “L’accoglienza è stata da 10 e lode. Le camere erano ordinate e pulite e il cibo abbondante. La cordialità e simpatia del personale sono state davvero insuperabili!”. E ancora: “Questo è stato sicuramente un paesaggio che mi è rimasto impresso”.
Accanto al senso di gratitudine diffuso verso le persone local che hanno favorito forme di familiarizzazione verso i luoghi incontrati, sono emersi tuttavia altri sentimenti, meno lineari e positivi, che invitano a problematizzare lo slow tourism come pratica di interazione con le comunità locali. Soprattutto durante la prima escursione del 2021, i/le studenti/turistɜ si sono sentitɜ più volte esclusɜ dal contesto, guardatɜ come presenze strane e straniere. Il passaggio ha generato spesso reazioni di sospetto e irritazione manifestate talvolta attraverso plateali lamentele. Gli/le studenti/turistɜ ricordano situazioni vissute sia lungo strade di campagna poco frequentate che nel trafficato centro urbano: “È stato spiacevole quando un anziano in bicicletta ha quasi urtato in bici uno dei pellegrini imprecando per la presenza dei camminatori”, e ancora: “..in zona Arcella a Padova un’auto ha rallentato bruscamente; il conducente ha suonato forte il clacson e gesticolato contro di noi sebbene non stesse rispettando il limite di 50 km/h. Certo, alcuni di noi erano un po’ spostati dal marciapiede ma non davamo fastidio. Si capiva dai grossi zaini in spalla che si trattava di un gruppo in cammino…”.
Emerge da entrambe le esperienze che il camminare è ancora pratica fuori contesto a meno che non venga svolta lungo specifiche infrastrutture, già patrimonializzate e valorizzate come cammini o percorsi pedonali. Laddove la rotta non è nota nel suo significato storico né praticata a piedi o in bici nel tempo libero da residenti, il passaggio di chi fa una “vacanza in cammino” viene percepito come pratica dissociata dal contesto, un tentativo di sottrazione indebita del proprio spazio abituale da altri soggetti in movimento. La preparazione del passaggio attraverso incontri con specifici mediatori risulta quindi centrale per colmare le potenziali dissonanze che il cammino può generare lungo i territori attraversati.
5.4. Natura e spiritualità
Come anticipato, la relazione con alcuni elementi naturali del paesaggio incontrati lungo il percorso ha assunto un ruolo significativo nel denotare l’esperienza. La natura viene percepita attraverso i sensi ed esperita attraverso le sensazioni ed emozioni vissute in cammino. La relazione con la natura viene proiettata sul paesaggio passando attraverso l’esperienza individuale e quella condivisa. Attraversare in cammino il continuum tra contesti agricoli, peri-urbani e cittadini, frutto di una millenaria cultura rurale di cui si decifrano ancora, passo dopo passo, molti segni, porta le persone studenti/turiste a descrivere il paesaggio veneto incontrato usando il termine “agripolitano diffuso” e andando oltre la dicotomia rurale-urbano.
I luoghi attraversati, in particolare quelli connessi all’acqua come canali e argini, generano benessere perché attivano sensazioni positive alla vista e all’udito. Una studente condivide così il suo incontro con questi elementi specifici della natura: “È stato piacevole imbattersi in una sinuosità molto suggestiva, qui il silenzio della campagna ha permesso di cogliere il rumore dell’acqua”. L’incontro con la natura è piacevole anche per la scoperta di spazi preziosi di biodiversità che favoriscono incontri inaspettati con piante e animali come salici e sambuchi, aironi cinerini e alzavole. Di fatto, “lungo il fiume” è l’espressione che alcunɜ studenti/turistɜ scelgono per intitolare il paesaggio scelto e per altri il titolo ideale è “la gratificazione della natura”.
Di particolare interesse risulta poi l’associazione natura-spiritualità che emerge da più voci del gruppo. Il cammino avvicina agli elementi fisici del paesaggio permettendo di coglierne i dettagli, i profumi, le superfici e i suoni, favorendo la consapevolezza di sperimentare nel contempo sensazioni fisiche ed emozioni maggiormente connesse alla sfera della spiritualità.
All’esperienza di immersione, osservazione e contemplazione del paesaggio e di incontro con gli elementi naturali, anche quando richiede sacrificio, sforzo, fatica, viene associato un valore spirituale da buona parte degli/lle studenti/turistɜ. Il riconoscimento di questo valore rimanda al significato più generale di camminare lungo gli antichi percorsi connettendosi, attraverso l’immedesimazione, anche con la figura del Santo. Una studente descrive così questo aspetto: “La bellezza del contesto con l’argine del fiume e i colori autunnali mi hanno colpita. Sebbene la tratta possa risultare monotona, mi ha consentito di ammirare la campagna veneta sotto un’altra prospettiva e mi ha fatto empatizzare con il Santo e i suoi cammini”.
Questo significa che la materialità del cammino, ciò che viene percepito con i sensi, come il silenzio, il cinguettio di un uccello o la durezza di un sasso, influenza la propria personale definizione di spiritualità incontrata in cammino, spesso al di là di fattori razionali come la spinta motivazionale a conoscere elementi del patrimonio religioso, materiali e immateriali.
6. Conclusioni
In questo articolo abbiamo voluto dimostrare che un approccio più attento a quello che accade su, intorno e lungo i cammini possa essere utile per comprendere meglio i processi di turistificazione e patrimonializzazione di cui sono oggetto. Il nostro obiettivo è stato di contribuire a un dibattito sicuramente già in corso, grazie anche al successo che il cosiddetto slow tourism, e le vacanze in cammino come sua espressione, ha avuto negli ultimi anni. Il dibattito, tuttavia, sino ad oggi si è concentrato soprattutto sulle potenzialità legate allo sviluppo locale e alla rigenerazione dei territori, con particolare attenzione, in Italia, alle aree marginali. L’interesse si è rivolto in primo luogo al ruolo di stakeholder istituzionalizzati in una prospettiva di pianificazione turistica, oppure alla definizione dei profili di chi viaggia in una prospettiva di marketing. Minore attenzione è stata posta sul divenire dei cammini attraverso una molteplicità di relazioni sociali e materiali tra paesaggi, oggetti, flora, fauna, persone. Adottando un approccio fenomenologico, attento alle performance locative (Rabbiosi 2021b; Rabbiosi, Meneghello 2023), abbiamo cercato di colmare questo gap nel dibattito in corso focalizzandoci su due esperienze “prototipo” di vacanze in cammino, svolte con due gruppi di studenti/turistɜ nel 2021 e nel 2022, lungo alcune tratte di cammini che ricalcano antiche rotte di pellegrinaggio.
Sono tre gli aspetti più significativi che derivano dalla nostra analisi. In primo luogo, l’elemento performativo emerge come estremamente significativo nel dare vita – in maniera dinamica, magari anche contraddittoria – al processo di patrimonializzazione dei cammini perché è quello che consente di confermare la bontà delle politiche, oppure di sfidarle o ancora di spingerle più lontano. Citando in contumacia Jorge Leitão, un pellegrino “professionista” conosciuto nel corso delle nostre ricerche3, “non esistono i cammini se non vi è chi li cammina”. L’attenzione sulle performance locative in cammino consente di fare emergere il ruolo significativo della materialità degli itinerari che si esprime attraverso la sensorialità che media l’incontro con il paesaggio e permette di riconoscere come patrimonio determinati elementi. Non solo senza persone camminanti non ci sarebbero cammini, ma nemmeno la possibilità che una chiesa poco nota o una pietra miliare, una lepre o i filari di una specifica coltura, possano essere esperiti – con uno sguardo, attraverso un suono, o anche attraverso un palmo di mano o di piede – e quindi identificati come patrimonio.
Il secondo aspetto significativo rimanda alla specificità dei cammini che ricalcano antiche rotte di pellegrinaggio, dove il patrimonio prevalente – quanto meno quello che tematizza il cammino – rimanda a monumenti e beni tangibili o rituali associati a una specifica forma devozionale, rappresentando per quel cammino la forma autorizzata di patrimonio (Smith 2006). In realtà, complice anche il sovrapporsi della dimensione outdoor cui il tempo libero o le vacanze lungo i cammini si prestano e la più ampia secolarizzazione della società, il processo di heritage-making include elementi che vanno oltre la religiosità. Da un lato è la dimensione spirituale ad avere la meglio su quella religiosa, e questa può contribuire a patrimonializzare elementi afferenti ad altri ambiti: in primo luogo a quelli del paesaggio naturale che mediano intime ricerche esistenziali. Dall’altro, il paesaggio in tutte le sue altre espressioni oltre a quella religiosa o naturale – quella agricola ma anche quella urbana – costituiscono parte del patrimonio, tangibile e intangibile.
Il terzo elemento emerso è quello della profonda relazionalità propria della dimensione performativa. Come abbiamo detto è una relazionalità materiale. Ma è anche sociale, costruita non solo con beni e oggetti, ma anche attraverso le interazioni con altrɜ camminatorɜ. È un tipo di relazionalità che media e che allo stesso tempo costruisce non solo i cammini come patrimoni, ma anche lo stesso camminare come pratica patrimoniale, con un accento particolare a forme di abitare lo spazio in movimento e collettivamente (Meneghello 2023a; Rabbiosi 2021a). Emerge però che in questo paesaggio, alla volta patrimoniale e turistico, vi sono delle relazioni mancate: in primo luogo quella con le comunità locali. Questa relazione è presente solo quando mediata da figure professioniste. In alternativa, le performance locative di turisti e residenti sembrano essere quasi di chiusura, dei secondi rispetto ai primi. Dove altrove un’attitudine negativa verso le persone turiste è data dall’eccesso di turismo, quelli presentati sono più probabilmente casi opposti: l’incontro con un Altro, in questo caso rappresentato da persone che praticano “vacanze in cammino”, non sembra essere contemplato. I principi del turismo sostenibile considerano centrale le comunità locali nei progetti di sviluppo turistico (Borrelli, Mela, Mura 2023; Bozzato 2021). Quanto emerso dal nostro caso porta a interrogare le recenti strategie di valorizzazione turistica e promozione del paesaggio attraverso i cammini: Quanto possono essere efficaci se i cammini non sono riconosciuti (e praticati) dalle comunità locali?
Questi tre aspetti richiedono ulteriore approfondimento e monitoraggio, per comprendere meglio le forme, le potenzialità, ma anche le criticità della valorizzazione turistica e della promozione del paesaggio dei cammini. Quanto presentato è solo un “primo passo”.
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1 Il tentativo di adottare una forma linguistica inclusiva si collega all’invito della linguista Vera Gheno (2024) a considerare il linguaggio come una realtà dinamica e in costante evoluzione, accettando la sfida di creare nuove modalità espressive orientate ad abbandonare le categorie binarie che caratterizzano la comunicazione quotidiana. Là dove non si conosce il genere della persona cui ci si riferisce, nel testo si utilizzano parole invariabili per genere (come i nomi che terminano in “-e”, “-ente”, “-ante”, tra cui studente) o riformulazioni che utilizzino parole con un solo genere grammaticale (“persona”). Dove non è possibile, è stato utilizzato lo schwa breve (ǝ) per il singolare neutro e lo schwa lungo (3) per il plurale. Al fine di non rendere il testo troppo difficile da leggere, per alcune espressioni comuni che adottano il maschile sovraesteso (come, nel nostro ambito di riferimento, “gli attori sociali”) abbiamo mantenuto questa forma pur essendo consapevoli del limite.
2 L’espressione è usata per indicare l’identità ibrida tra turista e studente di chi ha partecipato all’esperienza.
3 Jorge Leitão è collaboratore del Cammino di Sant’Antonio nel tracciare nuove tratte e verificare la percorribilità di quelle già esistenti. La citazione è presa da un seminario tenuto all’interno dell’insegnamento Valorizzazione turistica e promozione del paesaggio, Università di Padova, 01/12/2021.