https://doi.org/10.36253/bsgi-7594

La demografia quale vettore di de-territorializzazione: l’agonia di popolamento nelle aree interne abruzzesi e molisane

Demography as A Vector of De-Territorialization: The Agony of Population In The Inner Areas in Abruzzo and Molise

Marina Fuschi, Fabrizio Ferrari

Dipartimento di Economia, Università degli Studi “G. D’Annunzio” di Chieti-Pescara, Italia

E-mail: marina.fuschi@unich.it; fabrizio.ferrari@unich.it

Abstract. The vitality of inner and peripheral areas is measured above all by the degree of valorization of territorial capital and the tendency for active participation. However, the question is whether it is not too late to reverse the trends now underway in the inner areas, especially in the Southern Italy. Yet, the transition from crystallized environments progressively emptied of their original vital force to interactive spaces represents a necessary step to take to restore incentive to the socioeconomic fabric. The proposed methodology first aims to evaluate some demographic and economic indicators, to draw a structural picture of the inner municipalities of Abruzzo and Molise, with a peculiar attention to the small towns under 1.000 inhabitants, a focus on “agonizing” municipalities and a final reflection on the possible policies necessary to reverse the current trends.

Keywords: depopulation, small municipalities, de-territorialization, Abruzzo, Molise .

Riassunto. La vitalità delle aree interne e marginali si misura soprattutto dal grado di valorizzazione del capitale territoriale e dalla propensione alla partecipazione attiva. Ci si chiede, però, se non sia troppo tardi per invertire le tendenze ormai in atto nelle aree interne, soprattutto in quelle del Mezzogiorno. Eppure, il passaggio da ambienti cristallizzati e progressivamente svuotati della loro primigenia forza vitale a spazi interattivi rappresenta un passo necessario da compiere per restituire slancio al tessuto socioeconomico. La metodologia proposta vuole dapprima valutare alcuni indicatori demografici ed economici per tracciare un quadro strutturale dei comuni interni abruzzesi e molisani, con una attenzione particolare ai piccoli comuni sotto i 1.000 residenti, un focus sui comuni “in agonia” e una riflessione finale sulle possibili politiche necessarie per invertire le attuali tendenze.

Parole chiave: spopolamento, piccoli comuni, de-territorializzazione, Abruzzo, Molise.

Contents

1. Introduzione

2. Le diverse scale del processo di de-territorializzazione in Italia

3. Territorio e demografia in Abruzzo e Molise

4. Metodologia di analisi per lo studio dei piccoli comuni

5. L’analisi demografica ed economica: i piccoli comuni “in agonia”

6. I percorsi per la ri-territorializzazione e le politiche di contrasto: le possibili risposte alla “agonia” dei piccoli comuni

7. Riflessioni conclusive

Riferimenti bibliografici

1. Introduzione

Il tema del progressivo spopolamento dell’Europa, in particolare delle aree rurali e interne, è questione ormai ampiamente dibattuta e studiata sotto diversi aspetti, non solo in chiave demografica, ma anche geografica, economica e sociologica1. In tal senso, la teoria della “seconda transizione demografica”, ipotizzata fin dalla metà degli anni Ottanta (Lesthaeghe 2014), si pone come essenziale punto di riferimento. Secondo tale approccio, in Europa, a partire dagli anni Settanta, la teoria più ottimistica della “prima transizione demografica” in cui l’equilibrio poteva essere raggiunto grazie al benessere economico, viene sostituita da previsioni più pessimistiche in cui si evidenzia una comune tendenza a una natalità contenuta (il cosiddetto “baby bust”), l’allungamento delle tempistiche della genitorialità, la fertilità sotto i livelli di sostituzione e il graduale invecchiamento della popolazione.

Tali previsioni accomunano tutta l’Europa che, secondo i dati Onu, fra il 2022 e il 2100 passerà da 744,5 a 587,3 milioni di residenti, con una età media di 49,6 anni e una distribuzione territoriale che penalizzerà particolarmente i Paesi Mediterranei (come l’Italia che si prevede passi da 59,1 a 36,8 milioni di residenti; la Spagna da 47,6 a 31; il Portogallo da 10,3 a 6,9; la Grecia da 10,4 a 6,4), non risparmiando, tuttavia, nemmeno altri Paesi rilevanti come la Germania (da 83,4 a 69) e la Francia (da 64,6 a 60,9).

Le stesse previsioni Istat per il periodo dal 2022 al 2080 tracciano, per l’Italia, un quadro in linea con quanto sopra descritto: nello scenario mediano la popolazione passerà da 59 milioni a 45,8 nel 2080, con una età media di 50,3 anni, un tasso di natalità del 7,2‰ e di mortalità del 15 e un saldo migratorio dall’estero pari al 3,6‰, non in grado di contrastare la forte contrazione del saldo naturale.

Ma il processo di progressivo spopolamento non si riduce solo a una mera questione numerica, traducendosi in un sostanziale sfaldamento di interi sistemi comunitari, sociali, culturali ed economici, con evidenti riflessi sugli ecosistemi naturali e il rischio di perdita di interi territori. In tal senso, i bassi tassi di natalità, l’invecchiamento e le dinamiche emigratorie tendono a compromettere la struttura demografica, generando un fenomeno di progressivo spopolamento e abbandono dei territori, in particolare affievolendo i segni del patrimonio insediativo che progressivamente si dequalifica fino alla completa obliterazione (Varotto 2003), depotenziando il capitale territoriale, le reti sociali e le infrastrutture essenziali come quelle riferibili ad accessibilità, salute e istruzione (Lucatelli et al. 2019), e, infine, indebolendo il tessuto economico-produttivo (Meloni, 2020). Tutti questi effetti contribuiscono ulteriormente a creare le premesse per i movimenti di fuga dai luoghi più marginali, innescando spirali contrattive non facilmente contrastabili.

Proprio le tematiche legate alla necessità di proporre strategie alternative di sviluppo per i territori marginali conducono a una delle questioni più dibattute negli ultimi anni, ossia se tali dinamiche siano ormai consolidate e, pertanto, irreversibili, oppure se esse possano in qualche modo essere contrastate permettendo la riattivazione di processi circolari positivi. Processi questi ultimi che, a fronte al declino demografico, devono necessariamente produrre strategie attentamente pianificate sulla base della conoscenza dei caratteri fisico-antropici del territorio (Dematteis, Governa 2005) con un approccio condiviso e partecipativo, place-based (Barca 2009; 2019) e una metodologia progettuale flessibile improntata sulle revisioni secondo tempi e modalità adeguate (INU 2015).

E tutto ciò nella consapevolezza che le politiche pubbliche possono solo sostenere le decisioni autonome delle persone (Stockdale et al. 2018), provando a migliorare le condizioni di vita delle aree marginali (Pinilla, Sáez 2021), così da incoraggiare gli individui a restare o ad affluire in determinati luoghi.

2. Le diverse scale del processo di de-territorializzazione in Italia

La marginalizzazione di alcuni luoghi – testimoniata dalla progressiva perdita di capitale umano, economico ed ecologico e i paralleli meccanismi circolari e cumulativi di rafforzamento di altri – induce necessariamente ad accostare i fenomeni di spopolamento all’acuirsi di squilibri fra aree di sviluppo e territori deprivati.

La prima distinzione da farsi a livello nazionale è tradizionalmente fra Nord e Sud: il Nord ha sperimentato da tempo un rallentamento nel popolamento e un progressivo adattamento al cosiddetto “inverno demografico”; per il Sud, invece, il crollo sta avvenendo in modo repentino, amplificando gli effetti negativi della crisi demografica (Cersosimo, Chimenti 2023).

Le ragioni dell’incapacità di porre rimedio ai ritardi del Mezzogiorno da parte delle politiche nazionali e locali, degli attori e delle comunità coinvolte sono state interpretate da molti autori con approcci diversi, da quello accusatorio a quello assolutorio, da quello istituzionalista a quello socio-istituzionale (Felice 2013), ma, ai fini del presente lavoro, si richiamano solo alcune considerazioni recenti in merito ai fattori alla base della mancata convergenza. Carchedi e Pugliese (2020) mettono in risalto gli elevati livelli di disoccupazione e la povertà economica, sottolineando come i tassi di occupazione nascondano in realtà anche fenomeni di lavoro irregolare. Cersosimo e Nisticò (2013) evidenziano il problema del “ritardo civile”, ponendo l’enfasi sugli assetti istituzionali della società locale gravati da una serie di “sofferenze” endogene mai sanate e che tendono ad amplificarsi riguardo a istruzione, sanità, servizi pubblici, rifiuti e igiene urbana. Accetturo et al. (2022) sottolineano la necessità impellente della modernizzazione del tessuto produttivo e del complessivo miglioramento del profilo burocratico e decisorio, attraverso l’impiego di risorse finanziarie pubbliche ingenti, dedicate e costanti nel tempo, che possano delineare un percorso graduale di perequazione dei divari. Russo (2023), infine, sottolinea le rilevanti resistenze endogene al processo di creatività e innovazione, operate da gruppi socio-economici politicamente influenti nel Mezzogiorno, laddove, inoltre, si sommano, sotto il profilo economico e tecnologico, rilevanti carenze dei sistemi regionali di innovazione.

Vi è poi la tradizionale visione funzionalista della contrapposizione fra città e campagna, fra coste e aree interne: tale prospettiva è maturata sul presupposto “che l’eccellenza sia un esito esclusivo della densità e dei processi agglomerativi, e che, per tracimazione e gocciolamento, la qualità urbana avrebbe via via coinvolto dapprima le aree-corona delle metropoli e poi anche quelle remote. Le metropoli insomma come motori di tutto il movimento: una tardiva illusione fordista di città industriale che performa il resto, che informa di sé relazioni sociali, sentimenti e aspettative, ritmi urbani, poteri economici e politici, dentro e fuori i propri confini” (Cersosimo, Nisticò 2020, 144).

Tale atteggiamento teorico è stato posto in dubbio negli ultimi anni a partire dalla constatazione che “the evidence that big cities are the main drivers of growth is far from consistent. There are plenty of once dominant cities that have suffered sharp or gradual economic declines” (Rodríguez Pose 2018, 192). E ancora: “many poor regions have remained stuck for long periods in low income traps, while some formerly well-off and dynamic regions have experienced long periods of decay” (Rodríguez Pose 2018, 193).

Nelle aree interne italiane, come sottolinea Barca (2019), molti territori si sono trovati in una “trappola del sottosviluppo”, causata da politiche poco o nulla sensibili alle diverse esigenze territoriali, incapaci di motivare le forze endogene, tributarie solo di approcci di sostegno a favore di aree considerate problematiche (De Vecchis 1996). D’altra parte, si sono rafforzate sempre più le critiche alle politiche urbanocentriche orientate al rafforzamento delle grandi città, arrivando a utilizzare il termine “metrofilia” (Waite, Morgan 2019) per sottolineare l’eccessivo sbilanciamento dello sviluppo verso i centri urbani, trascurando il cosiddetto “resto” (De Rossi 2018).

Eppure, nel caso italiano il confronto fra aree forti e deboli non è facile da perimetrare. Secondo l’efficace ricostruzione e schematizzazione di Lanzani e Curci (2018) l’Italia da riabitare può essere ricondotta a sei diverse tipologie di ambienti: i borghi e le terre alte abbandonate; i fondivalle, i pedemonti e le conche che si “intristiscono”; le campagne produttive in spopolamento; le urbanizzazioni diffuse e distrettuali in crisi; i litorali consumati dall’urbanizzazione e dal turismo di massa; le periferie e gli interstizi urbani “fragili”.

Ma oltre il mosaico di situazioni territoriali che riflette differenti profili di debolezza e altrettante diverse politiche di risposta e livelli di capacitazione progettuale, resta indiscussa la fragilità ascrivibile alle aree montane che, soprattutto a partire dal Secondo Dopoguerra, hanno registrato un processo di progressiva marginalizzazione, finendo per svuotare e deprivare tali territori, pur nella diversa realtà che contraddistingue la regione alpina da quella appenninica (Bevilacqua 2012; Fuschi 2019).

Nella macroregione alpina la forte contrazione delle attività silvo-pastorali e la creazione di poli di attrazione urbana e industriale in pianura hanno marcato un forte fenomeno emigratorio a inizio Novecento, contribuendo al rafforzamento demografico ed economico di quell’armatura urbana che, dopo la Seconda Guerra Mondiale, ha cominciato a riversare parte dei propri redditi verso le aree montane trasformate rapidamente ed efficientemente in periferie turistiche; d’altro canto, le montagne alpine sono state sedi di comunità caratterizzate da una rete molto densa di interrelazioni sociali e solidali che ha rappresentato una sorta di barriera agli influssi esterni e assicurato un minimo di permanenza della popolazione nei centri di altitudine, incentivata poi anche dalle nuove prospettive economiche.

I centri degli Appennini, invece, più vicini alle aree costiere di inurbamento diffuso, hanno sperimentato un profondo disfacimento del proprio patrimonio demografico, culturale ed economico, alimentato da emigrazioni internazionali e nazionali anche dopo la Seconda Guerra Mondiale, soprattutto nel Mezzogiorno, dove la politica di modernizzazione industriale e i processi di consolidamento urbano hanno continuato a svuotare i centri dell’interno. In tal caso si può metaforicamente affermare che le città litoranee hanno assunto il ruolo di spugne, assorbendo tutte le energie dei centri interni, mentre le montagne sono diventate sistemi permeabili, la cui relativa vicinanza alla costa ne ha affievolito il ruolo territoriale, ponendosi come spazi museificati e devitalizzati. Processualità pienamente riferibili alle regioni abruzzese e molisana, scelte come casi di studio.

In merito alla prospettiva di recuperare le aree interne, e con esse il patrimonio storico e culturale, la stessa inizia a sentirsi come esigenza a partire dagli anni Novanta, fino a connotare le montagne come “bene comune” (Debarbieux, Price 2012) o a considerarle come una sorta di ampio “parco giochi alpino” (Perlik 2011) quale riflesso combinato di densità urbana e alta domanda turistica. Più recentemente, si sono elaborate teorie molto interessanti e suggestive, fra cui la “metro-montagna” (Dematteis 2018) e la “montagna di mezzo” (Varotto 2020), entrambe però poggianti su precondizioni più facilmente riscontrabili sull’arco alpino e sull’Appennino settentrionale e meno sulla dorsale appenninica centro-meridionale2.

3. Territorio e demografia in Abruzzo e Molise

L’Abruzzo e il Molise hanno condiviso una parte importante della loro storia (ricordando che fino al 1962 costituivano un’unica regione amministrativa) e presentano ancora oggi elementi di similarità marcata sia dal punto di vista strettamente fisico-geografico che demografico, sociale e culturale; vi sono stati comunque eventi, soprattutto nelle traiettorie economiche, che hanno demarcato sentieri di sviluppo differenti fra le due regioni.

Fra gli elementi comuni si possono evidenziare il carattere di marcata montuosità (65% per l’Abruzzo, 55% per il Molise) che ha permesso un florido sviluppo delle economie di allevamento fino all’Ottocento, divenendo poi una delle cause principali dello spopolamento con l’avvento della industrializzazione e il contemporaneo contrarsi della pastorizia e dell’agricoltura incapaci di andare oltre il livello di sussistenza e di avviare un processo di modernizzazione a partire dalle tecniche applicative.

Attualmente le due regioni sono caratterizzate da debolezza demografica strutturale e dalla polverizzazione del tessuto amministrativo: al 1° gennaio 2024 l’Abruzzo registra una popolazione di 1.269.963 residenti, una densità di 117 abitanti per kmq, un indice di vecchiaia di 220 e un numero di comuni sotto i 1.000 abitanti pari a oltre il 42% del totale, mentre il Molise una popolazione di 289.413 residenti, una densità di appena 65 abitanti per kmq, un indice di vecchiaia di 251 e un numero di comuni sotto i 1.000 residenti pari a oltre il 54%.

L’Abruzzo ha assunto una dinamica demografica negativa dal 2014, tanto marcata negli ultimi anni da ricollocare la regione oggi sui valori del 2004; il Molise evidenzia dinamiche ancora più marcate se si pensa che il massimo di popolamento risale al lontano 1992 e che l’andamento contrattativo registra nuovi minimi di popolamento assoluti ogni anno.

Tale spirale involutiva, sicuramente molto preoccupante, trova conferma nello scenario mediano Istat al 2080: per l’Abruzzo si prevede una popolazione inferiore agli 875.000 residenti, con una età media di 51,6 anni, un tasso di natalità al 6,7‰, quello di mortalità al 16,9‰, un saldo migratorio interno pari al -0,1‰ e un tasso migratorio con l’estero pari al 4,2‰; per il Molise una popolazione inferiore a 173.000 residenti, una età media di 52,1 anni, un tasso di natalità al 6‰, quello di mortalità al 18,4‰, un saldo migratorio interno pari al -2,5‰ e un saldo migratorio con l’estero pari al 6,7‰.

Circa la territorializzazione delle dinamiche demografiche, le due regioni hanno risposto in maniera differente a fronte di processualità simili attivate nel Secondo Dopoguerra.

In Abruzzo, il rafforzamento del tessuto economico dell’area costiera e della collina litoranea alimentato dal binomio industria-turismo ha prodotto la formazione di un continuum urbanizzato litoraneo e di ambiti vallivi a insediamento diffuso (pur con una differenza fra ambito settentrionale teramano e meridionale chietino) gerarchizzati sulla conurbazione che ruota intorno ai due capoluoghi di Pescara e Chieti, il primo costiero e il secondo sublitoraneo; tale assetto fa da contraltare alla estrema polverizzazione amministrativa dell’Abruzzo interno, espressione di marginalità economica e di una progressiva deprivazione di servizi a partire da quelli pubblici essenziali, mentre il ruolo portante delle storiche città intermedie (L’Aquila, Sulmona, Avezzano) tende a ridimensionarsi (Fuschi, Cilli 2022a).

In Molise, in un quadro di massima criticità dove anche i comuni maggiori (appena quattro sopra i 10.000 residenti, fra cui i due capoluoghi) sono ormai in profonda crisi demografica, il dualismo non è solo fra aree costiere e interne, ma piuttosto fra centri maggiori – che tuttavia non sono riusciti ad esprimere una energia economica propulsiva sufficiente a creare agglomerazioni urbane di rilievo (Fuschi, Cilli 2022b) – e centri minori rurali legati a forme di agricoltura tradizionali a bassa incidenza di innovazione, con una imprenditoria perlopiù frammentata e tendente al rapido invecchiamento.

Un elemento di novità che desta preoccupazioni rispetto al passato è rappresentato dai recenti segnali di contrazione demografica riscontrabili anche nelle maggiori città, sebbene con elementi interpretativi differenti fra le due regioni. In Abruzzo, il carattere pluricentrico della struttura urbana costiera permette di osservare fenomeni di suburbanizzazione (soprattutto con riguardo a Pescara, ma comunque da valutare nei prossimi anni), mentre nelle aree interne l’indebolimento dei poli urbani principali si pone come questione critica, compromettendo il loro ruolo di regionalizzazione dei territori montani. In Molise, i pochi centri di grandi dimensioni rimangono di taglia piuttosto ridotta e tendono negli ultimi anni a mostrare andamenti contrattivi, pur rimanendo gli unici punti di ancoraggio della struttura urbana regionale. Dunque, si mantiene la prospettiva di un Abruzzo estremamente duale, con una area costiera che potrebbe comunque mantenere una certa robustezza insediativa anche in futuro, contrapponendosi alla severa debolezza delle aree interne (con l’eccezione del capoluogo regionale, L’Aquila, che però è ancora alle prese con la difficile ricostruzione post-sisma e di Avezzano, città al vertice di un modello di sviluppo locale di tipo “autocontenuto” che, negli ultimi decenni, ha prodotto esiti e dinamiche concorrenti) (Fuschi, Ferrari, Cilli 2018). Il Molise presenta, invece, una visione sempre più desertificata e disarticolata al suo interno, sostanzialmente priva di nodi urbani di rilievo e recentemente assimilata ad un’unica grande area interna dai caratteri peculiari (Fuschi, Iacuone 2024).

4. Metodologia di analisi per lo studio dei piccoli comuni

Le dinamiche demografiche in Abruzzo e in Molise, come scritto, sono preoccupanti per entrambe le regioni. La presente indagine intende porre particolare attenzione alla situazione attuale e alla evoluzione futura dei “piccoli comuni”, risultato di una polverizzazione amministrativa tributaria delle dinamiche socioeconomiche sopra esposte ed espressione oggi di estrema e allarmante fragilità territoriale.

In tal senso, sono stati presi in considerazione tutti i comuni con popolazione sotto i 1.000 residenti al 01/01/2024, pari a 129 in Abruzzo (su un totale di 305) e a 74 in Molise (su 136), con 26 comuni abruzzesi sotto la soglia dei 250 residenti e altri 40 compresi nella fascia fra 250 e 500, mentre, in Molise, sono 10 i comuni che non raggiungono la soglia dei 250 residenti e altri 23 quella dei 500. Alla scala opposta, in Abruzzo, solo 4 comuni superano i 50.000 residenti (con una sola città sopra i 100.000 abitanti), mentre in Molise nessun comune raggiunge tale soglia di popolazione (Fig. 1).

Figura 1. I comuni abruzzesi e molisani per classi di ampiezza demografica al 2024. Fonte: elaborazione degli autori su dati ISTAT.

Venendo alla metodologia applicata, si sono costruiti indicatori sperimentali con un’analisi condotta in modo separato fra le due regioni, soprattutto in considerazione dei differenti processi di regionalizzazione maturati.

In una prima fase si è scelto di valutare l’andamento demografico di tali comuni, prendendo in considerazione alcune variabili ritenute significative: l’indicatore relativo all’andamento annuale della popolazione e quello riferibile alla percentuale annua di popolazione sotto i 30 anni nel periodo 2012-2024, quest’ultimo espressione diretta di potenzialità demografica e, al contempo, misura speculare dell’estremo invecchiamento che cristallizza tali territori.

Si è poi determinata la media dei valori per ciascun indicatore e, infine, si sono rapportati i valori annui comunali allo scostamento medio dell’intero universo per determinare le performances peggiori. Nello specifico, le medie annuali di variazione della popolazione nei comuni sotto i 1.000 residenti nel periodo 2012-2024 sono state del -1,47% per l’Abruzzo e del -1,42% in Molise. Per la popolazione sotto i 30 anni di tali comuni, la percentuale media è del 23,54% in Abruzzo e del 24,16% in Molise.

Successivamente, si è valutata con la stessa procedura la capacità economica dei piccoli comuni sulla base di due indicatori ritenuti congrui: l’andamento annuale del reddito medio pro capite nel periodo 2012-2022 e il numero di UL per 1.000 residenti riferibile al periodo 2012-2021. In questo caso, i valori medi sono, in merito al reddito, pari al 2,25% per l’Abruzzo e al 2,41% per il Molise, mentre per le UL i dati si attestano su 58 per l’Abruzzo e 55 per il Molise.

Infine, si sono confrontate le dinamiche demografiche e quelle economiche per stabilire gli andamenti migliori e peggiori registrando, per ogni regione, all’interno del gruppo dei piccoli comuni, andamenti positivi a fronte di indicatori superiori alla media e negativi a fronte di valori inferiori rispetto alla media di entrambi gli indicatori (Tab. 1).

Tabella 1. Piccoli comuni: schema di sintesi delle variabili demografiche ed economiche. Fonte: elaborazione degli autori.
Ambito territoriale Media variazione annua popolazione 2012-2024 (%) Media % annua
popolazione under 30
2012-2024
Media variazione annua reddito medio pro capite 2012-2022 (%) Media annua rapporto U.L. per 1.000 residenti
2012-2021
Abruzzo -0,39% 28,54% 2,01% 81
Piccoli comuni (≤ 1.000 ab.) -1,47% 23,54% 2,25% 58
Performance peggiore nei piccoli comuni -4,22% 8,28% 0,04% 15
(Villa S. Lucia degli Abruzzi) (Villa S. Lucia degli Abruzzi) (Pereto) (Montebello sul Sangro)
Performance migliore nei piccoli comuni 1,16% 32,89% 3,90% 243
(Alfedena) (San Pio delle Camere) (Santo Stefano di Sessanio) (Santo Stefano di Sessanio)
Molise -0,67% 28,22% 2,00% 74
Piccoli comuni (≤ 1.000 ab.) -1,42% 24,16% 2,41% 55
Performance peggiore nei piccoli comuni -3,84% 15,38% 0,73% 26
(Montemitro) (Castelbottaccio) (Castelverrino) (Montemitro)
Performance migliore nei piccoli comuni 0,84% 31,00% 4,32% 124
(Sant’Elena Sannita) (Campochiaro) (Sant’Angelo del Pesco) (Pettoranello del Molise)

L’idea di fondo nel costruire tale approccio quantitativo è quella di rappresentare in modo semplice e immediato una tassonomia di comuni che rappresenti l’ampio ventaglio di situazioni che si sono venute a stratificare nel corso del tempo e che rafforza l’idea di un necessario approccio territoriale delle politiche di rilancio e sviluppo capaci di prestare sempre attenzione alle implicazioni di carattere spaziale anche al fine “di riconoscere e interpretare criticamente le complesse influenze reciproche che si stabiliscono tra le diverse porzioni di territorio” (Mascarucci 2014, 15).

5. L’analisi demografica ed economica: i piccoli comuni “in agonia”

Il quadro demografico ed economico sopra delineato è stato ulteriormente articolato con l’obiettivo di individuare, nell’ambito dei piccoli comuni, quelli in condizione di estrema difficoltà, valutata attraverso una prima lettura incrociata degli indicatori demografici ed economici, considerati separatamente, seguita poi da una analisi combinata delle due dimensioni.

Il primo indicatore preso in considerazione – l’andamento complessivo della popolazione nel periodo 2012-2024 – rappresenta un segnale primario necessario a definire le aree più problematiche di arretramento demografico.

In Abruzzo, i piccoli comuni descrivono traiettorie continuamente involutive senza prospettive di stabilizzazione demografica, registrando in diversi casi veri e propri tracolli: per esempio, Villa Santa Lucia degli Abruzzi è passata da 147 residenti nel 2012 a 87 nel 2024 (-40,8%), Ortona dei Marsi da 609 a 386 residenti (-36,6%) e altri ancora con dinamiche simili, molto superiori alla pur considerevole perdita subita a livello regionale, pari al -4,6%.

In Molise la contrazione di popolazione è stata più marcata a livello regionale, pari al -7,8%, ma la dinamica nei piccoli comuni è stata più omogenea, sebbene non manchino casi assimilabili a quelli abruzzesi come a Montemitro (da 449 a 280 residenti, pari al -37,6%), Civitacampomarano (da 453 a 291 residenti, pari al -35,8%) e San Biase (da 208 a 134 residenti, pari al -35,6%).

Ne deriva un quadro estremamente drammatico, aggravato dalla presenza di alcuni comuni sotto i 100 residenti, sei abruzzesi e due molisani, questi ultimi sotto tale soglia dagli ultimi due anni, mentre il primo a scendere sotto il limite è stato il centro abruzzese di Montelapiano nel 2006, che oggi risulta il più piccolo comune dell’intero territorio analizzato con appena sessantotto residenti.

Il secondo indicatore demografico relativo alla popolazione sotto i 30 anni, espressione di un capitale umano depositario in sé di continuità e prospettive per il territorio, conferma una concentrazione significativa nei comuni maggiori, pur nell’ambito di una contrazione a scala regionale pari, nel periodo 2012-2024, al -14,4% in Abruzzo e al -19,4% in Molise. Nel merito dei piccoli comuni in esame, a fronte di una quota percentuale di popolazione giovane pari, in Abruzzo, al 27,1% del totale nel 2024, si evidenziano assottigliamenti drammatici in molti comuni della provincia di Chieti, con quote preoccupanti a Colledimacine (7,2%) e San Giovanni Lipioni (8,7%), e di L’Aquila, con San Benedetto in Perillis (9,2%), mentre la dinamica del periodo in esame coinvolge con brusche contrazioni anche i comuni della montagna teramana, come nel caso di Pietracamela (-63,6%) e Fano Adriano (-51,4%) che denunciano perdite superiori al 50% della componente giovanile.

Per quanto riguarda il Molise – nonostante la percentuale di popolazione sotto i 30 anni sia minore di quella abruzzese (26,4%) e abbia registrato, come scritto, una dinamica negativa ancora più marcata – si rileva anche in questo caso per i piccoli comuni una maggiore omogeneità negli andamenti complessivi, con alcune eccezioni riferibili a Castelverrino (-40,9% con una quota del 14%) in provincia di Isernia e a Castelbottaccio (-38,2% e una quota del 14,4%) in provincia di Campobasso.

Dall’analisi incrociata dei due indicatori demografici, si individuano quattro situazioni differenti: relativamente positiva, con entrambi gli indicatori superiori al dato medio registrato dai piccoli comuni (con 35 comuni per l’Abruzzo e 23 per il Molise); due posizioni intermedie con doppia tipologia di esito, a fronte di un indicatore positivo e l’altro negativo (43 per l’Abruzzo e 19 per il Molise); piuttosto critica, con entrambi gli indicatori inferiori alla media (51 per l’Abruzzo e 32 per il Molise) (Figg. 2-3).

Per l’Abruzzo, le aree dove si denotano le situazioni più preoccupanti corrispondono alla Valle dell’Aterno e alla Valle Subequana in provincia di L’Aquila; all’area montana del Gran Sasso-Laga in provincia di Teramo e al Medio Sangro e alla Valle del Sinello in provincia di Chieti (Fig. 2).

Figura 2. L’analisi demografica nei piccoli comuni abruzzesi. Fonte: elaborazione degli autori su dati ISTAT.

In Molise, la configurazione dei territori maggiormente a rischio corrisponde alle aree montane e marginali dell’Alto Molise e delle Mainarde, ma anche ad alcuni centri del Medio Molise, posti fra il capoluogo regionale (Campobasso) e l’area costiera, configurando una discontinuità rispetto al gradiente paradigmatico costa-montagna, proprio laddove il territorio dovrebbe rappresentare il punto di snodo fondamentale fra le aree interne e litoranee (Fig. 3).

Figura 3. L’analisi demografica nei piccoli comuni molisani. Fonte: elaborazione degli autori su dati ISTAT.

L’analisi economica effettuata si è dapprima concentrata sulla evoluzione dei redditi medi individuali, rilevandone la significatività quale prima espressione della capacità di spesa delle comunità e di possibili investimenti in caso di un rinnovato slancio allo sviluppo.

Al 2022 il reddito medio per abitante in Abruzzo è di 20.338 euro e di 16.340 euro nei piccoli comuni, mentre in Molise il valore è più contenuto, essendo pari, rispettivamente, a 18.272 euro e a 14.303 euro. In Abruzzo, tra i piccoli comuni che denotano minore reddito medio si hanno Corvara (11.404 euro) in provincia di Pescara e Villa Santa Lucia degli Abruzzi (11.810 euro) in provincia di L’Aquila, mentre in Molise il numero di centri è molto più numeroso, notando soprattutto Provvidenti (10.849 euro) e San Biase (11.038 euro), seguiti da altri con situazione similmente critica, fra cui Castelbottaccio (11.156 euro) e Morrone del Sannio (11.164 euro), tutti in provincia di Campobasso. Oltre al dato assoluto, occorre evidenziare come alcuni comuni abbiano avuto una evoluzione più contenuta del reddito medio pro capite nel periodo 2012-2022: in Abruzzo si segnalano i casi di Pereto, Civitella Alfedena e Villetta Barrea in provincia di L’Aquila, Fano Adriano in provincia di Teramo, mentre in Molise le performances peggiori si sono avute a Castelverrino e a Sant’Elena Sannita in provincia di Isernia.

Il secondo indicatore economico preso in considerazione è il numero di Unità Locali rapportato a 1.000 residenti: in Abruzzo al 2021 si avevano 85 U.L./1.000 residenti e 63 nei piccoli comuni, mentre in Molise i valori erano, rispettivamente, di 80 U.L./1.000 residenti e 61. Tale indicatore, più specifico, restituisce la storia economica e la capacità imprenditoriale dei territori al di là della loro taglia demografica, come dimostrato da alcuni casi virtuosi come quello del piccolo comune abruzzese di Santo Stefano di Sessanio (appena 110 residenti nel 2024) che registra il più alto valore a scala regionale con ben 233 U.L./1.000 residenti3. Profili di rarefazione economica, con dati minimi, si riscontrano a Montebello sul Sangro (con un valore di 13), Pereto (20) e Colledimacine (24) in Abruzzo, mentre in Molise, Montemitro e Longano (entrambi con 29 U.L./1.000 residenti) denunciano i più bassi valori. Per quanto riguarda l’evoluzione nel periodo 2012-2021, le performances peggiori attengono a Montebello sul Sangro, Colledimacine e Montelapiano in provincia di Chieti, Villa Santa Lucia degli Abruzzi e Pereto in provincia di L’Aquila; in Molise, a Montemitro e Monacilioni in provincia di Campobasso, Longano, Castelpizzuto e Belmonte del Sannio in provincia di Isernia.

Anche la lettura incrociata dei due indicatori economici rapportata alla media registrata dai piccoli comuni riproduce le stesse situazioni descritte in ambito demografico: situazione relativamente positiva riscontrata in ventotto comuni abruzzesi e quindici molisani; posizione intermedia con due tipologie di esito, a fronte di un indicatore positivo e l’altro negativo (65 per l’Abruzzo e 35 per il Molise); piuttosto critica, con entrambi gli indicatori inferiori alla media (36 comuni in Abruzzo e 24 in Molise).

Territorialmente non sorprende la sovrapposizione della debolezza economica con quella demografica, trattandosi di fenomeni strettamente interconnessi, con particolare rispondenza in Abruzzo (Fig. 4) alla Valle Subequana in provincia di L’Aquila e alle aree del Medio Sangro, Sinello e Trigno in provincia di Chieti, mentre in Molise (Fig. 5) si evidenziano situazioni più frammentate ed eterogenee che pur confermano profili di criticità in corrispondenza dell’Alto Molise, Medio Sannio, Matese e Medio Molise.

Figura 4. L’analisi economica nei piccoli comuni abruzzesi. Fonte: elaborazione degli autori su dati ISTAT e MEF.
Figura 5. L’analisi economica nei piccoli comuni molisani. Fonte: elaborazione degli autori su dati ISTAT e MEF.

La combinazione successiva delle due dimensioni esplorate ha portato a definire le seguenti condizioni comunali:

1) comuni “da sostenere” (28 in Abruzzo e 18 in Molise): sono quelli che hanno registrato una dinamica positiva di entrambi gli indicatori ed i primi da dover rinforzare con azioni comunitarie, di relazionalità pubblico-privata e di politiche integrate;

2) comuni “da rilanciare” (30 in Abruzzo e 12 in Molise), in cui le dinamiche demografiche sono state migliori, ma con un tessuto economico da ricostruire;

3) comuni “da rivitalizzare” (36 in Abruzzo e 14 in Molise), in cui si hanno segnali positivi dal punto di vista economico e che richiedono strategie efficaci volte al ripopolamento;

4) comuni “in agonia” (35 in Abruzzo e 30 in Molise): sono quelli che hanno registrato una dinamica negativa, sia dal punto di vista demografico che economico, e di cui l’intera comunità regionale è chiamata a farsi carico, pena il loro stesso dissolvimento.

L’analisi complessiva demo-economica dei piccoli comuni rileva per l’Abruzzo (Fig. 6) tre ambiti territoriali di severa preoccupazione: il Gran Sasso-Laga in provincia di Teramo (comprendente superfici territoriali molto ampie, ma organizzate storicamente in piccoli nuclei abitati progressivamente svuotati dal crollo dell’economia pastorale); la Valle Subequana (area interstiziale di progressiva depressione fra le aree forti litoranee e collinari e le aree interne incentrate sui principali poli urbani della provincia aquilana); il Medio Sangro-Sinello-Trigno (nella parte più meridionale della provincia di Chieti, con centri storici di piccole dimensioni che hanno subito lo spopolamento anche a seguito dell’emergere della più importante area industriale della regione incardinata sui comuni di Vasto, San Salvo e Atessa).

Figura 6. Analisi demo-economica nei piccoli comuni abruzzesi: l’emersione dei comuni in “agonia”. Fonte: elaborazione degli autori.

Più in generale, si delinea un quadro in cui molte delle aree marginali sono in realtà geograficamente centrali, proprio per l’anomalia orografica abruzzese laddove i principali sistemi montuosi vanno a separare di fatto la provincia aquilana dalle tre collinari e litoranee. Si pone, pertanto, la necessità di recuperare la centralità funzionale di questi territori, ormai ridotti a mero spazio di attraversamento, per favorire la costruzione di una regionalizzazione unitaria dell’Abruzzo.

Per il Molise, i comuni “in agonia” appartengono perlopiù all’Alto Molise e al Medio Molise (Fig. 7). Nel primo caso, sostanzialmente coincidente con l’area settentrionale della provincia di Isernia, i caratteri della montuosità – al netto del grande pregio ambientale che esprimono – hanno contribuito a marginalizzare l’area a vantaggio dell’asse vallivo del Volturno e dell’area venafrana, di profilo prevalentemente industriale, e dello stesso capoluogo provinciale, incapace di attivare processi di regionalizzazione economica poggianti su turismo e agricoltura multifunzionale. La seconda area di crisi è il Medio Molise, un’area collinare coincidente perlopiù con la media valle del Biferno, in posizione intermedia fra la fascia costiera e il capoluogo regionale. Un territorio rurale che sconta le vulnerabilità di un settore agricolo invecchiato nella conduzione e scarsamente modernizzato, che dovrebbe costituire il tessuto connettivo principale della regione, andando a legare il litorale con l’interno e che, invece, rappresenta attualmente un’area rallentata tendente alla ulteriore desertificazione (come gli stessi dati demografici registrano) a causa soprattutto di scarse capacità pianificatorie.

Figura 7. Analisi demo-economica nei piccoli comuni molisani: l’emersione dei comuni “in agonia”. Fonte: elaborazione degli autori.

L’analisi effettuata permette uno sguardo incrociato fra le due regioni facendo emergere profili di marginalizzazione eterogenei e difformi, ma che tendono complessivamente a disegnare periferie funzionali piuttosto che geografiche in senso stretto, con territori che potrebbero essere di snodo e di interrelazione rilevanti e che, invece, tendono progressivamente a devitalizzarsi – anche con ritmi piuttosto sostenuti negli ultimi anni – per motivi di inerzia dal basso e scarsa capacità programmatoria dall’alto.

6. I percorsi per la ri-territorializzazione e le politiche di contrasto: le possibili risposte alla “agonia” dei piccoli comuni

Dall’analisi svolta emerge una dinamica involutiva che sembra al momento difficilmente contrastabile nell’ottica della evoluzione naturale; le traiettorie di sviluppo delle aree interne abruzzesi e molisane tendono sempre più al declino, con il rischio di non riuscire neanche più a trovare solide polarità urbane di riferimento, laddove le principali città sembrano attraversare una fase, quanto meno di stasi, tributaria della crisi del modello fordista e della più ampia debolezza delle economie urbane di rilancio.

La pianificazione territoriale e il ruolo delle istituzioni diventano prerequisiti fondamentali per i processi di ri-territorializzazione volti a favorire la valorizzazione dei luoghi, anche con vie alternative e innovative che includano tematiche come la rinnovata sensibilità verso le questioni ambientali e paesaggistiche, la riscoperta turistica dei territori minori, la valorizzazione dei prodotti tipici a partire da quelli enogastronomici e la sperimentazione dell’utilizzo comunitario di fonti di energia rinnovabile.

Se tutte le più recenti istanze di analisi delle condizioni per tornare a vivificare le aree interne espresse in letteratura concordano sulla necessità di porre al centro del sistema una visione pianificatoria di medio e lungo periodo, diversa è invece l’opinione sugli attori protagonisti di una nuova epoca di ri-territorializzazione dei luoghi marginali: a chi propone una visione puramente localistica che metta al centro del sistema le istituzioni formali e informali, gruppi espressivi della comunità locale e stakeholders (Rodriguez-Pose 2020), si contrappone una visione maggiormente accentrata, in cui il livello nazionale fornisce il quadro generale e la spinta propulsiva, da declinare successivamente con un approccio place-based alle differenti situazioni locali (Barca 2019).

Concretamente, in Italia negli ultimi anni le politiche pubbliche volte a stimolare le aree marginali si sono incentrate su due sentieri ben distinti. Da un lato, constatando l’estrema polverizzazione amministrativa dei comuni, allo scopo di contenere i costi delle amministrazioni pubbliche e contemporaneamente aumentare la massa critica demografica delle comunità locali, si è promosso l’associazionismo fra comuni (con fusioni e unioni), con alcune province e regioni più predisposte, in particolare nel Nord Italia. Dall’altro, alcune strategie nazionali (SNAI, Fondo di sostegno ai comuni marginali, PNRR), di fatto convergenti, forniscono incentivi economici importanti per sollecitare iniziative locali volte al recupero delle tradizioni o nuove visioni e sentieri di sviluppo.

In Abruzzo e Molise l’approccio basato sulla razionalizzazione amministrativa4 si è tradotto in diversi casi di associazionismo fra i municipi mediante lo strumento delle Unioni dei Comuni5, favorite anche dal quadro normativo della L. 56/2014 “Delrio”, al fine di superare l’inadeguatezza dimensionale e definire ambiti territoriali appropriati e pertinenti tali da consentire un effettivo governo dei processi socio-economici e una efficiente ed efficace gestione dei servizi e delle funzioni di interesse locale. Secondo i dati del Dipartimento per Affari Interni e Territoriali in Abruzzo si registrano quattordici Unioni dei Comuni e in Molise undici.

Andando a osservare la capacità associativa dei piccoli comuni “in agonia”, in Abruzzo il 60% (21 su 35) risulta associato in Unioni di Comuni, mentre molto meno coeso appare il Molise con soli 10 comuni coinvolti (su 30), pari al 33% circa del totale. Sembrerebbe, dunque, l’Abruzzo esprimere una migliore collaborazione fra territori fragili, come testimoniano anche recenti iniziative unionali che vedono coinvolte la “Montagna Marsicana” (istituita nel 2023 da 34 comuni) e la “Montagna Aquilana” (istituita anche essa nel 2023 da 29 comuni).

Più recentemente, la Strategia Nazionale per le Aree Interne ha rappresentato sicuramente una novità nel panorama pianificatorio italiano, a vantaggio di aree interne – definite sulla base del criterio dell’accessibilità ai servizi essenziali – con una serie di iniziative locali che mirano a far riemergere, rafforzare e consolidare il potenziale progettuale, cognitivo e operativo dei territori (Evangelista et al., 2018).

La SNAI in Abruzzo per il periodo 2021-2027 individua sette aree per un totale di 139 comuni (pari a circa il 46% del totale) con un processo di regionalizzazione in forte espansione rispetto alla precedente programmazione 2014-2020 che prevedeva solo quattro aree, poi successivamente incrementate a cinque. In Molise, attualmente, sono sei le aree SNAI (rispetto alle precedenti quattro) con una copertura quasi completa del territorio regionale (circa l’80% con 108 comuni coinvolti su 136).

La nuova mappatura delle aree SNAI, proprio perché molto ampia, ha consentito così di includere la quasi totalità dei comuni “in agonia”, 28 su 35 in Abruzzo e 27 su 30 in Molise proponendo una strategia che, se pienamente applicata e resa concretamente operativa, potrebbe davvero costituire uno strumento efficace per sostenere le comunità locali, avviare nuove traiettorie di sviluppo e creare delle reti territoriali finora molto flebili.

Oltre alle strategie derivanti dalle normative nazionali, bisogna segnalare due leggi regionali con struttura e finalità piuttosto simili legate all’obiettivo di contrastare lo spopolamento delle aree interne: per l’Abruzzo la L.R. n. 32 del 21 dicembre 2021 e per il Molise la L.R. n. 9 del 3 marzo 2009.

La legge regionale abruzzese è in favore dei comuni montani, in particolare quelli con popolazione residente fino a 200 (17 comuni di cui 7 in “agonia”) e i micro-comuni con popolazione maggiore di 200 e minore di 3.000 e con calo demografico degli ultimi cinque anni superiore alla media regionale; nel concreto ne sono stati individuati 173 su una platea di 224 considerati montani. Tale legge prevede un assegno di natalità per favorire l’incremento delle nascite e incentivi per l’insediamento (trasferimento per almeno cinque anni da comuni della regione con popolazione non inferiore ai 3.000 abitanti).

La normativa molisana del 2009 prevede incentivi a favore dei piccoli comuni (quelli con popolazione fino a mille abitanti) atti a contrastarne lo spopolamento e a favorirne la ripopolazione (attraverso una “graduatoria del disagio”) che si traducono, fra l’altro in: premi di insediamento a favore di coloro che trasferiscono la loro residenza o la sede di effettivo svolgimento della propria attività economica da un comune della regione con popolazione superiore a diecimila abitanti o da comuni di altre regioni, impegnandosi a non modificarla per un quinquennio, pena la revoca del beneficio; contributo spese una tantum per ogni nuova nascita o adozione riservato ai residenti.

Nel merito di tali leggi, è possibile rilevare l’attenzione normativa indirizzata al profilo demografico dei comuni, nella consapevolezza dell’importanza della tenuta dei piccoli comuni, riservando delle opportunità anche ai centri “in agonia”, opportunità che rischiano, tuttavia, di essere vanificate proprio a causa dei processi di de-territorializzazione in atto.

7. Riflessioni conclusive

Nel testo si è usato un termine sicuramente forte, quello di “agonia”, per descrivere il lento ma incessante processo di spopolamento delle aree interne abruzzesi e molisane; eppure, tale termine ben descrive lo svuotamento e la perdita di vitalità di interi territori e comunità locali.

Sicuramente esso è frutto di processi di lungo termine che accomunano diversi luoghi in tutta Italia e, allargando di poco lo sguardo, anche territori di altri Paesi europei, come testimoniato dalle proiezioni demografiche più recenti.

Il primo quesito è dunque quello di provare a pensare se tali dinamiche abbiano ormai definitivamente inciso sul quadro demografico, socio-culturale ed economico dei territori maggiormente colpiti oppure se vi siano ancora possibili margini di ripresa sulla base di strategie in grado di attivare una progressiva ricostruzione del senso dei luoghi. Alcune tracce incoraggianti in tal senso, seppure ancora frammentarie, si cominciano tuttavia a scorgere, come testimoniato anche dai contenuti del XVI Rapporto della Società Geografica Italiana (Cerutti et al. 2024).

Come si è potuto descrivere nelle pagine precedenti, la situazione abruzzese e molisana presenta attualmente forti profili di compromissione demografica dovuti a processi di lungo termine, difficilmente reversibili e solo con sforzi pianificatori ed economici di grande impatto.

Dunque, si ritorna al classico dilemma in merito allo sviluppo equilibrato, in cui tutti i territori possano giocare un proprio ruolo in una ottica sistemica, oppure assecondare uno sviluppo squilibrato capace di concentrare tutte le energie nei luoghi che abbiano mostrato un percorso evolutivo per sostenere ulteriormente lo sviluppo delle comunità locali più creative e dinamiche.

In una ottica di scarsità di risorse e perdurante crisi economica, in particolare a partire dal 2008 e rinforzata dagli eventi pandemici e dal riaccendersi dei conflitti a livello globale, sembrerebbe logico e persino razionale orientarsi nella direzione di rafforzare la spinta evoluzionistica delle aree più solide e di lasciare in qualche modo andare al proprio destino i territori marginali.

Eppure, altre questioni spingono a una riflessione più profonda in merito. Innanzitutto, le aree interne e periferiche sono custodi degli ecosistemi naturali, riequilibrando in qualche modo con la propria qualità dei suoli, della vegetazione, dell’aria e dell’acqua, le situazioni urbane e infrastrutturali di maggiore densità e inquinamento; inoltre, in esse i sistemi agrari sono da sempre garanti della genuinità colturale e della qualità dei prodotti agroalimentari, costituendo filiere produttive tradizionali che rischiano di scomparire. Vi è poi una questione socioculturale: il capitale territoriale e culturale, materiale e immateriale, di queste aree rischia di scomparire per sempre, cancellando tracce di saperi antichi, ma soprattutto il senso di comunità che ha accompagnato il percorso di sviluppo di questi luoghi, dove la solidarietà era il principio cardine per la sopravvivenza e lo sviluppo in ambienti più difficili da vivere. Infine, si pone la questione se lo sviluppo asimmetrico fra aree forti (che in realtà negli ultimi anni mostrano anche esse segni di stasi o di declino) e aree deboli, alcune persino “in agonia”, possa effettivamente reggere, consentendo al sistema di trascurare questi luoghi, oppure, al contrario, se sia urgente e persino vitale ragionare e operare in un’ottica di riequilibrio. E questo, non solo evocando principi di giustizia spaziale, di diritto alla cittadinanza – da garantire a tutti i cittadini qualunque sia il loro comune natio – e di riequilibrio dei servizi essenziali (scuola, sanità, trasporti), quanto facendo leva sul principio della continuità territoriale necessaria al presidio dei territori per la tutela idrogeologica in primis, per il mantenimento della varietà dei paesaggi (alcuni dei quali alla base del nostro stesso sostentamento), per l’insostenibilità dei costi e l’onerosità della spesa pubblica propri del processo di de-territorializzazione.

Essenziale è, dunque, superare la logica dualistica, di separazione e contrapposizione fra aree interne e litoranee, città e campagna, centri e periferie (Barbera et al. 2022) ripartendo da un rapporto di reciproca necessità, di ricomposizione di un’antica alleanza (Fuschi 2014) facendo emergere un modello areale espressione di equilibrio, salvaguardia e valorizzazione e, ancor più di tessitura societaria, laddove “la ricostruzione della Comunità rappresenta l’elemento essenziale dello sviluppo autosostenibile” (Magnaghi 2010, 91).

Riferimenti bibliografici

Accetturo, A., Albanese, G., Torrini, R., Depalo, D., Giacomelli, S., Messina, G., Scoccianti, F., Vacca, V.P. (2022). Il divario Nord Sud: sviluppo economico e intervento pubblico. Roma, Banca d’Italia.

Barbera, F., Cersosimo, D., De Rossi, A. (a cura di, 2022). Contro i Borghi. Il Belpaese che Dimentica i Paesi. Roma, Donzelli.

Barca, F. (2009). Towards a place-based social agenda for the EU. Report Working-Paper.

Barca, F. (2019). Place-based policy and politics, Renewal: A Journal of Social Democracy, 27(1), 84-95.

Bevilacqua, P. (2012). Precedenti storici e caratteristiche del declino delle aree interne. Seminario: Nuove strategie per la programmazione 2014-2020 della politica regionale: le aree interne, Roma, Palazzo Rospigliosi.

Billari, F.C., Tomassini, C. (a cura di, 2021). Rapporto sulla popolazione. L’Italia e le sfide della demografia. Bologna, Il Mulino.

Carchedi, F., Pugliese, E. (2020). Il Mezzogiorno tra dualismi, spopolamento e “lavoro indecente”, La Rivista delle Politiche Sociali, 4, 77-96.

Cersosimo, D., Chimenti, S. (2023). Nel tramonto demografico italiano. In Cersosimo, D., Licursi S. (a cura di). Lento pede. Vivere nell’Italia estrema. Roma, Donzelli, 27-42.

Cersosimo, D., Nisticò, R. (2013). Un paese disuguale: il divario civile in Italia. Stato e mercato, 33(2), 265-300. 10.1425/74215:y:2013:i:2:p:265-300

Cersosimo, D., Nisticò, R. (2020). L’Italia interna tra contrazioni e segni di rinascita. La Rivista delle Politiche Sociali, 4, 143-158.

Cerutti, S., de Falco, S., Graziano, T. (a cura di, 2024). Territori in transizione. Geografie delle aree marginali tra permanenze e cambiamenti. XVI Rapporto della Società Geografica Italiana. Roma, Società Geografica Italiana.

Commissione Europea (2021). Libro verde sull’invecchiamento demografico. Promuovere la solidarietà e la responsabilità fra le generazioni. Commissione Europea, Bruxelles.

Debarbieux, B., Price, M.F. (2012). Mountain regions: a global common good?, Mountain research and Development, 32(S1), S7-S11. https://doi.org/10.1659/MRD-JOURNAL-D-11-00034.S1

Dematteis, G. (2018). La metro-montagna di fronte alle sfide globali. Riflessioni a partire dal caso di Torino. Journal of Alpine Research-Revue de géographie alpine, 106(2). https://doi.org/10.4000/rga.4318

Dematteis, G., Governa, F. (2005). Il territorio nello sviluppo locale. Il contributo del modello SLoT. In Dematteis, G., Governa, F. (a cura di). Territorialità, sviluppo locale, sostenibilità. Il modello SLoT. Milano, FrancoAngeli, 15-39.

De Rossi, A. (2018). Introduzione. L’inversione dello sguardo. Per una nuova rappresentazione territoriale del paese Italia. In De Rossi, A. (a cura di). Riabitare l’Italia. Le aree interne tra abbandoni e riconquiste. Roma, Donzelli, 3-17.

De Rubertis, S. (2019), Dinamiche insediative in Italia: spopolamento dei comuni rurali. In Cejudo, E., Navarro, F., (eds.). Despoblación y transformaciones sociodemográficas de los territorios rurales: los casos de España, Italia y Francia. Lecce, Università del Salento, 71-96.

De Vecchis, G. (1996). Da problema a risorsa: sostenibilità della montagna italiana. Roma, Kappa.

Evangelista, V., Di Matteo, D., Ferrari, F. (2018). La Strategia Nazionale delle Aree Interne e il turismo: appunti di riflessione. In Cavuta, G., Ferrari, F. (a cura di). Turismo e aree interne. Esperienze, Strategie, Visioni. Roma, Aracne, 91-110.

Felice, E. (2013). Perché il Sud è rimasto indietro?. Bologna, Il Mulino.

Fuschi, M. (2014). Dalla contrapposizione all’alleanza: verso una riappropriazione sistemica del rapporto città-campagna. In Scaramellini G., Mastropietro E. (a cura di). Atti del XXXI Congresso Geografico Italiano, 2. Milano, Mimesis, 301-316.

Fuschi, M. (2019). La Montagna, sistema aperto. Per una geografia comparata, Alpi e Appennini. In Salvatori F. (a cura di). L’apporto della Geografia tra rivoluzioni e riforme. Atti del XXXII Congresso Geografico Italiano (Roma, 7-10 giugno 2017). Roma, A.Ge.I., 1593-1601.

Fuschi, M., Cilli, A. (2022a). L’Abruzzo tra inerzia riformatrice e prove di protagonismo territoriale, Geotema, 26(70), 118-127.

Fuschi, M., Cilli, A. (2022b). La riforma degli enti locali in un’emblematica periferia fragile: il caso del Molise, Geotema, 26(70), 128-137.

Fuschi, M., Ferrari, F., Cilli, A. (2018). L’Abruzzo dello sviluppo locale: fra eredità storica, territorializzazione e vulnerabilità, Geotema, 57, 55-65.

Fuschi, M., Iacuone, S. (2024). Il Molise oltre la debolezza demografica, alla prova delle articolazioni sub-regionali. Quale Molise interno? In Meini M. (a cura di). Montagne di mezzo: sistemi territoriali e dinamiche co-evolutive (Agnone, 17-23 luglio 2023). Firenze, Società di Studi Geografici, 49-59.

Giordano, A. (2023), Trasformazioni demografiche e sfide economiche nell’Unione Europea. In Bettini, E., Tondini, D. (a cura di). Atti del V Forum Internazionale del Gran Sasso: Un nuovo rinascimento per l’Europa: il ruolo della ricerca e della formazione. Teramo, Diocesi di Teramo-Atri, 799-821.

Goujon, A., Jacobs, C., Natale, F., Lavalle, C. (2021). The demographic landscape of EU territories: challenges and opportunities in diversely ageing regions. Lussemburgo, Publications Office of the European Union.

INU (2015). Progettazione e pianificazione partecipata. Metodi, strumenti, esperienze - Carta della partecipazione. https://www.inu.it/la-carta-della-partecipazione

Lanzani, A., Curci, F. (2018). Le Italie in contrazione, tra crisi e opportunità. In De Rossi, A. (a cura di). Riabitare l’Italia. Le aree interne tra abbandoni e riconquiste. Roma, Donzelli, 79-107.

Lesthaeghe, R. (2014). The second demographic transition: A concise overview of its development. Proceedings of the National Academy of Sciences, 111(51), 18112-18115. https://doi.org/10.1073/pnas.1420441111

Lucatelli, S., Monaco, F., Tantillo, F. (2019). La strategia delle aree interne al servizio di un nuovo modello di sviluppo locale per l’Italia, Rivista economica del Mezzogiorno, 3-4, 739-771.

Macchi Janica, G. (2016). Desertificazione demografica dell’Italia: geografia dello spopolamento rurale nella penisola. Trame nello spazio: quaderni di geografia storica e quantitativa, 6, 9-19. https://doi.org/10.1400/249445

Macchi Janica, G., Palumbo, A. (a cura di, 2019). Territori spezzati. Spopolamento e abbandono nelle aree interne dell’Italia Contemporanea. Roma, CISGE.

Magnaghi, A. (2010). Il progetto locale. Verso la coscienza di luogo. Torino, Bollati Boringhieri.

Mascarucci, R. (2014). La visione strategica per il futuro dell’Abruzzo. In Mascarucci, R., Cilli, A., Volpi, L. (a cura di). Abruzzo 2020. Visione strategica del territorio regionale. Pescara, Sala Editori, 11-17.

Meloni, B. (2020). Aree Interne, multifunzionalità e rapporto con le città medie. In Fenu, N., (a cura di). Aree Interne e Covid. Siracusa, LetteraVentidue, 142-175.

Perlik, M. (2011). Alpine gentrification: The mountain village as a metropolitan neighbourhood. New inhabitants between landscape adulation and positional good. Journal of Alpine Research-Revue de géographie alpine, 99(1). https://doi.org/10.4000/rga.1370

Pinilla, V., Sáez, L. A. (2021). What do public policies teach us about rural depopulation: The case study of Spain, European Countryside, 13(2), 330-351. https://doi.org/10.2478/euco-2021-0021

Rodríguez-Pose, A. (2018). The revenge of the places that don’t matter (and what to do about it). Cambridge journal of regions, economy and society, 11(1), 189-209. https://doi.org/10.1093/cjres/rsx024

Rodríguez‐Pose, A. (2020). Institutions and the fortunes of territories. Regional Science Policy & Practice, 12(3), 371-386. https://doi.org/10.1111/rsp3.12277

Russo, A. (2023). Il Mezzogiorno nella trappola dello sviluppo intermedio: un’interpretazione neo-schumpeteriana della mancata convergenza. Quaderni di Sociologia, 91(67), 117-148. https://doi.org/10.4000/qds.6842

Stockdale, A., Theunissen, N., Haartsen, T. (2018). Staying in a state of flux: A life course perspective on the diverse staying processes of rural young adults. Population, Space and Place, 24(8), e2139. https://doi.org/10.1002/psp.2139

Talia, I. (2021). Identità e geopolitica dell’Europa. Il “quarto lato” del triangolo Russia, Stati Uniti, Cina. Napoli, Guida Editori.

Varotto, M. (2003). Montagne deserte: l’abbandono delle “Terre Alte” visto attraverso la cartografia. Bollettino dell’A.I.C., 117-118-119, 165-177.

Varotto, M. (2020). Montagne di mezzo. Una nuova geografia. Torino, Einaudi.

Waite, D., Morgan, K. (2019). City deals in the polycentric state: The spaces and politics of metrophilia in the UK. European Urban and Regional Studies, 26(4), 382-399. https://doi.org/10.1177/0969776418798678


1 La letteratura in materia è molto vasta, ma per approfondimenti si possono citare alcuni recenti interventi a partire dal Libro Verde sull’invecchiamento demografico della Commissione Europea del 2021. Si vedano anche i contributi di Talia (2021), Goujon et al. (2021), Giordano (2023). Per il caso italiano si possono evidenziare i contributi di Macchi Janica (2016), De Rubertis (2019), Macchi Janica e Palumbo (2019), Billari e Tomassini (2021).

2 In effetti, la “metro-montagna” ha bisogno di grandi città produttive e vivaci economicamente che dialoghino con le terre alte; la “montagna di mezzo” si incentra sul concetto di “montanità”, di montagna abitata e di cultura montana, ma questo è espressione di comunità locali capaci di mantenersi vive e vitali, di opporsi allo spopolamento, di non perdere le proprie peculiarità socio-culturali, oppure in grado di “riabitare” le stesse con nuove prospettive e traiettorie di sviluppo.

3 La rilevante performance economica di Santo Stefano di Sessanio è strettamente correlata al rilancio turistico della località, dopo decenni di spopolamento e avendo costituito per molto tempo un caso emblematico di abbandono. L’accordo dei primi anni Duemila, che ha permesso la costituzione del primo albergo diffuso sugli Appennini, ha agevolato dapprima il recupero di molti edifici, per poi generare una serie di attività in qualche modo collegate, in particolare, alla ristorazione e alla ulteriore ricettività, ma anche al commercio con la promozione di prodotti enogastronomici e artigianali.

4 In senso stretto, in tali regioni, la razionalizzazione ammnistrativa non è stata concretamente perseguita, salvo rilevare un unico atto amministrativo recente, rimandato peraltro nella sua applicazione effettiva al 2027, riguardante la fusione dei comuni di Pescara, Montesilvano e Spoltore in una unità amministrativa (Nuova Pescara) che, con i suoi oltre duecentomila residenti, sbilancerà ulteriormente il peso demografico ed economico verso le aree costiere.

5 Indubbiamente lo strumento delle Unioni dei Comuni presenta diversi vantaggi, soprattutto per la gestione più economicamente sostenibile di alcuni servizi essenziali, ma al contempo preserva l’autonomia dei Comuni che ne fanno parte.

Go to references