https://doi.org/10.36253/bsgi-7604
Note di ricerca
Evoluzioni spaziali dei centri di pellegrinaggio. Uno studio comparato sui Sacri Monti di Piemonte e Lombardia
Spatial evolutions in pilgrimage centres. A comparative study of the Sacri Monti of Piedmont and Lombardy
Università degli Studi dell’Insubria, Como, Italia
E-mail: massimiliano.fissore@uninsubria.it
Abstract. Pilgrimage, an ancient phenomenon shared across various cultures, still represents one of the main motivations behind large-scale human mobility. This study proposes a comparative analysis of the Sacri Monti of Piedmont and Lombardy (UNESCO World Heritage Sites since 2003) focusing on their spatial and managerial transformations over time and in recent decades. Adopting a qualitative methodology based on semi-structured interviews with the rectors and sanctuary managers, complemented by on-site observations and documentary analysis, the research highlights the gradual adaptation of these sacred spaces to the changing needs of visitors and the new management configurations. In particular, a partial and selective reconfiguration of space, oriented towards hospitality and the diversification of user profiles, without significantly compromising the spiritual identity of the sites, was found. Moreover, the results also show how these spatial changes are closely intertwined with evolving management structures, shaped by the decline in religious vocations and the consequent concerted involvement of multiple actors in the local governance and valorisation of the sanctuaries.
Keywords: pilgrimage, Sacri Monti, religious tourism, spatiality.
Riassunto. Il pellegrinaggio, fenomeno antico e trasversale fra diverse culture, rappresenta ancora oggi una delle principali motivazioni nello spostamento di grandi flussi di persone. La presente ricerca propone un’analisi comparativa dei Sacri Monti di Piemonte e Lombardia, patrimonio UNESCO dal 2003, focalizzandosi sulle trasformazioni spaziali e gestionali avvenute nel corso del tempo e in particolare negli ultimi decenni. Adottando una metodologia qualitativa, basata su interviste semi-strutturate ai rettori e ai gestori dei santuari, integrata da osservazioni in loco e analisi documentarie, la ricerca ha messo in rilievo interessanti risultati circa il graduale adattamento degli spazi sacri alle mutate esigenze dei visitatori e alle nuove configurazioni gestionali. Si riscontra in particolare una riconfigurazione parziale e selettiva degli spazi, orientata all’accoglienza e alle esigenze di differenti tipi di visitatore, senza significative compromissioni dell’identità spirituale dei luoghi. Inoltre, i risultati hanno permesso di indagare come tali trasformazioni spaziali si siano accompagnate alle evoluzioni gestionali dei Sacri Monti, in un contesto di contrazione delle vocazioni (sacerdotali e religiose) e alla conseguente concertazione fra più attori che si sono aggiunti alle varie governance locali.
Parole chiave: pellegrinaggio, Sacri Monti, turismo religioso, spazialità.
Contents
2. Luoghi di pellegrinaggio e di turismo: una realtà spaziale complessa
3. I Sacri Monti di Piemonte e Lombardia
4. Quadro metodologico di raffronto
5. Mutamenti spaziali nei Sacri Monti: contesti e direzioni
6. Bene Gerendo Agimus: la sfida al plurale dei Sacri Monti
1. Introduzione
Pellegrinaggi, turismo religioso, gestione degli spazi e della loro sacralità sono importanti temi da tempo oggetto di ricerca da parte della letteratura scientifica su più fronti eterogenei fra loro, come la storia (Cardini 1987; Le Goff 1987), la sociologia (Shah 2013), il tourism management (Timothy, Olsen 2006), l’antropologia (Eade, Sallnow 1991) e non in ultimo la geografia (e.g. Di Giovine, Choe 2020; Olsen 2019; Collins-Kreiner 2010; Cerutti, Dioli 2014; Deffontaines 1948), con un trend in discreta espansione (Azzari, Dallari 2019; Collins-Kreiner 2020; Griffin, Raj 2017; Scriven 2014).
Sotto il profilo geografico e sociale, la ricerca pare focalizzarsi sostanzialmente su due versanti dicotomici. Da un lato vi è un filone della letteratura che analizza il fenomeno del pellegrinaggio in quanto movimento di persone, orientato verso l’approfondimento di temi quali la definizione del profilo soggettivo dei pellegrini assieme alle loro spinte motivazionali (Latusi, Fissore 2021; Ferrario 2015; Kim et al. 2016) e la generazione di tassonomie utili per la loro differenziazione rispetto ad altri clusters (Cohen 1992), nonché per la cura e l’organizzazione dei luoghi (sacri e non) coinvolti (Canoves, Prat Forga 2016). Dall’altro lato vi sono le ricerche sui centri di pellegrinaggio nel loro rapporto con lo spazio, le quali esplorano sia case studies specifici circa la loro identità (e.g. Andriotis 2009; Rinschede 1995, Rinschede 1988) sia studi di sviluppo spaziale e/o di matrice gestionale dei centri di pellegrinaggio (Soljan, Liro 2014; Rinschede 1995). Quest’ultima branca di studi si è concentrata prevalentemente su grandi santuari polo di attrazione di nutrite masse di popolazione (Wall 2010; Jackowski, Soljan 2010; Rinschede 1995), evidenziando la necessità di una maggior produzione scientifica su realtà “minori” e di ulteriori approfondimenti (Soljan, Liro 2021; Liro et al. 2018; Hung et al. 2017).
Recenti studi, inoltre, hanno suggerito come possa essere utile un incremento delle ricerche di matrice geografica indirizzate all’analisi dello sviluppo e dell’organizzazione di centri di pellegrinaggio cattolici (Liro et al. 2018, 12); ove presenti, essi protendono verso un’analisi principalmente di tipo storico o storico-artistico. In particolare, la discreta presenza di case studies su siti specifici potrebbe essere arricchita soprattutto con analisi di tipo comparativo sia in termini di luoghi e contesti, sia di esperienze dei visitatori (Latusi, Fissore 2021; Collins-Kreiner 2020). Su questo filone, alcuni contributi già presenti nella letteratura italiana possono considerarsi importanti punti di riferimento e basi per approfondimenti ulteriori (Ferrario 2015; Pedreschi 1966).
L’obiettivo della ricerca condotta e del presente contributo è quello di integrare la letteratura di riferimento proponendo i risultati di uno studio volto al confronto di più centri di pellegrinaggio. A tal fine, sono stati individuati nove santuari, storiche mete di pellegrinaggio note come Sacri Monti di Piemonte e Lombardia – luoghi di interesse dal punto di vista scientifico, su cui sono state condotte proficue ricerche sulla sfera motivazionale dei visitatori con gli studi di Carla Ferrario (2015) e di Daniela Santus (1992; 1994) – quali oggetto di analisi e comparazione sia su un piano di evoluzione spaziale, sia gestionale.
Sulla base di questi assunti, le domande di ricerca su cui è stato sviluppato il presente lavoro sono state principalmente due. In primo luogo, si è indagato su come sia mutata nel tempo l’esperienza spaziale offerta da ciascun Sacro Monte per i suoi visitatori, analizzando altresì come siano cambiati gli spazi dei centri di pellegrinaggio, i servizi e le attività di accoglienza. In secondo luogo, si sono approfondite le modalità gestionali, indagando quali azioni siano intraprese dagli attori coinvolti nella gestione dei Sacri Monti per lo svolgimento delle regolari attività.
Per approfondire queste tematiche e fornire risposte adeguate è stato condotto uno studio di tipo qualitativo sviluppato per mezzo di interviste semi-strutturate, contattando e intervistando i rettori e/o gestori dei nove santuari dei Sacri Monti di Piemonte e Lombardia. La scelta dei luoghi oggetto di analisi è stata l’esito di una selezione ragionata di località sacre che avessero in comune una pluralità di elementi idonei alla comparazione per dimensione, retaggio storico-culturale, fede religiosa, affluenza di visitatori e che potessero, al contempo, fornire dati ulteriori e informazioni integrative rispetto alla letteratura già esistente.
2. Luoghi di pellegrinaggio e di turismo: una realtà spaziale complessa
Le evoluzioni socio-culturali dei recenti decenni, esito di fenomeni di tipo globalizzante, hanno condotto a un profondo mutamento dei rapporti fra l’uomo e i suoi spostamenti. Fra le varietà di una mobilità tipica del mondo contemporaneo caratterizzato da una compressione spazio-temporale (Harvey 1989), anche il pellegrinaggio e il turismo non sono stati esenti da notevoli cambiamenti. Maggior accessibilità economica, incremento nell’uso di automobili, treni ad alta velocità, collegamenti aerei low cost, hanno portato, insieme alla crescente secolarizzazione, a una maggior fruibilità dei luoghi di culto, e in particolare dei santuari meta di pellegrinaggi, comportando di conseguenza anche la necessità di un approccio diverso agli spazi, al fine di poter gestire adeguatamente le masse in affluenza (Soljan, Liro 2022).
Un centro di pellegrinaggio è storicamente, per sua natura e vocazione sostanziale, il traguardo ultimo di un percorso umano e spirituale di un soggetto (o una pluralità di soggetti) che decide di allontanarsi dal proprio ambiente, e talora dai propri legami affettivi, per entrare in contatto con un luogo santo dove spera di poter essere esaudito in un suo legittimo desiderio personale (Oursel 1979). Questi luoghi, un tempo meta pressoché esclusiva di quel fenomeno poc’anzi descritto che prende il nome di “pellegrinaggio”, sono divenuti nel corso degli ultimi secoli poli attrattori di una molteplicità di altri attori, fra cui principalmente i turisti (Wisniewski 2018), dalle più svariate identità e motivazioni. In questa crescente commistione delle tipologie di fruitori (Bravi 2019), una delle principali discussioni presenti nella letteratura accademica verte sulla distinzione fra il profilo del turista, nella fattispecie particolare il turista religioso (Podda et al. 2020) e il profilo del pellegrino stricto sensu. In ciò, le necessità di un’analisi dettagliata dei visitatori degli spazi sacri e delle loro motivazioni (Ferrario 2015; Latusi, Fissore 2021; Maddrell, Scriven 2016) da un lato scaturiscono dai tentativi dei vari autori di fare chiarezza circa i vari clusters di affluenza dei luoghi sacri (Cohen 1992), ma dall’altra protendono verso un orientamento della ricerca che ritiene obnubilata quasi ogni forma di tassonomia (e.g. Lucarno 2016; Collins-Kreiner 2010; Kong 2001), la cui motivazione sarebbe principalmente da individuarsi in una forte difficoltà nel distinguere fra motivazioni di viaggio, mercati e identità dei siti in un contesto di turismo e religiosità contemporanei e post moderni (Collins-Kreiner 2020; Piva et al. 2019). Se il pellegrinaggio è, infatti, un fenomeno ben definito come pratica di percorso devozionale votata al compimento di speciali atti di religione recandosi presso un preciso luogo a matrice sacrale o spirituale (Tangheroni 2000) con una sua specifica evoluzione storica (Cozzo 2021; Zanzi 1989), il turismo religioso è stato spesso variamente concepito con una pluralità di sfumature che spaziano dall’individualità delle motivazioni personali all’oggettività delle mete, con annesse opere artistiche (Savelli 2014), nonché come espressione di turismo culturale (Trono, Oliva 2013). In ogni caso, tale forma di turismo non possiede tutt’ora una specifica definizione condivisa dagli studiosi (Chizzoniti, Gianfreda 2020; Collins-Kreiner 2020).
A fronte del cambiamento, nonché della commistione, delle tipologie di visitatore dei luoghi sacri, questi ultimi hanno teso nel tempo a rimodularsi e trasformarsi in sistemi più complessi, con un numero maggiore di attori coinvolti, atti a un’accoglienza più variegata (Lo Presti, Petrillo 2010). Come rilevato da numerosi autori, i centri di pellegrinaggio e di turismo religioso manifestano un impatto significativo sullo sviluppo locale (Trono 2009; Dallari et al. 2009) e non costituiscono soltanto mete devozionali, agiscono altresì quali agenti di interazione con le società e con i territori su più scale, da quella regionale a quella urbana (Azzari, Dallari 2019; Soljan 2012; Rinschede 1988; Rinschede 1995) generando configurazioni specifiche dello spazio geografico. In questa prospettiva, le mete di pellegrinaggio possono oggi essere lette come “frammenti di spazio con una funzione religiosa dominante” (Liro et al. 2018, 11) ma non esclusiva, il cui sviluppo si accompagna a inevitabili mutamenti nell’assetto urbanistico, nella logica d’uso degli spazi. Le trasformazioni osservabili in poli di pellegrinaggio capaci di attrarre anche flussi turistici, come ad esempio Lourdes, dimostrano come la crescita della mobilità legata ai luoghi sacri abbia implicato un’integrazione e/o un riadattamento di infrastrutture e destinazioni d’uso degli ambienti, con l’introduzione di forme gestionali/organizzative tipiche del turismo culturale (Wall 2010).
Il progressivo spostamento nelle mete sacre dalla centralità del culto verso l’esperienzialità del luogo, discusso dalla letteratura geografica sulla de-differenziazione tra pellegrinaggio e turismo (Collins-Kreiner 2020), si materializza in una spazialità talvolta contesa. Quest’ultima non soltanto si manifesta su un piano simbolico di attribuzione di differenti identità ai vari luoghi – il “paradosso della disputa”, come definito da Graziella Galliano (2003, 6) – ma anche fisico e funzionale (Liro et al. 2018), che si traduce ad esempio in un incontro-scontro fra chi di fronte a un’icona sacra desidererebbe pregare e chi sta facendo fotografie alla medesima, fra chi ricerca un silenzio meditativo e chi contemporaneamente nel medesimo luogo ascolta una guida turistica.
3. I Sacri Monti di Piemonte e Lombardia
Belmonte, Crea, Domodossola, Ghiffa, Oropa, Orta, Varallo, Ossuccio, Varese. Queste sono le nove antiche mete di pellegrinaggio note con l’appellativo di Sacri Monti; le prime sette in Piemonte, le altre due in territorio lombardo. Sorti a partire dal tardo XV secolo, i Sacri Monti nascono dall’intuizione dell’Ordo Minorum, l’ordine francescano, nel ricercare una degna alternativa al pellegrinaggio in Terrasanta. L’antico regno crociato era ormai da tempo caduto nelle mani dei musulmani e, sebbene fosse sopravvissuto, per qualche tempo e a singhiozzi, il flusso di pellegrinaggi alla Città Santa, tale meta divenne definitivamente implausibile dopo la vittoria di Lepanto (1571), data di “frattura traumatica” nella mentalità collettiva cristiana, conscia di essersi lasciata irrimediabilmente alle spalle la già difficoltosa disponibilità territoriale di Gerusalemme (Zanzi 1989). In questo contesto, fra Bernardino Caimi (1425-1500), ex Custode del Santo Sepolcro, iniziò a cercare fra le vallate alpine occidentali un sito adatto ad accogliere e ospitare il sogno di una “Nuova Gerusalemme”, proiezione terrestre e celeste segnante significativamente il pensiero filosofico medievale e rinascimentale, associandosi all’idea di città ideale (Zoppi 2013). Questa Nova Jerusalem fu composta di cappelle e complessi devozionali che rappresentassero i luoghi originali della Terrasanta (Massone 2007) e che potessero attirare pellegrini da tutta Europa. Caimi trovò questo luogo in Varallo Sesia, dove nel 1486, in seguito a una bolla di autorizzazione di papa Innocenzo VIII (Cardini 2015), vennero poste le prime pietre delle cappelle primitive raffiguranti la Passione di Cristo (Fig. 1).
Da questo progetto visionario di costruzione, pressoché a tavolino, di un polo alter-gerosolimitano – che fosse spiritualmente una valida alternativa, ubicato in una località geograficamente strategica combinante la vicinanza con le principali vie dell’epoca, la suggestività dei paesaggi e la recondità utile per un romitaggio contemplativo – fiorirono altre esperienze analoghe nei territori limitrofi fra il XVI e il XVII secolo. Sebbene con modalità differenti e secondo una cronologia di eventi che scaturisce sì antecedentemente ma che vede determinante il Concilio di Trento (1545-1563) nel riassetto dell’intero sistema devozionale cattolico, i complessi qualificabili come Sacri Monti sono tutti accomunati dalla presenza di un fil rouge ricorrente: la narrazione di un racconto sacro in un contesto di profonda compenetrazione fra ambiente naturale ed edifici sacri in uno spazio circoscritto e con un percorso ben definito (Massone 2007). Viene così a crearsi la tipologia di “Sacro Monte” tipica dei territori dell’area attualmente piemontese e lombarda (Lucarno 2020), benché riproposta variamente in altre località (Santus 1994) come a Madonna del Sasso, presso Locarno, nella Svizzera italofona, a Madonna dello Spasimo di Laino Borgo (CS), al Santuario del Buon Gesù del Monte di Braga, in Portogallo, al Santuario della Passione e della Madonna di Kalwaria Zebrzydowska, vicino a Cracovia e al Sacro Monte di San Vivaldo, in provincia di Firenze. Quest’ultimo costituisce un unicum rispetto a tutti gli altri, inclusi quelli lombardo-piemontesi, per l’affiancamento del carattere scenografico delle varie riproduzioni a una precisa topomimetica fra il complesso realizzato e la città di Gerusalemme, non limitata ai luoghi del Passio, ma coinvolgente l’intera “planimetria sacra” della Città Santa (Cardini, Vannini 1980; Cardini 2013; Cardini 2018).
A Varallo seguono cronologicamente le edificazioni, non sempre per mano dei francescani, di Orta (1583), Crea (1589), Varese (1604), Ghiffa (fra il 1605 e il 1617), Oropa (fra il 1617 e il 1620), Ossuccio (fra il 1623 e il 1635), Domodossola (1656) e Belmonte (1712). Ad essi si sarebbero dovuti aggiungere nel XVII secolo due ulteriori Sacri Monti, rimasti di fatto incompiuti; uno dedicato alla Madonna di Loreto, a Graglia (BI), e uno intitolato alla figura di san Carlo Borromeo, nel suo luogo natale: Arona (NO) (Comoli Mandracci 2009). Di quest’ultima opera hanno trovato edificazione il santuario, tre cappelle e il celebre Colosso di San Carlo, la monumentale statua in rame e granito alta 35 metri rappresentante il Borromeo (Canella, Foppiano 1994) che oggi attira molti visitatori per la sua peculiarità di poter essere scalata.
Spesso in questi luoghi erano già presenti piccoli santuari o chiese locali (Fontana et al. 2004), ma con la loro “rimodulazione” in Sacri Monti l’accezione, la chiave di lettura, il respiro più ampio che vengono proposti mutano significativamente, incardinando i neonati complessi nel grande sistema dei pellegrinaggi cristiani con una peculiarità aggiuntiva: un approccio al sacro cammino e alla ritualità concepiti non più secondo un modello prettamente medievale, bensì tridentino (Comoli Mandracci 2009). Da qui il pellegrinaggio si fa maggiormente “di prossimità”, quasi locale. Riconosciuta l’impraticabilità crescente di giungere fino a Gerusalemme ed essendo mutato profondamente l’assetto religioso dell’Europa fra eresie, scismi e Controriforma, si viene a creare la necessità di un pluralismo di siti atti a polarizzare le esigenze di pellegrinaggio dei singoli territori, in cui ciascuno di essi potesse disporre del proprio luogo sacro ove poter beneficiare delle grazie concesse dalla Chiesa e vivere esperienze santificanti a “chilometro zero”. Un pellegrinaggio, dunque, meno impegnativo dal punto di vista fisico, ma maggiormente pregno di un simbolismo progettato per colmare quel divario di percorribilità dei luoghi storici della vita di Cristo con una esperibilità allegorica per mezzo di un’efficace fusione fra architetture sacre e ritualità (Zanzi 1989) (Fig. 2).
Con l’emersione di forme di pellegrinaggio maggiormente locali (fra cui quelli ai Sacri Monti) la mappa geoculturale dei medesimi si trasforma profondamente: quella concretezza storico-geografica insita nel calcare quei luoghi ubi steterunt pedes ejus, ovvero medesimamente calcati da Cristo e dagli apostoli (Perta 2015), cede il suo primato a una concretezza di tipo spaziale di prossimità, caratterizzata da un pluralismo dove Gerusalemme è ora non più una, bensì una costellazione di città sante sparse per gli stati europei, luoghi iconici attraverso cui il contatto con l’ultraterreno viene facilitato da una serie di fattori geomorfologici, architettonici e rituali (Cardini 2018).
Sotto un profilo geomorfologico, i complessi dei Sacri Monti sono stati integrati nel paesaggio naturale circostante di colline, foreste e laghi. Eretti tendenzialmente, ma non esclusivamente, su alture esterne ai centri abitati, in luoghi isolati, al loro vertice figura il santuario principale cui si arriva per mezzo di un percorso in un contesto di profonda commistione fra uomo e natura. Queste vie, che a tutti gli effetti ricalcano il sentiero di un pellegrinaggio in brevis, ripropongono in uno snodarsi articolato di piccole cappelle erette secondo un certo rigore logico-cronologico – e soprattutto offrendo espressioni artistiche particolarmente evocative e a carattere “teatrale” (sono vere e proprie ricostruzioni scenografiche non dissimili da un presepe, con statue e affreschi) – alcune scene bibliche, la vita di Gesù Cristo, della Vergine Maria o di san Francesco (Afferni et al. 2011). Esse avevano l’obiettivo di istruire e preparare il pellegrino per la meta finale, quale fosse l’effettivo sbarco in Terrasanta, qui identificata dal santuario sommitale.
L’afflusso di individui ai vari monti, tuttavia, da secoli non annovera esclusivamente i pellegrini, essendosi aperto anche a differenti turismi, fra cui principalmente quello religioso e quello culturale. Pier Giorgio Longo (2009, 68) evidenziava in alcuni suoi studi, ad esempio, come già nel XVIII secolo “Sacro e profano vanno sempre più distinguendosi: la curiosità, l’intelligenza e il gusto per le belle arti si separano dall’affettuosa e fervente oratione. La storia del Sacro Monte [di Varallo] incide sempre più nel solco della sua duplice e diversa natura di monumento d’arte e insieme di santuario religioso”. Un fenomeno che, a seconda del momento storico, sarà favorito o contenuto, affinché la devozione originaria “non venghi profanata o dalla vana curiosità, o da altri fini men retti” (da Grignasco 1704, 12).
I Sacri Monti di Piemonte e Lombardia hanno le seguenti dedicazioni: Varallo è la Nuova Gerusalemme, Crea è dedicata a Santa Maria Assunta, Orta a san Francesco d’Assisi, Oropa alla Beata Vergine, Ghiffa alla Santissima Trinità, Domodossola al Calvario, Ossuccio alla Beata Vergine del Soccorso, Varese alla Vergine del Rosario e Belmonte alla Madonna (con cappelle dedicate alla Via Crucis).
Il paesaggio culturale che i Sacri Monti nel loro complesso sistemico rappresentano è stato motivazione per la candidatura e, successivamente, per la loro iscrizione, nel 2003, nella grande famiglia della World Heritage List UNESCO, con le seguenti motivazioni (UNESCO 2004):
La realizzazione di un’opera di architettura e arte sacra in un paesaggio naturale, per scopi didattici e spirituali, ha raggiunto la sua più alta espressione nei Sacri Monti dell’Italia settentrionale e ha avuto una profonda influenza sui successivi sviluppi nel resto d’Europa (Criterio II).
I Sacri Monti dell’Italia settentrionale rappresentano la riuscita integrazione tra architettura e belle arti in un paesaggio di notevole bellezza. In un periodo critico della storia della Chiesa cattolica testimoniavano un tentativo di recupero dei valori cristiani (Criterio IV).
Sin dal 1980, il Congresso internazionale sui Sacri Monti aveva posto in evidenza l’importanza del carattere sistematico che in passato spinse all’ideazione e realizzazione di questi complessi legati tra loro come “paesaggi culturali territoriali”, sia come italiani a sé stanti, sia in quanto legati anche ad altri luoghi in Europa (come quelli di Polonia e Portogallo precedentemente menzionati e i Calvari Bretoni francesi) (Regione Piemonte 2004). In questi contesti territoriali, mantenendo le caratteristiche proprie di ciascun complesso, rimane fondamentale, insieme alla fede religiosa, il rapporto con la natura e il paesaggio circostanti. È in essi sempre sottolineato, pur con stili diversi, l’impianto compositivo di un Sacro Monte, un singolare esempio di integrazione fra elementi architettonici, patrimoni artistici e paesaggi naturali di cui, per una geografia più approfondita sotto il profilo naturalistico si rimanda agli studi di Cassatella (2012), Ferrario (2017), Pedreschi (1966) e all’atlante di Zanzi (2002).
Nella Regione Piemonte, con l’entrata in vigore della Legge Regionale 19 del 29/06/2009, nasce nel 2012 l’organo strumentale di diritto pubblico denominato Ente di Gestione dei Sacri Monti, accorpante i sette precedenti sul territorio piemontese che in precedenza erano stati istituiti quali Riserve Naturali Speciali (tra il 1980 e il 2005), con il fine di conservare, gestire e valorizzare le singole realtà monumentali e ambientali. Le due realtà lombarde, Ossuccio (CO) e Varese (VA), pur non essendo incluse negli assetti previsti dalla Regione Piemonte, sono tuttavia coinvolte nei processi di promozione, valorizzazione e collaborazione, in forma maggiormente legata agli organismi costituiti in seno all’UNESCO: la Conferenza Permanente, il Gruppo di Lavoro Operativo Permanente, la Segreteria Permanente, il Centro Studi e di Documentazione Permanente. Realtà, queste ultime, nate dal Piano Unitario di Gestione predisposto e sottoscritto dalle Amministrazioni pubbliche interessate (Comuni, Enti di Gestione, Regioni), dalle istituzioni religiose e dalle soprintendenze. Un piano che, valutato positivamente dal Comitato per il Patrimonio Mondiale, ha previsto l’avvio di una gestione organica del patrimonio, il coordinamento nelle attività di tutela, conservazione e valorizzazione dei beni del Sito UNESCO e la custodia degli aspetti tradizionali devozionali e cultuali, nonché l’adozione di politiche comuni di promozione (Regione Piemonte 2004).
4. Quadro metodologico di raffronto
La presente ricerca si è orientata verso una metodologia di tipo qualitativo, particolarmente adatta per l’esplorazione e il raffronto di casi non ancora oggetto di analisi da parte della letteratura (Ritchie et al. 2003), con lo specifico intento di indagare l’evoluzione spaziale, esperienziale e gestionale dei luoghi sacri e, nella fattispecie particolare, dei Sacri Monti di Piemonte e Lombardia.
A fianco di una propedeutica ricerca documentale circa le fonti prodotte dai vari enti preposti alla gestione dei santuari (depliant turistici, opuscoli devozionali, siti web ufficiali) e la bibliografia divulgativa inerente ai Sacri Monti (e.g. De Filippis 2009), è stata predisposta e condotta una serie di interviste semi-strutturate in profondità durante i primi sei mesi del 2022, in sessioni separate della durata variabile tra i 30 e i 90 minuti ciascuna, con una media di circa un’ora. Durante le sessioni, alla formulazione agli intervistati delle domande di ricerca precedentemente illustrate è seguita una fase di confronto discorsivo con l’obiettivo di indagare in forma approfondita alcuni dei punti emersi. Tutte le conversazioni sono state digitalmente registrate con il consenso dei partecipanti.
I soggetti intervistati sono stati i rettori e/o gestori dei nove santuari, talvolta con la partecipazione dei loro collaboratori a supporto. Un numero complessivo di nove interviste, una per ciascun Sacro Monte, costituisce l’esito del processo di analisi qualitativa, avallata da brevi indagini in situ con raccolta di appunti e materiale fotografico su modello dell’osservazione partecipante (Laurier 2016) da parte dei ricercatori e, nel caso del Sacro Monte di Varese, anche per mezzo delle videocamere accessibili online. Quest’ultima tecnica di analisi si è manifestata particolarmente utile per meglio comprendere empiricamente quanto illustrato dai rettori sia nell’osservare le dinamiche inerenti alle modalità gestionali (accoglienza, liturgia, flussi di persone, organizzazioni varie) sia nell’avere un’idea di massima dei comportamenti messi in atto dai vari clusters di visitatori. La summa di fonti documentali, interviste in profondità e appunti dell’osservazione etnografica è stata analizzata attraverso un processo manuale di lettura, rilettura, annotazione e sintesi. Le informazioni raccolte sono state in seguito sviluppate in tabelle tematiche (sintetizzate nei paragrafi successivi) che hanno permesso l’organizzazione dei dati secondo le due categorie rilevanti per lo studio, ovvero evoluzioni spaziali ed evoluzioni gestionali. Il processo di ricerca, globalmente illustrato nella Figura 3, ha permesso di individuare punti di differenza e similarità sulla base delle micro-tematiche presenti in ciascuna domanda indagata e ha creato la base necessaria per l’interpretazione dei risultati.
5. Mutamenti spaziali nei Sacri Monti: contesti e direzioni
Lo studio delle mutazioni degli spazi e della loro destinazione d’uso da parte dei Sacri Monti ha portato all’emersione di una certa eterogeneità fra di essi. Nonostante si tratti di realtà affini tra loro e non troppo geograficamente distanti, le differenti vicende storiche e gestionali caratterizzanti ogni singolo luogo di culto hanno condotto a sentieri evolutivi dei flussi di pellegrini e degli spazi sostanzialmente variegati (Tab. 1).
| Sacro Monte | Spazi di accoglienza | Spazi di ristorazione | Bookshop o simili | Altri tipi di spazi |
|---|---|---|---|---|
| Belmonte | Rudimentale casa del pellegrino | Assenti | Assenti | Esterni per pic-nic o eventi |
| Crea | Presso albergo-ristorante locale | Ristorante locale | Presenti | Esterni e interni per eventi culturali |
| Domodossola | Foresterie in espansione, strutture ricettive in paese | Interna, gestita dalla comunità religiosa | Piccolo spazio autogestito in chiesa | Spazi per preghiera e riflessione |
| Ghiffa | Assenti o inagibili | Presenti, nei pressi del Sacro Monte | Assenti | Spazi per eventi, possibilità di campeggio |
| Oropa | Foresterie e alberghi | Numerosi ristoranti gestiti da privati | Presenti | Spazi per convegni e celebrazioni |
| Orta | Attualmente dismessi, strutture ricettive in paese | Presenti | Assenti | Esterni per pic-nic o eventi |
| Ossuccio | Foresteria in progettazione, strutture ricettive in paese | Presenti | Assenti | Spazi per eventi locali e celebrazioni |
| Varese | Alberghi e B&B locali | Numerosi ristoranti gestiti da privati | Presenti | Spazi per convegni e attività culturali |
| Varallo | Ridotti in capo al santuario, presenza di alberghi privati | Presenti | Presenti | Esterni per pic-nic o eventi |
In primo luogo, le strutture di accoglienza più tradizionali, quali principalmente le foresterie, hanno vissuto significative variazioni. Sebbene storicamente tutte le realtà dei Sacri Monti disponessero almeno di qualche posto letto atto all’accoglienza dei pellegrini, alcune di esse hanno perso nel secolo scorso o negli ultimi decenni questa peculiarità, riconvertendo la destinazione d’uso di queste aree o non offrendola più come opzione; ne sono un esempio Ghiffa, Orta e Varese. Le ultime due, pur godendo di una certa notorietà e di un flusso di visitatori piuttosto significativo1 lasciano campo alle attività alberghiere limitrofe, particolarmente fiorenti, fra cui una, nel caso di Varese, di proprietà del santuario stesso.
Vi sono Sacri Monti molto visitati come quelli di Varallo e Oropa, che nel tempo hanno ridotto in modo importante la loro offerta ricettiva. Il noto santuario mariano piemontese, in particolare, è passato dai duemila posti letto del periodo ante Concilio Vaticano II (considerati peraltro insufficienti a soddisfare la domanda) ai quattrocento attuali. Crea, che nel 2024 ha visto un afflusso di visitatori pari a quasi centosettantamila presenze (Maffei 2025), ha ceduto invece la gestione della foresteria al ristorante locale, notando come nel tempo gli avventori abbiano mutato i soggiorni di tipo stanziale di molteplici settimane tipici dei decenni scorsi, soprattutto nella stagione estiva, in versioni di breve e brevissima durata (Università Luigi Bocconi 2012). Vi sono poi i casi di Ossuccio, Belmonte (in forma attualmente molto rudimentale) e Domodossola che, in controtendenza, stanno incrementando la disponibilità di posti letto, desiderando accogliere chi ha esigenze differenti rispetto a chi preferisce optare per le strutture alberghiere. In ogni caso, sei su nove Sacri Monti dispongono al momento di locali al chiuso utilizzati per convegni, momenti di riflessione o attività di gruppo per i pellegrini e i visitatori; esternamente ciò è possibile invece per tutti i santuari oggetto di studio.
Il differente approccio nello sfruttamento e valorizzazione delle foresterie sembra, se confrontato come dato a sé stante, in contraddizione fra i vari santuari: alcuni ripropongono e riaffermano tale modalità di accoglienza mentre altri, peraltro molto vicini geograficamente, optano per soluzioni più contemporanee. Tuttavia, è fondamentale tenere in considerazione l’evoluzione sia dei flussi di visitatori che ciascun santuario ha avuto (Afferni et al. 2011, per un’approfondita analisi del fenomeno al Sacro Monte di Varallo), sia le differenti dinamiche di gestione dei medesimi che la Storia ha sviluppato nel tempo. Ciò poiché la proprietà dei Sacri Monti, e nella fattispecie particolare delle singole strutture che li compongono, è divenuta oggi un mosaico ampiamente variegato. Mentre un tempo chi offriva l’apparato liturgico-cultuale e di accoglienza coincideva con il proprietario e il conduttore dei luoghi sacri, oggi ciò non avviene più quasi in nessun caso. Ci si trova così di fronte a casistiche di proprietà delle chiese da parte delle diocesi (es. Varese e Varallo), da parte dei privati (è il caso di Belmonte, in seno ai conti Masino di Valperga), di enti creati ad hoc (come Oropa) o infine ancora di proprietà pubblica (ovvero Orta, che è comunale) che non necessariamente collimano con le proprietà delle cappelle, dei terreni o degli edifici dei vari complessi. Vi è poi il caso del Sacro Monte di Domodossola dove le strutture interne sono interamente di proprietà dell’Istituto della Carità (ossia i padri rosminiani) ma vi è un’antica incertezza fra essi e la diocesi di Novara per le mura del santuario e la parte esterna. In nessuno di questi casi, gli ordini fondatori dei Sacri Monti hanno più la diretta proprietà di un Sacro Monte (al più di una piccola frazione o di alcune strutture) e nella quasi totalità dei casi anche la gestione spirituale è affidata ad altre congregazioni o al clero secolare.
In questo contesto si inserisce di conseguenza anche l’altro elemento fondamentale nell’ospitalità al pellegrino, ovvero i servizi di ristorazione. Con l’eccezione della comunità rosminiana di Domodossola, molto sensibile ai pellegrini, essa è interamente offerta da privati per sette Sacri Monti su nove; Belmonte non ha questa opzione al momento disponibile, sebbene un tempo un ristorante locale di proprietà dei francescani offrisse sino a settecento coperti.
Questa attuale scissione fra proprietà, cura liturgica, ospitalità, vendita e gestione dei flussi turistici e di pellegrinaggio non favorisce un approccio integrato e strutturato in nessuna delle realtà analizzate e di conseguenza anche le progettualità in ambito spaziale non sembrano seguire una direttrice omogenea, tuttavia le collaborazioni fra diversi soggetti in possesso di competenze specifiche nei rispettivi campi sono di aiuto nell’efficace valorizzazione dei vari Sacri Monti nella loro integrità (storica, naturalistica, religiosa, artistica ecc.). In tal senso il dialogo e il confronto fra le varie rappresentanze tendenzialmente si manifesta particolarmente necessario e, in generale, già realizzato. Su tali circostanze si inserisce dunque il ventaglio delle iniziative proposte in loco.
Fino agli anni ‘70 del XX secolo come evidenziato da alcuni intervistati, i Sacri Monti erano concepiti quasi unicamente come realtà votate a una dimensione religiosa, di preghiera e di culto; oggi tali aspetti si integrano con altri elementi di carattere culturale e turistico, anche nella condivisione o riadattamento degli spazi. Se infatti si evidenzia come la rimodulazione della compagine di visitatori degli ultimi anni, i cambi di gestione/proprietà e le sinergie con altri enti non abbiano significativamente mutato il numero di edifici presenti sul territorio di ciascun Sacro Monte, in quasi tutti i casi si è assistito a una parziale ridefinizione delle destinazioni d’uso di alcuni di essi, a seconda delle attività necessarie. Le iniziative legate ai vari Sacri Monti si inseriscono, infatti, in una dimensione non esclusivamente liturgico-devozionale, sebbene in alcuni santuari essa resti particolarmente curata e capace di attrarre numerosi pellegrini (come a Oropa, Domodossola e Varese), i quali si integrano molto bene con altre tipologie di flussi di visitatori in una condivisione degli spazi che non sembra essere conflittuale. Un caso singolare è quello di Belmonte, in cui recentemente si registra un grande afflusso di bambini alle sante messe festive per via di una curiosa iniziativa di concedere loro il suono manuale delle campane come anticamente svolto dai campanari, senza l’ausilio di macchinari. In altre realtà, come Ghiffa e Orta, l’aspetto religioso originario è stato reso significativamente più modesto e i due Sacri Monti sono divenuti maggiormente mete di scampagnate fuori porta, luoghi di passeggio o di visita e soprattutto siti utilizzati per iniziative locali come concerti o eventi culturali, tutti elementi che tendono a prevalere rispetto a quello originario. Queste dimensioni sono altresì forti al Sacro Monte di Crea, dove si propongono spesso attività enogastronomiche e culturali (es. letture di Dante Alighieri, di poesie religiose e conferenze) grazie all’associazione locale “Ricreare Crea” che ha l’obiettivo di restaurare le cappelle narranti gli episodi di vita della Vergine Maria e i misteri del Santo Rosario, e al Sacro Monte di Varese, con iniziative simili promosse dal Comune, da varie fondazioni locali e dalla società “Archeologistics”.
Un elemento di singolare rilievo riguarda gli spazi occupati per le attività extra-religiose come quelle culturali, sportive o enogastronomiche già in parte citate: esse si focalizzano nelle aree dei santuari, dei sagrati o degli edifici attigui, non coinvolgendo quasi mai il percorso delle cappelle, le quali, al di là del variabile afflusso turistico di visita, considerato stagionale per tutti e nove i santuari, tendono a mantenersi legate alla loro funzione originaria di devozione, meditazione e preghiera. Queste ultime, infatti, non hanno subìto quasi alcuna modificazione negli ultimi due secoli, al di là dei necessari restauri conservativi o di miglioramento delle accessibilità (De Filippis 2009), e con i tracciati ancora originali sono tuttora utilizzate come stazioni del Santo Rosario o della Via Crucis in molti casi come Ossuccio, Domodossola e Varese.
Ultimo aspetto di riflessione particolare, soprattutto per la dinamica relativa alle differenti vocazioni ed esigenze di pellegrino e turista, concerne la presenza di negozietti o bookshops locali, quasi sempre inseriti in locali attigui al santuario principale, riconvertiti nella loro destinazione d’uso nel XX secolo, momento in cui nascono e si sviluppano. Solamente quattro Sacri Monti su nove (Varese, di proprietà del santuario stesso, Crea, Varallo e Oropa) dispongono di tali attività presenti in loco, a cui si aggiunge il caso singolare di Orta che prevedeva dapprima un negozietto gestito dai frati, sostituito in seguito da un distributore automatico oggi tuttavia non più presente. Gli altri, Ossuccio, Ghiffa e Belmonte, caratterizzati da un flusso turistico significativamente inferiore rispetto alla media degli altri Sacri Monti, non offrono questa realtà, mantenendo indirettamente una dimensione più raccolta e autentica del contesto sacro originario. Ciò che è acquistabile nei negozi nei pressi dei Sacri Monti ha una matrice prevalentemente religiosa. Significativa è la presenza di oggettistica sacra che in molti casi è tipica del santuario, ma che si integra con un’offerta a carattere generalista. A questa oggettistica di tipo religioso si aggiungono libri, guide turistiche del luogo e, in forma ridotta, souvenirs e prodotti a carattere consumistico come t-shirts, calamite et similia (Fig. 4).
Ciò che è possibile evincere è che nel contesto dei Sacri Monti negli ultimi decenni non si è assistito a una importante e manifesta crescita nel numero di edifici, anzi il tentativo che trasversalmente è stato posto è quello di salvaguardare queste realtà cercando di evitarne il decadimento. Un’evidenza che trova empiricamente riscontro con quanto dichiarato nel Piano unitario di gestione del sito UNESCO “Sacri Monti del Piemonte e della Lombardia”, il quale descrive integralmente gli interventi proposti in situ e, ad eccezione di parcheggi, strade e/o servizi igienici, si focalizza principalmente su una terminologia (e dunque azioni) di “riqualificazione”, “restauro” e “ristrutturazione” (Regione Piemonte 2012).
Poiché gli anni d’oro dei Sacri Monti sotto un profilo devozionale sono, ad oggi, legati a un passato che vedeva l’importante presenza di fiorenti comunità religiose in loco necessitanti di un complesso sistema di strutture utili alle differenti attività previste nella vita di fraternità religiosa, l’attuale partenza degli ordini o il loro sentito ridimensionamento vocazionale ha condotto a strategie di riconfigurazione degli spazi importanti. Se alcune aree sono semplicemente rimaste vuote o meno presidiate, altre, anche in virtù delle mutate esigenze della contemporaneità e dei differenti clusters di visitatori che i santuari oggi accolgono, hanno visto la propria identità variare, passando da celle di frati a camere per ospiti, da luoghi di lavoro manuale quotidiano a bookshops, da piccole stanze variamente adibite a servizi igienici per l’afflusso turistico. Queste riconfigurazioni non hanno tuttavia mutato con una impronta significativa sotto il profilo puramente architettonico l’identità dei Sacri Monti, caratterizzata da un profondo legame fra Natura e Fede; anche i santuari, al di là degli adeguamenti liturgici postconciliari, non hanno subìto modificazioni importanti.
6. Bene Gerendo Agimus: la sfida al plurale dei Sacri Monti
Spazialità e gestione sono temi profondamente interdipendenti e nel contesto dei Sacri Monti la dinamica che li lega è particolarmente manifesta. Ciò che in questi contesti sacri emerge è il profondo mutamento, di cui in parte si è già accennato precedentemente, avvenuto in seno alle figure o strutture organizzative che col tempo sono venute a integrarsi e/o sostituirsi alle antiche realtà gestionali locali.
Quanto in altri tempi, e nella fattispecie particolare sino alla prima metà del Novecento circa, era appannaggio esclusivo della Chiesa e del clero indigeno (regolare o secolare che fosse) in una gestione quasi integrale del Sacro Monte – in cui le dinamiche erano altresì più semplici poiché la prevalenza vocazionale del sito rimaneva profondamente ancorata alla sua dimensione religiosa e di conseguenza tutte le attività ancillari, come principalmente l’ospitalità offerta al pellegrino-visitatore, ne fungevano da supporto offrendo un’immagine chiara, una serie ritmata di scadenze (non scontatamente il calendario liturgico dettava una precisa pianificazione dei periodi cruciali per ciascun luogo) ed erano di grande aiuto per la pianificazione dell’intero “sistema santuario” – attualmente è invece frammentato su più fronti e realtà (Tab. 2).
| Sacro Monte | Gestione turistica | Gestione economico-finanziaria | Gestione spirituale | Enti di supporto |
|---|---|---|---|---|
| Belmonte | Ente Sacri Monti e volontari | Privati, proprietari | Clero secolare | Non riscontrati |
| Crea | Ente Sacri Monti | Rettore | Clero secolare | Associazioni locali (es. Ricreare Crea) |
| Domodossola | Ente Sacri Monti | Istituto della Carità | Padri Rosminiani | Non riscontrati |
| Ghiffa | Comune e Pro Loco | Diocesi e rettore | Clero secolare | Pro-loco |
| Oropa | Ente autonomo laicale, museo, uffici accoglienza | Ente autonomo laicale e CDA | Clero secolare | Museo e confraternite locali |
| Orta | Ente Sacri Monti e frati | Ente Sacri Monti | Frati francescani | Non riscontrati |
| Ossuccio | Rettore | Rettore | Clero secolare | Volontari locali |
| Varese | Plurima | Rettore | Clero secolare | Archeologistics, Fondazione Paolo VI, CAI |
| Varallo | Ente Sacri Monti | Ente Sacri Monti | Clero secolare | Non riscontrati |
Gli attori attualmente coinvolti per affrontare le sfide odierne sono numerosi e con impegno provano a integrarsi nel proposito di valorizzare la realtà in cui sono inseriti, tendenzialmente ma non esclusivamente, negoziando precisi accordi fra loro.
La gestione economico-finanziaria dei Sacri Monti varia significativamente tra le diverse località e non necessariamente collima con la proprietà. Nella maggior parte dei casi è affidata al rettore del santuario (Ossuccio, Varese, Crea, Domodossola) o all’Ente di Gestione dei Sacri Monti (Varallo, Orta), con l’ausilio del settore pubblico o di specifiche realtà cui è devoluta volontariamente parte dell’amministrazione. Un caso del tutto singolare è indubbiamente quello di Oropa, gestita da un ente autonomo laicale di culto composto da due amministratori delegati (un laico e un canonico, che non è il rettore, il quale non ha potere amministrativo) e da un consiglio di amministrazione (composto metà da laici e metà da canonici della cattedrale di Biella) secondo uno schema non dissimile da quello delle società.
Le modalità di gestione turistico-culturale mostrano invece una maggior varietà d’approccio. A Ossuccio, il rettore gestisce in prima persona questa dimensione, mentre a Varese essa è favorita da vari enti (fra cui il Comune, Archeologistics e la Fondazione Paolo VI) dimostrando una buona collaborazione pubblico-privato. Crea e Varallo affidano questa cura all’ente Sacri Monti, a cui si aggiunge Orta che la combina con quella dei frati, mostrando una collaborazione tra entità religiose e laiche; a Domodossola, l’ente Sacri Monti gestisce sia la parte esterna sia l’afflusso turistico, evidenziando una gestione centralizzata. Belmonte vede interventi limitati da parte dell’ente Sacri Monti, indicando una gestione affidata perlopiù all’opera dei volontari locali. Oropa è governata dall’ente autonomo laicale di culto con il supporto del museo e di un ufficio accoglienza, Ghiffa, infine, vede l’ausilio principalmente del Comune e delle pro-loco secondo un approccio a spot, legato a singoli eventi e non secondo un’ottica continuativa durante l’anno.
Elemento importante concerne la gestione spirituale dei Sacri Monti, che si è mantenuta per tutte e nove le realtà analizzate. Nessun santuario è stato sconsacrato, adibito ad attività turistiche pure o museali; pertanto, si evidenzia come l’elemento religioso di base, ragione per la quale questi luoghi sono nati, è sopravvissuto ed è in mano al clero regolare per quanto concerne Orta e Domodossola, e secolare per gli altri sei, seppur talvolta con difficoltà o riduzione delle liturgie come nei casi di Ghiffa e di Belmonte.
In molti dei casi analizzati un ruolo centrale è assunto dai volontari laici, figure considerate fondamentali nel supporto e nell’assistenza gestionale a delle realtà che spesso mancano di fondi e di relativo personale nei vari settori (culturale, turistico, ospitalità). A Ossuccio sono presenti circa venti volontari locali che, dividendosi turni e competenze, si occupano dei servizi di assistenza e della gestione di base del visitatore, a Varese essi sono molto attivi nel bookshop (denominato in gergo locale “botteghino”) e nel servizio liturgico, a cui si affianca l’importante presenza del CAI (Club Alpino Italiano). A Ghiffa è presente un volontario che si occupa principalmente delle aperture e chiusure del santuario ma non sono previsti servizi di altro genere o di vigilanza e assistenza, mentre Belmonte è interamente gestito da un laico autorizzato con mansioni di sacrestano e di accoglienza, in attesa di ulteriore supporto data la crescente necessità. Il Sacro Monte di Oropa, infine, vede una presenza di consacrate laiche sin dal 1680, a cui in passato era affidata la totalità della gestione degli elementi pratici del santuario, mentre ora sono ridotte a un numero di quattro e con poteri limitati, a cui si affiancano una confraternita e alcuni volontari.
7. Conclusioni
Con l’analisi delle evoluzioni spaziali e gestionali delle mete di pellegrinaggio e turismo note come Sacri Monti di Piemonte e Lombardia, il presente studio si è proposto di fornire un contributo volto ad arricchire la letteratura geografica sui temi evidenziati da Liro, Soljan e Bilska-Wodecka (2018) in merito alle evoluzioni spaziali dei centri di pellegrinaggio e da Soljan e Liro (2014) e Rinschede (1995) per quanto concerne i rispettivi cambiamenti gestionali. Inoltre, la lettura dei siti sacri in chiave comparata, di cui Collins-Kreiner (2020) ha evidenziato particolare necessità, ha permesso di integrare alcuni studi analoghi (e.g. Eade 2020; Eade 2016; Khreis 2015).
I risultati del processo di ricerca condotto hanno evidenziato interessanti e significativi elementi evolutivi sia sul piano spaziale, sia sul piano gestionale, soprattutto se letti in chiave comparativa rispetto a studi analoghi pubblicati nel secolo scorso (Pedreschi 1966). Sotto il profilo spaziale, i Sacri Monti hanno mantenuto la loro immagine pressoché invariata e se da un lato hanno subìto anch’essi gli effetti della contrazione vocazionale vissuta dalla Chiesa Cattolica portanti gli ordini anticamente rettori dei santuari al trasferimento, dall’altra la dinamica religioso-cultuale è stata mantenuta viva per tutte le realtà e di conseguenza anche l’identità originaria è sopravvissuta.
L’identità storica delle origini, ovvero l’essere strumenti concreti per dimostrare la verità e autenticità della fede cristiana fondate su elementi concreti di umanità e realtà terrena del Cristo – unita al rappresentare poli alter gerosolimitani dopo l’indisponibilità della Terrasanta e all’essere baluardi contro il protestantesimo (Santus 1994), aspetti ridottisi significativamente di importanza oggidì – si è nel tempo affiancata a vocazioni di carattere variamente turistico ed escursionistico, le quali, sebbene già presenti storicamente, sono dimensionalmente ed economicamente cresciute nell’impatto locale.
Una parziale riconfigurazione spaziale è stata necessaria per adeguarsi a queste mutate realtà sotto profili sia turistici sia gestionali, in particolare dovendo tener conto di un ridotto numero di figure religiose a conduzione dei santuari e al contempo accogliendo di buon grado il turismo che via via si fa sempre più rilevante affiancandosi alla realtà dei pellegrinaggi, seppur rimanendo anch’esso sempre prevalentemente a carattere religioso ad oggi.
A tale riguardo, alla luce delle evidenze emerse nelle sezioni precedenti, è stato possibile osservare come l’esperienza di fruizione dei Sacri Monti sia solo parzialmente mutata negli ultimi decenni per via delle evoluzioni spaziali, legandosi altresì al cambiamento della società contemporanea. Se già in origine tali luoghi si configuravano prevalentemente – ma non esclusivamente (Longo 2009) – quali mete di pellegrinaggio devozionale, con una fruizione legata principalmente alla dimensione religiosa, oggi, come si è visto, essi sono a tutti gli effetti divenuti spazi ibridi, frequentati da una pluralità più ampia di visitatori con motivazioni differenziate. Questa trasformazione implica necessariamente una sovrapposizione parziale delle varie dimensioni esperienziali (cultuale e turistica in primis). Ne consegue che le pratiche annesse, come la contemplazione paesaggistica, la fruizione artistica, la partecipazione a riti sacri, si configurano al contempo come espressione e come fattore di questa trasformazione nell’affluenza, dovendo trovare un equilibrio per la coesistenza proficua delle esigenze di tutti.
Inoltre, le descritte rimodulazioni gestionali dei Sacri Monti sono frutto sia della contrazione della presenza religiosa in loco, un tempo gestrice dell’intero sistema-santuario, sia dell’emergere negli anni di legislazioni ad hoc che hanno condotto alla creazione di un ente preposto al coordinamento e alla pianificazione delle nove realtà insieme, nonché dell’emersione sempre più importante delle figure di supporto sotto il profilo turistico, promozionale, di tutela e reperimento dei finanziamenti utili su più fronti. Aspetti, anch’essi, determinanti nella differente fruizione esperita dai visitatori col passare del tempo.
In una buona parte dei casi, il connubio di riconfigurazioni spaziali e gestionali ha permesso di migliorare le esperienze di visita per un pubblico più eterogeneo, integrando percorsi progettati originariamente come catechetici con preziosi addenda di profilo storico, artistico, architettonico e, in potenza, anche naturalistico. Inoltre, le collaborazioni fra enti dotati di specifiche competenze consente una valorizzazione più efficace di patrimoni di non facile conservazione e mantenimento (soprattutto quando sensibili al deperimento del tempo e dei fenomeni atmosferici, come le statue lignee presenti in alcune cappelle con finestre senza vetri protettivi), nonché offre un maggior ritorno al territorio in cui i complessi sono inseriti, sia in termini di consapevolezza – e dunque culturali – sia in termini economici.
Il presente articolo si muove in un campo di ricerca interessante e ancora poco esplorato. Essendosi focalizzato sul contesto dei nove Sacri Monti di Piemonte e Lombardia e su approcci e risultati di matrice qualitativa, lascia spazio e spunti per ulteriori studi. Future direzioni della ricerca potrebbero indubbiamente ampliare le realtà comparabili includendo altre località Sacri Monti, come ad esempio il Sacro Monte della Madonna del Sasso a Locarno, in Svizzera, il Sacro Monte della Madonna dello Spasimo a Laino Borgo (CS) e il Sacro Monte di San Vivaldo, nei pressi di Montaione (FI). Nel caso di quest’ultimo, un lavoro di confronto fra la sua riproposizione topomimetica con quella delle altre nuove Gerusalemme (in primis Varallo) offrirebbe degli interessanti arricchimenti sul tema della spazialità ai contributi già presenti in letteratura (e.g. Cardini, Vannini 1980; Cardini 2013; Cardini 2018). Inoltre, uno studio aggiornato che a fianco delle evoluzioni spaziali e gestionali dei Sacri Monti analizzasse altresì quelle dei profili dei pellegrini e dei visitatori rapportandoli con altre mete di pellegrinaggio “secondarie” (Ferrario 2015) potrebbe essere particolarmente integrativo, come altresì evidenziato da Collins-Kreiner (2020).
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