https://doi.org/10.36253/bsgi-7634
Notiziario
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Ricerca, memoria e cooperazione nel cuore del Mediterraneo
Le strade dell’Intelligenza Artificiale nel mondo e i rischi per gli Stati insulari del Pacifico
“The City” cent’anni dopo. La città oltre il territorio
Il Celio ricostruito: il progetto “Rome Transformed” in mostra alla Società Geografica Italiana
Ricerca, memoria e cooperazione nel cuore del Mediterraneo
La sede della Società Geografica Italiana ha ospitato il 10 aprile 2024 il settimo incontro del ciclo Missioni archeologiche nel Mediterraneo, dedicato ai rapporti tra ricerca archeologica, costruzione della memoria storica e cooperazione internazionale nei territori di Palestina e Giordania. L’iniziativa, intitolata “Viaggi, Esplorazioni, Missioni: Reti di ricerca, Strumenti di pace”, ha offerto l’occasione per riflettere sulle metodologie della ricerca archeologica contemporanea in contesti politicamente sensibili, luoghi fondamentali per la comprensione delle civiltà antiche, della geografia sacra e delle sfide legate alla tutela del patrimonio culturale.
Ideato e coordinato da Margherita Azzari, Francesca Romana Fiano e Carmelo Pappalardo, il convegno ha adottato un approccio interdisciplinare, coinvolgendo studiosi di rilievo internazionale nei campi dell’archeologia, della storia e della geografia del Vicino Oriente. La struttura dei lavori ha favorito l’integrazione tra prospettive storiche e attuali, stimolando un dialogo tra i risultati della ricerca sul campo e le riflessioni teoriche sulle implicazioni culturali, sociali e geopolitiche dell’archeologia in aree di particolare complessità.
L’apertura, affidata a Franco Cardini, ha analizzato il fenomeno dei pellegrinaggi italiani in Terrasanta nel tardo Medioevo, con particolare attenzione al viaggio compiuto da un gruppo di patrizi fiorentini tra il 1384 e il 1385. Attraverso diari, memorie e cronache dell’epoca, Cardini ha ricostruito un quadro che va oltre la dimensione religiosa, mettendo in luce le motivazioni economiche, culturali e diplomatiche che animavano quei viaggi, rivelandone così la ricchezza e la complessità.
La relazione di Maura Sala ha ripercorso l’evoluzione della percezione occidentale della Palestina, dalle esplorazioni ottocentesche influenzate da autori come Chateaubriand e Mark Twain fino alle missioni contemporanee improntate a un approccio post-coloniale. L’analisi ha mostrato il progressivo superamento di interpretazioni romantiche e strumentali, sostituite da modelli di collaborazione internazionale fondati sul rispetto delle comunità locali e sulla valorizzazione partecipata del patrimonio archeologico.
Un momento centrale è stato la presentazione del progetto ReMAP da parte di Margherita Azzari. Sostenuto dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, esso propone una rilettura innovativa della celebre Mappa di Madaba, integrando tecnologie digitali, narrazioni multimediali e analisi del paesaggio. L’obiettivo è promuovere una nuova consapevolezza del patrimonio giordano, concepito come risorsa dinamica per uno sviluppo territoriale sostenibile.
Massimo Brizzi ha ricostruito la storia delle attività di restauro condotte da équipe italiane nel sito archeologico di Jerash, sottolineando il valore di una collaborazione con la Giordania che si protrae da oltre un secolo. Mario Micheli ha illustrato l’esito più recente di tale cooperazione: la creazione del Centro Regionale per la Conservazione e il Restauro, realizzato grazie al partenariato tra l’Università Roma Tre e l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, e destinato a diventare un polo formativo di riferimento per il Medio Oriente.
Di grande rilievo anche gli interventi di Lamia El-Khouri (Università Yarmouk) e Hamed Salem (Università di Birzeit), che hanno descritto le condizioni della ricerca archeologica in Palestina e in Giordania, segnate da instabilità politica e difficoltà economiche. Entrambi hanno sottolineato come la valorizzazione del patrimonio culturale possa costituire uno strumento di resilienza sociale e sviluppo sostenibile, purché sostenuta da modelli operativi capaci di unire rigore scientifico e impatto sociale.
La sessione pomeridiana è stata dedicata alla memoria di figure fondamentali dell’archeologia italo-palestinese, come Padre Michele Piccirillo e il suo impegno nella realizzazione del Memoriale di Mosè sul Monte Nebo. La prosecuzione di questa tradizione scientifica, rappresentata oggi da studiosi come Carla Benelli e Carmelo Pappalardo, testimonia il ruolo dell’archeologia quale ponte interculturale e strumento di diplomazia civile.
La giornata si è conclusa con una performance di danza Dabkeh, riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio immateriale della Palestina. Questo momento artistico ha offerto una testimonianza viva delle tradizioni culturali locali e ha sintetizzato efficacemente lo spirito dell’intero convegno, improntato alla valorizzazione rispettosa e condivisa delle identità.
Nel complesso, l’incontro ha mostrato come, in contesti segnati da conflitti e tensioni, le discipline geografiche e archeologiche possano assumere una valenza politica e culturale di primaria importanza. La valorizzazione scientifica e culturale del patrimonio archeologico diventa così uno strumento di cooperazione internazionale, di costruzione di una memoria storica condivisa e di progettazione di futuri scenari basati sui principi della sostenibilità e della pace. Tale prospettiva richiede un approccio metodologico rinnovato, capace di coniugare rigore scientifico, sensibilità culturale e impegno civile, per una scienza archeologica e geografica autenticamente collaborativa e socialmente responsabile.
Alessandro Rissone
Le strade dell’Intelligenza Artificiale nel mondo e i rischi per gli Stati insulari del Pacifico
Il testo di questo intervento è basato su una relazione presentata alle Nazioni Unite a New York l’11 aprile 2025, nell’ambito della XXIV Infopoverty World Conference.
“Le isole erano infatti, per così dire, esperimenti della natura, luoghi che, per una benedizione o una maledizione, erano costretti dalla loro singolarità geografica a ospitare forme di vita uniche. Tutte specie o generi singolari che, nei loro habitat isolati, avevano imboccato traiettorie evolutive separate.”
L’avvertimento del neurologo Olivier Sacks (“L’isola dei senza colore”, Adelphi) sull’atollo micronesiano di Pingelap suona come un monito anche per il rapporto tra le comunità del Pacifico e l’IA. Negli opuscoli turistici queste sono terre dai riflessi azzurri, con variegate strisce di nuvole, e da tempo si è smesso di credere alle immagini da cartoline, e da tempo il Pacifico è divenuto un teatro di una guerra dai contorni indefiniti.
L’IA indica una “traiettoria evolutiva” che in questa “singolarità geografica” mette a confronto un rapporto senza equilibrio. Da una parte Stati di piccole comunità disperse nell’oceano, fra atolli distanti e scarsamente popolati, a lungo rimasti ai margini dei grandi cambiamenti degli ultimi decenni – industrializzazione diffusa, urbanizzazione spinta, consumismo di massa, fratture nel rapporto intergenerazionale. Dall’altra una tecnologia articolata e offerta in modalità diverse da soggetti privati e pubblici, che nel Pacifico trova un laboratorio quasi ideale di sperimentazione e di dominio. Il passo lento di questa parte del mondo, basata su una struttura prettamente comunitaria fa da contrappasso al ritmo scandito dalla velocità dell’evoluzione tecnologica.
Ci si soffermi su tre dati presenti nei rapporti UNCTAD del 2025 (https://unctad.org/publication/technology-and-innovation-report-2025): il 40% dello sviluppo dell’IA viene elaborato da appena 100 aziende, tutte situate in Cina e negli stato Uniti, le due super-potenze del Pacifico che in questa regione possono investire più facilmente; 118 paesi sono completamenti esclusi dalla governance dell’IA – tra questi, le isole del Pacifico, che quindi, alla prova dei fatti, devono accettare ciò che viene loro offerto, e non hanno molto da dire sul processo in sé.
Si aggiunga che vi sono poi territori che per la loro instabilità e l’arretratezza di infrastrutture di base difficilmente possono beneficiare dell’IA: ciò che comporta un maggiore divario nello sviluppo rispetto agli altri. In Asia Timor Leste, un piccolo paese, tra i più poveri della regione asiatica, vicino di due giganti come Indonesia e Australia, rappresenta un caso quasi perfetto per attrarre e importare tecnologie intelligenti, mentre, d’altra parte, l’Afghanistan ne è per ora del tutto tagliato fuori e accumulerà un ritardo crescente.
Quanto all’investimento nella ricerca, è calcolato (ma non è calcolo facile, perché molti programmi sono misti, molti riservati perché attengono al settore militare) a circa 4 trilioni di euro, e questo comporta una riduzione di spesa in altri settori della cooperazione. Anziché educazione e infrastrutture di base, ambulatori e borse di studio, il futuro dell’influenza in politica estera verso le isole del Pacifico è affidato all’uso dell’IA in numerosi settori, alle reti satellitari ai cavi sottomarini, alle connessioni digitali, all’accesso a database, ai social network. La lezione americana di USAID è eloquente e il Pacifico ne è uno dei primi banchi di prova. In questa accelerazione del tempo al cospetto di uno spazio frammentato e immenso, descriveremo questi mari con parole diverse da quelle usate dal Nobel Derek Walcott per le sue isole:
The amen of calm waters,
The amen of calm waters,
The amen of calm waters.
Queste acque ormai agitate sono anche europee. C’è un pezzo di Oceania che è francese; vi sono intese strategiche con il Giappone, la Nuova Zelanda, l’Australia, e non solo, che si attivano anche sul come affrontare l’espansionismo cinese e la nuova linea americana nella regione dal punto di vista dell’IA. Ci sono la “Strategia Europea per l’Indo-Pacifico” e le risorse del Global Gateway che offrono una base legale e meccanismi di finanziamento (tra l’altro, la Banca Europea per gli Investimenti ha aperto nel 2023 una sede nelle Figi) per una cooperazione articolata che comprende l’intelligenza artificiale che nell’area dell’Asia-Pacifico si declina in aiuti umanitari, città intelligenti, ottimizzazione della catena di approvvigionamento, gestione di parassiti e malattie, controllo della qualità alimentare, crescita economica e apprendimento inclusivi, efficienza energetica, risposta efficace alle catastrofi, procedure agricole sostenibili, resilienza climatica e tutela ambientale, connessioni intergenerazionali e benessere.
Ognuna di queste aree richiede specifiche competenze professionali, con un divario crescente di conoscenza, soprattutto nel Pacifico, non solo tra i beneficiari – gli utenti finali e la classe dirigente delle isole – ma anche tra coloro che decidono e coordinano a vario titolo tali progetti. Anche se è talvolta difficile da ammetterlo, questo è un aspetto delicato, da sollevare tra scienziati, tecnici e legislatori, ma anche diplomatici e funzionari, che devono agire su questioni di cui, in larga misura, molti comprendono la narrazione ma padroneggiano solo in modo limitato quando si entra nei dettagli di progetti specifici, la cui conoscenza è appannaggio solo di un cerchio ristretto di esperti. Un rischio che nel Pacifico è anche maggiore che altrove.
Il rischio è correlato al tipo di prodotto, più precisamente al fornitore. L’IA non è una strada unica, e almeno tre sono le “istruzioni per l’uso” disponibili.
La Cina sta in gran parte sviluppando un modello basato su produzione sovvenzionata e coordinata dallo Stato, con investimenti pubblici e obiettivi predisposti dalla capitale al fine di disporre di accordi di partenariato con paesi terzi. Prodotti di tele-sanità, tele-educazione, sistemi di allerta da remoto per possibili disastri naturali, e molto altro, diventano altrettanti strumenti deliberatamente inclusi in una relazione di politica estera, di cooperazione bilaterale, di amicizia. La regia di questi partenariati corrisponde a una logica precisa, a un disegno per affermare un’espansione in uno specifico paese, con la flessibilità necessaria per adattarsi ai bisogni, e alle possibilità di esercitare maggiore influenza. Il Pacifico viene incoraggiato ad adottare soluzioni cinesi, con accordi negoziati dalle capitali e pacchetti di prodotti per uno sviluppo integrato settore per settore.
Gli Stati Uniti perseguono una strada più liberista, affidando soprattutto alle imprese lo sviluppo e la promozione di prodotti da offrire ai nuovi mercati. Il Forum USA-Pacifico del 2023 è stato una pietra miliare nel favorire il rapporto tra mondo aziendale e paesi insulari. L’IA si sviluppa di pari passo con l’indispensabile connessione digitale e i cavi sottomarini. La dimensione pubblica può intervenire con schemi di sostegno finanziario, ma i veri registi sembrano essere i capitani delle industrie, che nel Pacifico trovano un laboratorio a cielo aperto anche per verificare l’efficacia di alcune nuove tecnologie.
L’Unione europea ha scelto un’altra strada, tipica delle nostre latitudini: regole, diritti, obiettivi di progresso. L’IA è strumento per perseguire maggiore sostenibilità ambientale – come l’iniziativa regionale Team Europe sull’Alleanza Verde-Blu con le isole del Pacifico, che si concentra sull’azione per il clima, la resilienza e l’uso virtuoso del capitale naturale. Con l’approvazione nel 2024 della Legge sull’intelligenza artificiale, la prima legislazione multidisciplinare sul settore, l’UE ha stabilito che le nuove tecnologie non possono essere utilizzate per il social scoring basato su appartenenza etnica, origine, orientamenti sessuali o altri dati personali, né essere utilizzate dalle aziende per misurare l’efficienza dei propri dipendenti, così come sono previste limitazioni nell’uso da parte delle forze di sicurezza e restrizioni severe sull’uso del riconoscimento facciale, e garanzie per la riservatezza dei dati personali. Un corpo di paletti regolamentati che a volte ostacola la competitività del prodotto, in termini di rapidità di esecuzione di un progetto e di obiettivi reali da parte dell’autorità pubblica.
La visione europea cerca di ancorare l’IA a un approccio basato sull’uomo e i suoi bisogni da soddisfare, e di arginare i potenziali abusi dell’IA, il suo prestarsi a plasmare mondi distopici. Del resto, per molti civili, l’IA è soprattutto una serie di tecnologie militari che non danno scampo: l’aggressione russa all’Ucraina miete molte vittime a causa di armi atrocemente “smart”, così come nella Striscia di Gaza si riscontrano numerosi crimini contro l’umanità provocati dalle “armi intelligenti” di Israele.
In questo contesto in rapida evoluzione, dopo l’Artificial Intelligence Act dell’Unione europea, altri paesi o entità regionali – Brasile, India, ASEAN, Unione africana – hanno iniziato a lavorare sui propri parametri per l’uso dell’IA. Non sarà mai troppo resto.
Gli sforzi di coordinare i vari approcci sono finora modesti, ma vale la pena ricordare che a settembre del 2024 si è tenuto l’Artificial Intelligence Summit con la partecipazione di Stati Uniti, Regno Unito, Unione Europea e molti altri, ma si tratta di un trattato di portata limitata perché riguarda il monitoraggio della situazione, non l’applicazione di misure concrete. Successivamente, nel febbraio del 2025, presieduto dal Presidente Macron e dal Primo Ministro indiano Modi, si è tenuto a Parigi l’Artificial Intelligence Action Summit, a cui hanno partecipato più di 100 Paesi, tra cui l’Unione Europea, e molti altri, provenienti principalmente dall’Asia e dal Pacifico. Cinquantotto di questi Paesi hanno firmato una dichiarazione sull’intelligenza artificiale inclusiva e sostenibile. Purtroppo, attori molto importanti per l’Unione Europea, come gli Stati Uniti d’America e il Regno Unito, hanno preferito non sottoscrivere questa dichiarazione, confermando che anche solo nel campo dell’Occidente una comunanza di visione è ancora lontana.
Inoltre, nonostante l’Unione europea abbia concordato di stanziare circa 200 miliardi per l’IA, L’Europa sconta anche una massa di investimenti largamente inferiori rispetto a Stati Uniti e Cina, e una maggiore distanza geografica dal Pacifico. Ne consegue la necessità di stringere cooperazioni con quei paesi della regione che tendenzialmente condividono i parametri di base per lo sviluppo e l’uso dell’IA: Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Corea del Sud. Oltre che di ricerca e di continua e rapida introduzione di nuovi prodotti, l’IA vive dunque di un’attività istituzionale sempre più febbrile, con disparità di visioni, accordi circoscritti o partenariati in larga scala, strategie industriali, aree di influenza.
In questo contesto, il Pacifico rappresenta una macroregione vasta quanto delicata. Le sue peculiarità geografiche e sociali costituiscono un habitat ideale per introdurre nuove tecnologie a distanza, e tuttavia per i paesi del Pacifico, inoltre, non disporranno mai di sufficiente massa critica di forza politica per negoziare accordi equi in materia di IA con i grandi fornitori: meno di 15.000 gli abitanti di Nauru, circa 130.000 quelli sparpagliati nella ventina di isole abitate nei tre arcipelaghi delle Kiribati, ovunque popolazioni esili in numero, una geografia sterminata e frammentata, strutture pubbliche esigue – e il tutto lontano da occhi indiscreti, da opinioni pubbliche. Sono i panorami perfetti per l’introduzione (e la sperimentazione) di nuove forme di IA.
Le piccole comunità insulari possono disporre così di servizi di telemedicina che elaborano i tempi di consegna delle medicine, il clima, le disponibilità e le abitudini alimentari, i dati sociali demografici e di assistenza, la struttura delle famiglie, e fornire servizi dedicati da remoto di medicina sia di base che specialistica. Non diversamente per la formazione di studenti attraverso insegnanti virtuali e materiali didattici forniti sulla base di algoritmi che individuano i bisogni precisi della comunità, oppure per il sostegno a coltivazioni locali grazie a semi e speciali concimi predisposti per ovviare a effetti negativi del clima o della conformazione del territorio, e ancora per la connessione con servizi di pubblica amministrazione da cui fino a oggi popolazioni insulari più o meno remote sono state escluse. Con un passo che può essere molto più rapido di quanto si preveda, l’IA può trasformare il conservatorismo e le peculiarità geo-sociali delle collettività del Pacifico offrendo servizi e dischiudendo possibilità finora impensabili.
Ma chi paga? E perché soprattutto nel Pacifico?
L’IA non è un diritto, nemmeno in linea di principio, come l’accesso all’acqua, all’alfabetizzazione o alla connessione alla rete. L’IA è una rivoluzione creata da scienziati visionari, sviluppata da aziende che in quanto tali mirano al profitto, e interpretata dagli Stati che se lo possono permettere, non solo nella dimensione interna ma anche come nuovo strumento di politica estera. L’IA non è, soprattutto nel Pacifico, un regalo, ma un’opportunità per creare partenariati che fanno rima con controllo, accesso a dati, valutazioni dei risultati ottenuti in una geografia unica per caratteristiche al fine di ulteriori ricerche e nuovi prodotti da offrire su scala maggiore in mercati più vasti. Così non sorprende che sia proprio l’offerta europea, meno cinica, più regolata e scrupolosa – a essere in ritardo altrove come nel Pacifico, che più che altrove ha le sembianze di un far west.
Il divario che si apre con le forme fin qui conosciute di cooperazione allo sviluppo e di aiuto da parte di donatori (sempre interessati) va di pari passo con la dipendenza che l’IA crea nei piccoli paesi insulari. Perché un pozzo o un dispensario restano anche dopo il passaggio del donatore, ma un algoritmo e una infrastruttura digitale intelligente sono destinate a istituire un bisogno al quale sarà difficile rinunciare tornando indietro. Negli sconosciuti scenari che si aprono, il passo indietro dall’IA e il post-IA, restano una possibilità aleatoria e misteriosa.
Soprattutto nelle piccole realtà cullate dall’oceano più vasto e sempre più caldo, per interessi geostrategici e per i cambiamenti climatici. In un contesto talmente vulnerabile e bisognoso, la rivoluzione delle possibilità e dei servizi offerti è eccezionale, ma il rischio lo è altrettanto: privi di potere contrattuale con le industrie, in un rapporto di forza impossibile con le potenze, al di fuori dal campo delle conoscenze tecniche indispensabili per esercitare una qualche funzione di controllo, l’intelligenza artificiale tanto dà in maggiore emancipazione e altrettanto prende in minore libertà. Nel XXI secolo, si chiama neocolonialismo. Perfino neo-schiavismo.
Niccolò Rinaldi
“The City” cent’anni dopo. La città oltre il territorio
“La città, dal punto di vista di questo lavoro, è qualcosa più di un semplice insieme di individui e di servizi […] La città è, piuttosto, uno stato della mente, un corpo di costumi e tradizioni, degli atteggiamenti e sentimenti organizzati che permeano tali costumi e si trasmettono attraverso queste tradizioni”. Questa l’introduzione allo storico saggio di sociologia urbana “The City” di Robert E. Park ed Ernest W. Burgess del 1925; un testo fortemente permeato del contesto storico di una Chicago degli anni Venti, ma che in maniera lungimirante e in alcuni casi quasi predittiva, sembra fornire concettualmente strumenti interpretativi di questioni urbane e territoriali moderne.
Nei primi anni del Novecento, infatti, molte città statunitensi – tra cui Chicago – vissero una significativa crescita demografica, creando un contesto sociale altamente eterogeneo, caratterizzato da processi migratori, ascese sociali ma anche marginalizzazione, nuove opportunità e allo stesso tempo disuguaglianze.
Robert E. Park definiva la città come un “laboratorio sociale naturale”, uno spazio in cui gruppi etnici, culturali e sociali interagiscono, intessono relazioni, si scontrano, influenzandosi reciprocamente.
La città, dunque, non è solo uno spazio fisico, ma il risultato di complesse dinamiche, spesso simboliche, che modellano l’ambiente urbano e determinano infine la stratificazione sociale.
Nell’opera citata si riescono a contare più di trenta tematiche, raggruppabili in alcuni macro-temi a creare un filo conduttore, come il comportamento collettivo, la percezione della città come stato mentale, la mobilità urbana, le relazioni sociali, l’impatto tecnologico, l’individuazione di classi sociali, la marginalizzazione e la segregazione urbana; parallelamente, l’importanza dei luoghi, l’organizzazione dello spazio, la teoria dell’ecologia sociale urbana e delle zone concentriche, il rapporto tra urbanizzazione e modernità, che produce, inevitabilmente, disorganizzazione sociale (là dove il “metabolismo urbano” di Burgess non riesca a funzionare appieno).
Muovendo da questa premessa, nelle giornate del 28 e 29 marzo 2025 si è svolta, a Chieti, la conferenza internazionale «The City 1925-2025. Reading The City a hundred years later. The continuing relevance of the Chicago School», promossa dal Dipartimento di Scienze Giuridiche e Sociali dell’Università “G. d’Annunzio”, nella persona del prof. Alfredo Agustoni, e l’Associazione Italiana di Sociologia.
Il 2025 segna, dunque, cento anni dall’uscita di “The City”; un traguardo che offre l’occasione di riflettere sulla lettura, di base sociologica ma concatenata a interpretazioni geografico-territoriali e urbanistiche, del sistema-città e delle sue profonde differenze.
Nell’ambito di 3 sessioni plenarie e 40 interventi distribuiti negli 8 workshops organizzati, la conferenza ha rappresentato una fertile occasione di dibattito e confronto interdisciplinare, registrando la vivace partecipazione di numerosi studiosi, anche internazionali (sociologi, architetti, urbanisti, geografi e storici), a confermare la città come tematica trasversale capace di coinvolgere molteplici ambiti di ricerca.
Gli interventi esposti durante la conferenza hanno sottolineato un naturale collegamento con le tematiche già affrontate nel saggio del 1925, grazie alla conseguente attualizzazione dei concetti chiave della Scuola di Chicago applicati a casi studio dei nostri giorni. In particolare, in corrispondenza dei macro-temi di “The City”, l’attenzione dei lavori è stata posta sulla sostenibilità urbana e ambientale; sul sentimento di appartenenza al luogo, evidenziando anche l’importanza di agire sui giovani, come nel caso del progetto “Peripheral Creativities” attuato a Campanhã (Porto), coinvolgendo i ragazzi in un contesto di sicurezza e libertà, attraverso meccanismi di responsabilizzazione e di ricompensa/sanzione; sull’immagine urbana e sulla contrapposizione tra identità culturale e multiculturalismo, rappresentato chiaramente dal caso del quartiere Usera di Madrid, esempio dinamico per studiare l’interazione tra trasformazioni urbane, migrazioni e convivenza culturale. Sempre centrale il ruolo attivo dello spazio urbano nell’influenzare i comportamenti individuali, fino alla solitudine urbana, spesso determinata da processi di stigmatizzazione/significazione delle aree periferiche, come evidenziato dai processi di “invisibilizzazione” dei migranti nel caso dell’analisi condotta sul campo nella città di Stoccolma.
Dal punto di vista prettamente territoriale, sono stati presentati alcuni lavori basati sulla tematica del consumo di suolo, sulla rappresentazione del territorio come produttore di valore economico, oltre che ambientale, sociale, istituzionale e cognitivo – come nel caso della città di Milano, i cui processi di finanziarizzazione finiscono per frammentare ulteriormente le relazioni sociali – e ancora ricerche relative al ruolo dello sviluppo economico territoriale (il riferimento è ai fenomeni di industrializzazione) nella sua capacità di influenzare le dinamiche sociali e insediative, stimolando processi di urbanizzazione e periurbanizzazione (rapporto società/spazialità urbana) – come rappresentato dal caso studio della città di Taranto nella sua faticosa resilienza, divisa tra forte dispersione urbana e consumo di suolo delle grandi periferie.
Sottolineando l’importanza di condurre una ricerca integrata, basata sia su metodi qualitativi che quantitativi – ancora una volta ispirati dalla metodologia empirica degli studi della Scuola di Chicago – alcuni interessanti interventi hanno provato ad applicare le teorie enunciate in “The City” a casi studio moderni. Nel dettaglio, la teoria del “laboratorio sociale” di Park è stata estesa al mondo digitale attuale, in un’ottica figurata di frammentazione dello spazio urbano; è stato, inoltre, rielaborato il modello delle zone concentriche di Burgess con strumenti GIS per visualizzare fenomeni urbani complessi e la loro evoluzione, portando, in un caso in particolare, anche alla creazione di un’originale piattaforma, “Metrolab” Bruxelles, in cui collaborano geografi e web designers. Infine, un altro lavoro ha rielaborato il concetto di “zona di transizione” di Burgess come spazio di trasformazione nelle città post-industriali, caratterizzato dalla coesistenza di fenomeni di declino e rigenerazione, come evidenziato nei casi di Malmö, Helsingborg e Bromölla in Svezia.
All’interno di una tavola rotonda sulle dinamiche e i progetti delle città dell’Adriatico, è stato presentato un lavoro di profilo geografico (Fuschi, Ferrari, Iacuone, Augello) sull’approccio ecologico al turismo negli spazi urbani, attraverso la descrizione di due contrapposti modelli, quello territoriale diffuso (tipico delle città balneari) e quello polarizzato (tipico delle città d’arte), rappresentati nel primo caso dalla città diffusa litoranea abruzzese (nella sezione costiera settentrionale fino al nodo pescarese) e nel secondo dalla città di Venezia, per poi produrre all’interno degli stessi casi studio, l’applicazione di ulteriori schemi interpretativi derivanti dalle specifiche peculiarità territoriali (ciclo di vita delle località turistiche, nel primo caso, e problema dell’ overtourism nel secondo).
Silvia Iacuone, Laura Augello
La geografia al servizio della comunità: il Centro Interuniversitario dedicato agli Spazi Amministrativi Italiani e Internazionali (OSAII)
Il 16 maggio 2025, presso la sede del Rettorato dell’Università di Napoli “L’Orientale”, si è tenuta la presentazione ufficiale del Centro Interuniversitario OSAII – Osservatorio degli Spazi Amministrativi Italiani e Internazionali.
Il lavoro del Centro è finalizzato all’analisi pluridimensionale delle trasformazioni storico-geografiche del mosaico istituzionale degli spazi amministrativi e della politica del territorio a scala nazionale, europea e internazionale. I principali fini istituzionali possono così riassumersi:
– la creazione di un Osservatorio Territoriale Permanente degli Spazi Politico-Amministrativi Italiani e Internazionali – con funzioni di Centro di documentazione digitalizzato e di studi interdisciplinari – che mira a divenire, nel medio e lungo periodo, un ente di consultazione a sostegno della coesione istituzionale e delle politiche pubbliche. È pertanto evidente l’utilità di OSAII per il decisore pubblico in materia di revisione dei confini politico-amministrativi e di semplificazione delle interazioni fra le diverse circoscrizioni territoriali;
– la creazione di un Atlante multimediale, su base GIS, del mosaico delle partizioni amministrative italiane, dall’Unità d’Italia alla contemporaneità, impostato quindi con un approccio metodologico processuale di lungo periodo;
– la promozione e la realizzazione di ricerche, di iniziative di terza missione e fornitura di servizi a enti pubblici e privati, di formazione dedicata e interdisciplinare sui temi al centro degli interessi costitutivi di OSAII (dall’architettura all’ingegneria istituzionale, dal diritto all’economia politica, dalla geografia alla sociologia, dalla statistica alla storia delle istituzioni).
L’OSAII nasce da lontano, e con questo non ci riferiamo – come ricordato dalla professoressa Floriana Galluccio, ordinaria di geografia all’Università “L’Orientale”, Direttrice di OSAII e promotrice del progetto del Centro del quale ha favorito e curato la nascita - “solo” ai quattro lunghi anni di gestione, ma a tempi in cui la geografia era parte attiva ed ascoltata del dibattito su questioni fondamentali per il Paese. Ci riferiamo, nello specifico, al periodo 1987-1996 del Progetto Finalizzato CNR “Organizzazione e funzionamento della Pubblica Amministrazione”, diretto dal prof. Sabino Cassese, che prevedeva un “sotto-progetto Geografia Amministrativa”, coordinato dai proff. Lucio Gambi e Francesco Merloni. Un’esperienza continuata con “Orizzonti di Cittadinanza”, una collaborazione pluriennale tra diversi atenei italiani e culminata nella pubblicazione del volume Orizzonti di cittadinanza. Per una storia delle circoscrizioni amministrative dell’Italia unita, pubblicato nel 2016 da Rubbettino e curato da Francesco Bonini, Luigi Blanco, Simona Mori e Floriana Galluccio.
Possiamo dire, senza tema di smentita, che l’OSAII suona come un’ottima notizia (almeno) per due motivi. Il primo è che esso rappresenta un promettente esempio di Accademia che rinuncia al campanilismo e all’autoferenzialità e si apre al confronto e alla società civile. Il Centro nasce infatti da una collaborazione lungo lo stivale tra l’Università di Napoli “L’Orientale” (UniOr), la Libera Università Maria Santissima Assunta (LUMSA) di Roma e l’Università di Trento (UniTrento). Dell’Osservatorio fanno parte anche la SVIMEZ- Associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno, e il Centro di ricerca “Guido Dorso” di Avellino. L’obiettivo dell’OSAII è infatti rappresentare un luogo di ricerca, di incontro e di confronti interdisciplinari a livello nazionale e internazionale e resta pertanto aperto all’adesione di enti pubblici e privati.
Il secondo motivo di conforto è che con OSAII la Geografia rialza la testa, tornando da co-protagonista a occuparsi di temi fondamentali per la vita di uno Stato democratico, moderno e civile, in cui l’efficienza della pubblica amministrazione è e deve essere tra i cardini fondamentali di garanzia costituzionale per i cittadini e per il buon andamento complessivo del sistema Paese. E proprio sul ruolo della Geografia, in rappresentanza del SOGEI – Coordinamento dei Sodalizi geografici italiani – il prof. Riccardo Morri, intervenendo nei saluti istituzionali, ha voluto precisare che “possiamo di certo metterci alle spalle eventuali complessi da disciplina ancillare, perché la Geografia è utile e strategica”. Il prof. Morri ha inoltre espresso vivo apprezzamento per la volontà di creare un Atlante delle variazioni di territorio e di popolazione delle circoscrizioni amministrative con un approccio geostorico e processuale e del volere “fare scuola”, che “non significa solo creare nuove leve, ma anche coltivare una retrospettiva culturale”.
Durante i saluti istituzionali, i rappresentanti delle varie Istituzioni partner hanno infatti espresso vivo apprezzamento per l’iniziativa, elogiando il complesso lavoro necessario alla nascita del Centro. Sono intervenuti il prof. Augusto Guarino, Prorettore vicario di UniOr, in rappresentanza del Rettore Roberto Tottoli (impegnato a Shangai per impegni istituzionali), che ha ricordato come l’interesse dell’Ateneo per questi temi risalga all’indomani dell’Unità d’Italia, quando smise le vesti dell’originario Collegio dei Cinesi.
Il Rettore dell’Università di Trento, prof. Flavio Deflorian, intervenuto da remoto, ha sottolineato l’importanza che OSAII riveste per UniTrento, sia per l’approccio interdisciplinare che per la raccolta dei dati, che devono essere alla base di ogni decisione strategica delle amministrazioni locali.
Il professor Francesco Bonini, Rettore della LUMSA, ha affermato come questa giornata di presentazione e il progetto in sé sia un momento non solo istituzionale, ma anche propulsivo perché “le cose belle si fanno insieme”, ricordando che su questo tema veniamo da decenni di “esperienze insabbiate”, mentre OSAII è “un’impresa di respiro lungo e largo”, basata sul lavoro transdisciplinare. Inoltre, il prof. Bonini ha sottolineato la necessità della “attenzione al prodotto” e che, quindi, OSAII non sia solo un forum di discussione con carattere universitario e di concerto con altre istituzioni, ma che al contempo produca strumenti utili per gli enti locali alle varie scale territoriali.
Il prof. Paolo Wulzer, Direttore del Dipartimento di Scienze Umane e Sociali UniOr, ha elogiato OSAII anche per aver fatto da apripista ad altri centri interuniversitari di cui l’Ateno fa parte, sottolineandone la coerenza con la tradizione scientifica del Dipartimento.
Il prof. Adriano Giannola, Presidente Svimez, ha voluto ricordare che l’Istituto che presiede non si occupa unicamente di Mezzogiorno, ma dell’intera Italia, i cui divari socio-territoriali continuano ad avere una ferita aperta nelle disparità istituzionali. Ciò che ci unisce, ricorda Giannola, è una questione che attiene alla sussidiarietà: in Italia c’è una “follia alla quale dobbiamo dare ordine”, per cui è necessario un ragionamento sulla questione amministrativa ed è molto importante che vi sia un “asse diversificato per governare tutti insieme questi temi”.
Ai saluti istituzionali sono seguiti la presentazione del Centro e una Tavola rotonda, moderate dal dott. Luigi Fiorentino, Presidente del Centro “Guido Dorso”.
Floriana Galluccio, aprendo la sezione dedicata alla presentazione del neonato Centro per spiegarne obiettivi e ragioni della sua costituzione, ha letto il caloroso saluto del prof. Gaetano Manfredi, Sindaco di Napoli, ente patrocinatore, nonché Sindaco dell’omonima Città Metropolitana e Presidente dell’ANCI (Associazione Nazionale dei Comuni Italiani), che ha definito il Centro OSAII un luogo ideale di ricerca e studio per il nostro Paese. La direttrice OSAII ha voluto poi ricordare il prof. Pasquale Coppola, che cominciò a sostenere anni addietro con lei l’idea di questo Osservatorio, e la cui nascita deve molto all’impulso dell’attuale Rettore UniOr prof. Tottoli. Floriana Galluccio ha poi voluto argomentare l’importanza del Centro, illustrando e commentando una serie di dati sulla situazione del mosaico delle circoscrizioni politico-amministrative italiane, che si mostra estremamente frammentata e incoerente, nella cui ripartizione amministrativa, fatta a colpi di “riforme calate dall’alto in cui nessuno parte dai dati e dalle realtà degli spazi sociali”, gli aspetti geografici non sono di certo tenuti nella dovuta considerazione.
Nel suo intervento il prof. Luigi Blanco, docente di storia delle istituzioni politiche dell’Università di Trento e vicedirettore di OSAII, ha indicato questa giornata non come un traguardo, ma come un punto di partenza, sottolineando come, in questo ambito, per i giuristi una volta contava solo l’ordine, a prescindere dai numeri, dalle dimensioni e dalle caratteristiche del territorio, mentre oggi, rileva una maggior attenzione alla spazialità e ai cosiddetti border studies.
Noemi Borrelli, ricercatrice UniOr e docente di storia del Vicino Oriente antico, referente del Gruppo Internazionale OSAII, ha ricordato come sarà possibile applicare le ricerche realizzate dall’Osservatorio anche in ambito internazionale, perché alcune questioni quali le dispute di confine o le divisioni degli spazi amministrativi che non rispettano le storie tribali e claniche, sono ancora all’origine di gravi conflittualità in numerosi Paesi dell’Asia e dell’Africa. Pertanto, vi sarà molta collaborazione con gli Stati esteri, che in questa fase iniziale è un auspicio sul quale lavorare, ricordando infine che non ha senso porsi quesiti storici, senza un’adeguata conoscenza del territorio.
Intervenendo alla Tavola rotonda il prof. Sabino Cassese, Giudice emerito della Corte costituzionale, con illuminante chiarezza ha illustrato il rapporto molto stretto che intercorre tra territorio e istituzioni, in funzione di un uso, di una storia o di un ragionamento economico. Inoltre, egli ha ricordato i problemi attuali più dirimenti: l’idea delle macroregioni, le Regioni a statuto speciale, Roma capitale – città- regione – e la distribuzione dei servizi della P.A. in funzione di aree ottimali per affrontare temi quali l’efficienza della Protezione civile, l’eccesso di piccoli Comuni, la distruzione/adeguamento delle dotazioni scolastiche, perché le prestazioni da parte degli enti locali non possono essere determinate senza conoscere il territorio. In conclusione, il prof. Cassese ha esortato a imparare dalle grandi lezioni del passato, citando Lucio Gambi e “la geografia in funzione della storia”, per affrontare le sfide attuali.
A seguire, il prof. Fulvio Cortese, ordinario di diritto costituzionale e pubblico dell’Università di Trento, ha suggerito di utilizzare gli spunti del prof. Cassese come carta di orientamento e ha voluto ricordare che gli spazi amministrativi istituiti nella Costituzione erano fondamentali per formare il cittadino e che, nella concezione liberale, tutti dovevano avere tutto, sia i cittadini residenti nei grandi Comuni che nei piccoli. Tuttavia, la situazione odierna richiede cambiamenti che rispondano alle nuove esigenze della società. Il prof. Cortese ha inoltro voluto porre l’accento sulla importanza della didattica: è fondamentale “dare dei binari alla didattica”, anche in senso interdisciplinare, per riuscire a ragionare per problemi. A OSAII si chiede un supporto anche per creare occasioni formative, per offrire agli studenti un approccio interdisciplinare, affinché i nostri studenti si ricordino che c’è sempre bisogno del concorso di più materie per la risoluzione dei problemi.
La professoressa Maria Luisa Sturani, ordinaria di geografia dell’Università di Torino, ha voluto ricordare cosa apporta a OSAII l’approccio geografico: uno strumento di coesione e convergenza con altri ambiti disciplinari, di una scienza che si costruisce sulla risoluzione dei problemi; una coesione come messa in rete di una molteplicità di esperienze; un patrimonio consolidato che va messo a sistema, creando legami e collegamenti, perché vi è una domanda inesausta sul rapporto tra territorio e pubbliche amministrazioni. La Professoressa Sturani ha formulato l’auspicio che OSAII possa davvero contribuire alla coesione, nel rendere meno ineguale il mondo, contribuendo a un’organizzazione territoriale più consapevole, al contempo, ha ricordato che il dibattito geografico ha già contribuito a ridimensionare il mito della maglia amministrativa ottimale: non vi è una maglia territoriale ottimale degli spazi politico-amministrativi né una maglia inerziale, vi sono invece tensioni reali e continue di cui la geografia si fa interprete.
Ha poi preso la parola il dottor Antonio Ricci, Procuratore Aggiunto della Repubblica presso il Tribunale di Napoli, portando all’attenzione del pubblico numerosi esempi concreti di disorganicità organizzativa del sistema giudiziario italiano, sul fronte territoriale in tema di circoscrizioni giudiziarie, che ovviamente incidono fortemente sui costi e sulla produttività della Giustizia nel Paese. Un caso di pubblica amministrazione che, secondo il dott. Ricci, va affrontato e riformato in modo strutturale, conciliando le esigenze dalla cittadinanza con la necessità dell’efficienza della macchina amministrativa.
In ultimo è intervenuto il prof. Adriano Giannola, che ha chiarito l’esigenza di mettere i numeri dietro i fatti, ricordando che l’economia, tra gli elementi ricordati dal Prof. Cassese, è l’elemento meno affidabile perché il suo compito è quello di rompere un equilibrio, per portare avanti una strategia che si ha in mente (come nel caso della Riforma agraria in Italia). Di rompere schemi precostituiti, secondo Giannola, ce n’è ancora bisogno, perché l’Italia ha enormi problemi strutturali, una produttività stagnante, una crescita che non c’è, mentre invece c’è un corollario di cui l’Europa parla sempre: il problema del Sud. Allora, si chiede Giannola, “cosa ci impedisce di fare un intervento straordinario, rompendo gli schemi preesistenti e favorire lo sviluppo e la crescita, liberando le enormi potenzialità del Sud?”. OSAII, conclude, può essere uno strumento molto utile per supportare tale rottura.
La giornata è proseguita con la prima assemblea dei membri OSAII, che finora hanno espresso la loro volontà di adesione fattiva al Centro Interuniversitario, allorché Floriana Galluccio ha esposto loro il progetto conoscendone i personali interessi o attenzioni ai temi di studio e di ricerca ai quali ci si intende dedicare collettivamente con apporti transdisciplinari.
Lascio la sede del Rettorato dell’Università “L’Orientale” molto confortato dal senso di centralità che la geografia, grazie ad OSAII, torna ad assumere in una questione complessa come quella degli spazi amministrativi, che sembra oggi passare in secondo piano nella politica e nell’Accademia, ma che resta invece molto centrale per lo sviluppo del nostro Paese.
Alberto Corbino
Il Celio ricostruito: il progetto “Rome Transformed” in mostra alla Società Geografica Italiana
Dall’8 al 30 maggio 2025, la sede della Società Geografica Italiana ha ospitato la mostra “Rome Transformed”, un’esposizione che ha raccontato la metamorfosi dell’area sud-orientale di Roma e, in particolare del Celio, attraverso otto secoli di storia, dall’età augustea all’epoca carolingia. L’evento, frutto di un intenso lavoro interdisciplinare, è stato inaugurato nel pomeriggio dell’8 maggio con una visita guidata rivolta a studiosi e appassionati di archeologia e storia urbana.
“Rome Transformed” nasce come progetto finanziato dall’European Research Council (ERC) nell’ambito di Horizon 2020 (https://research.ncl.ac.uk/rometrans/). Avviato nell’ottobre 2019 con il coordinamento del Prof. Ian Haynes (Newcastle University), ha coinvolto ricercatori delle Università di Newcastle e Firenze, della British School at Rome, del CNR, e di istituzioni partner quali la Soprintendenza Speciale di Roma, la Sovrintendenza Capitolina, i Musei Vaticani e l’Azienda Ospedaliera San Giovanni Addolorata. L’obiettivo è comprendere le trasformazioni politiche, militari e religiose del Celio orientale tra I e VIII secolo d.C., un’area che fu, nell’ampio arco temporale considerato, scenario di potere imperiale, fulcro della sicurezza militare e centro di straordinari sviluppi religiosi, culminati con la fondazione della Basilica Lateranense, prima cattedrale della cristianità, e del complesso episcopale Lateranense, sede del vescovo romano.
L’esposizione ha offerto al pubblico non solo testi, mappe e reperti, ma soprattutto “provocazioni”, ovvero visualizzazioni digitali tridimensionali che ricostruiscono – con metodo rigoroso ma aperto alla discussione – il volto mutevole dell’area celimontana.
Oltre agli edifici che si trovano in superficie, qualche metro sotto le strade moderne, sopravvivono estese aree di resti antichi. Grazie a tecniche di fotogrammetria, laser scanning, radar a penetrazione terrestre (GPR) e carotaggi stratigrafici, il team di Rome Transformed ha potuto “vedere” oltre le stratificazioni moderne, integrando dati archeologici, documenti d’archivio e studi topografici. Le ricostruzioni hanno illustrato, ad esempio, il complesso residenziale del Sessorio, con il suo anfiteatro e il circo per le corse dei carri, o i Castra Nova Equitum Singularium voluti da Settimio Severo, che controllavano gli accessi meridionali alla città. Le indagini nell’area del Celio mostrano come il potere politico, la sicurezza militare e la pratica religiosa abbiano trasformato la città e, di conseguenza, abbiano contribuito a riplasmare il mondo occidentale. Il percorso espositivo ha ripercorso queste tre linee tematiche, illustrandone plasticamente gli aspetti salienti:
– potere politico, dalle residenze aristocratiche degli horti di Domizia Lucilla, dove crebbe l’imperatore Marco Aurelio, alle innovazioni architettoniche introdotte dai Severi, quando l’area fu riconvertita per usi militari e residenziali e venne costruito il Palazzo Sessoriano, dove poi visse anche Elena, madre di Costantino;
– sicurezza militare, con il rafforzamento delle difese urbane, dalle caserme delle guardie a cavallo imperiali, create da Settimio Severo per affiancare la Guardia Pretoriana e proteggere l’accesso a Roma, alle Mura Aureliane, che inglobarono strutture preesistenti e trasformarono l’area in un paesaggio fortificato, divenendo il simbolo di un’epoca di crisi e militarizzazione;
– pratica religiosa, dalla varietà di culti praticati sul Celio, dove il pantheon tradizionale romano si apre a nuove figure religiose frutto di contaminazioni culturali con la Tracia e l’Africa, alla fondazione costantiniana della Basilica di Santa Croce in Gerusalemme e alla trasformazione del Laterano in cuore della cristianità, fino allo sviluppo del complesso episcopale lateranense, che raggiunge il suo massimo splendore in età carolingia.
Accanto ai risultati dello studio sullo sviluppo urbano, il percorso espositivo include un approfondimento dedicato alla dimensione territoriale del progetto e alle dinamiche evolutive del paesaggio del Celio orientale, anche queste presentate attraverso “provocazioni” ovvero visualizzazioni digitali tridimensionali concepite come strumenti interpretativi aperti per stimolare la riflessione critica. Partendo dall’assetto paleo-ambientale originario (pre-antropico) si giunge alle prime significative modifiche antropiche di periodo tardo-repubblicano per poi arrivare fino ai consistenti movimenti di terra avvenuti nei primi secoli dell’impero. All’inizio, tramite le curve di livello registrate nelle prime carte trigonometricamente delineate e nei primi catasti geometrici del XIX secolo, è stato ricostruito il modello digitale del terreno relativo al periodo che precede le intense trasformazioni urbanistiche connesse all’edificazione del quartiere Appio Latino (noto come San Giovanni) avviata dal Piano Regolatore del 1908. Successivamente, il modello è stato interpolato prima con i dati relativi agli strati non antropici più recenti registrati nei sondaggi eseguiti da studi tecnici e laboratori specializzati nel campo delle indagini geognostiche, ottenendo la morfologia originaria del territorio, poi con i dati provenienti dagli scavi archeologici e dalle indagini non distruttive, ottenendo altri tre modelli digitali del terreno corrispondenti alle fasi costruttive di periodo primo-imperiale (I-II sec. d.C.), severiano (fine II-inizio III sec. d.C.) e costantiniano (inizio IV sec. d.C.) (Figura 1).
L’aspetto più innovativo della mostra è stata la capacità di unire rigore scientifico e narrazione visiva. Le “provocazioni” digitali, concepite non come ricostruzioni definitive ma come strumenti di dialogo, hanno stimolato il confronto tra specialisti e visitatori, in pieno accordo con i principi della London Charter per la visualizzazione del patrimonio culturale.
Il progetto Rome Transformed rappresenta dunque un modello di come la tecnologia possa essere messa al servizio della ricerca storica e archeologica, restituendo al pubblico una visione dinamica e stratificata di Roma. Nuovi scavi, o nuovi studi di vecchi scavi, cambieranno l’attuale ipotesi ricostruttiva, arricchendola o in alcuni casi smentendola, in un processo di continua revisione critica che è parte integrante del metodo scientifico. È proprio questa apertura al cambiamento, unita alla trasparenza delle fonti e alla tracciabilità delle interpretazioni digitali, che rende il progetto un esempio virtuoso di ricerca interdisciplinare. La mostra non si limita a presentarne i risultati, ma espone il percorso tramite cui i ricercatori sono giunti all’interpretazione finale, rendendo evidente come ogni ricostruzione sia il frutto di scelte basate sui dati disponibili. In questo senso, Rome Transformed non solo valorizza il patrimonio materiale, ma promuove anche una cultura della complessità e del dubbio, stimolando nel visitatore una partecipazione attiva e consapevole al discorso storico.
La mostra, che potrà continuare ad essere visitata grazie ad un tour virtuale (https://observo360.com/rometransformed), ha dimostrato come l’integrazione di archeologia, scienze ambientali, geografia e tecnologie digitali possa rivoluzionare la comprensione del passato costituendo una risorsa strategica per la rilettura critica del tessuto urbano antico. La cartografia storica dialoga con i modelli digitali del terreno, l’archeologia si intreccia con le ricostruzioni tridimensionali e le simulazioni paleoambientali, restituendo un’immagine viva e dinamica dell’evoluzione del paesaggio urbano e creando un racconto coinvolgente che offre una rappresentazione multi-scalare e stratificata delle trasformazioni di Roma e dei suoi dintorni attraverso i secoli. Roma, città di memorie stratificate, palinsesto per eccellenza della memoria storica, trova in progetti come questo, caratterizzato da una profonda convergenza tra interpretazione e riflessione critica, una nuova voce capace di connettere i secoli, restituire la complessità e dinamicità dei processi storici e suggerire, ancora una volta, che la storia è un cantiere aperto.
Giovanna Liberotti