https://doi.org/10.36253/bsgi-7635

Recensioni

Contents

Giuseppe Rocca, L’Università di Pavia e il sapere geografico, Milano, Cisalpino, 2021, 391 pp., ill.

André Vauchez, Sulle orme del sacro. I santuari dell’Europa occidentale. IV-XVI secolo, Roma-Bari, Laterza, 2023, 312 pp.

Rosalba Belmonte, Senza Stato. Il fallimento del progetto nazionale palestinese, Sesto San Giovanni, Meltemi, 2024, 162 pp.

Giovanni Capecchi (a cura di), Atlante Pinocchio. La diffusione del romanzo di Carlo Collodi nel mondo, Roma, Treccani, 2024, 662 pp., ill.

Elena dell’Agnese, Geografia politica critica, Milano, Edizioni Angelo Guerini e Associati, 2024, 280 pp.

Angelo Turco, Mediologia della territorialità, Milano, Unicopli, 2025, 260 pp.

Giuseppe Rocca, L’Università di Pavia e il sapere geografico, Milano, Cisalpino, 2021, 391 pp., ill.

Un lavoro, quello dedicato da Giuseppe Rocca alla ricostruzione della storia del sapere geografico all’Università di Pavia, da incutere perfino soggezione, tale e tanta la mole di pensiero, di opere, di avvenimenti e di personaggi esaminati con una cura e una capacità di approfondimento, per così dire, d’altri tempi.

Su richiesta del Centro per la Storia dell’Università di Pavia, promotore e coordinatore dello studio sistematico dell’Ateneo pavese dalle origini a oggi, Rocca analizza fatti, pensiero e pratiche scientifiche legati al sapere geografico dalla fine del XIX secolo agli anni ’80 del XX. Grazie all’accurato esame delle fonti d’archivio e alla attenta rilettura della produzione scientifica dei suoi docenti, Pavia emerge come uno dei principali centri di crescita crono-spaziale della geografia in Italia, di cui furono principali protagonisti Vittore Bellio, Mario Baratta, Bruno Castiglioni, Mario Ortolani, Roberto Pracchi e Aldo Pecora. Accanto alle figure dei docenti ufficiali viene pure sottolineata la formazione di allievi come Gabriele Grasso e Alberto Magnaghi, autorevoli studiosi nei campi della geografia storica e della storia della cartografia. Da sottolineare poi che l’Istituto di Geografia, costituitosi per iniziativa di Mario Ortolani in sostituzione del vecchio Gabinetto di Geografia, fu la sede dove svolsero importanti esperienze di ricerca Aldo Pecora, Piero Dagradi, Giampiero Cotti Cometti, Pier Luigi Beretta.

Il dettaglio dell’analisi condotta con tenacia e determinazione è decisamente alto, quasi sorprendente. I nove capitoli, distribuiti in quattro parti, ripartiscono il testo in ben cinquanta sottocapitoli, e sono completati da una ricca appendice fotografica, in cui vengono mostrati una serie di documenti d’archivio, buona parte dei quali difficilmente reperibili. In totale, ne risultano quasi 400 pagine, dense e ampiamente corredate di voci bibliografiche.

La costanza dell’autore è ripagata dalla soddisfazione di avere riportato alla luce e messo in evidenza una quantità di notizie e considerazioni sui geografi e sulle ‘geografie’ dell’ateneo pavese, configurabili in più casi come contributi a sé stanti. In particolare, si segnalano le pagine dedicate alla storia della prima cattedra stabile di Geografia, istituita nel 1862-63, poco dopo l’entrata in vigore della Legge Casati (1859). Le figure di Antonio Stoppani e di Eugenio Balbi vengono delineate con dovizia di particolari, seguite da quelle di Mario Baratta e Plinio Fraccaro, che favorirono lo sviluppo delle indagini di geografia storica e di storia della geografia. Ma sarà soprattutto la significativa presenza di Bruno Castiglioni a imprimere un’immagine di marca che getterà il seme di una Scuola di geografia “pavese” di orientamento umanistico. Ma soltanto con Ortolani e Pecora la Scuola assumerà precisi connotati.

Con Ortolani la disciplina geografica amplierà il proprio raggio d’azione fino a livello internazionale, e gli studi di geografia umana – in particolare quelli sulle sedi – si moltiplicheranno. È proprio nell’ambito della fervida attività del magistero di Ortolani che si formeranno Aldo Pecora e Piero Dagradi, cultori di geografia umana a tutto campo, oltre ad allievi di formazione geopolitica come Giampiero Cotti Cometti e Pier Luigi Beretta.

A seguito del trasferimento a Bologna di Ortolani, presto seguito da quello di Dagradi, alla fine degli anni ’70 la cattedra di geografia pavese fu coperta – in un periodo di “forte tensione culturale” come sottolinea l’autore – da Roberto Pracchi, che svolse un ruolo di primo piano nell’ambito degli accesi dibattiti sui nuovi indirizzi del pensiero e del metodo geografici, caratteristici degli anni della protesta studentesca, segnati anche da rilevanti inquietudini ideologiche.

Al passaggio fuori ruolo di Pracchi seguì la presa di servizio di Pecora, trasferitosi da Torino. Il trasferimento di Pecora a Pavia è ricordato da Elio Manzi, che di Pecora commenta con poche ma efficaci parole le ultime ricerche e le potenzialità del suo insegnamento, arrestate da una morte immatura. Alla attività di docente viene dedicata una disamina dettagliata, fino all’esposizione degli argomenti di lezione e dei seminari svolti con assiduità. Un’analisi e un ricordo dettagliato di Pecora, “geografo civile”, sono tuttavia affidati alle parole di Franco Farinelli.

L’ultima parte del volume è riservata al sapere geografico nelle Facoltà di Scienze politiche e di Economia, il cui ciclo di vita risulta alla fine degli anni ’80 ormai concluso.

Giunti anche noi alla fine della lettura/recensione di questo ponderoso volume, non possiamo che complimentarci con il suo autore, per la costanza, l’impegno e la fatica, non solo intellettuale ma anche fisica, richiesti dalla conduzione di un’analisi così attenta e dettagliata.

Laura Cassi

André Vauchez, Sulle orme del sacro. I santuari dell’Europa occidentale. IV-XVI secolo, Roma-Bari, Laterza, 2023, 312 pp.

Questo non è un libro di storia. O meglio, non è solo un libro di storia. Affondando le sue radici nella prospettiva storica di longue durée e nella stretta connessione interdisciplinare – tipica della scuola francese – tra storia e geografia, questo volume di André Vauchez indaga il periodo tra il IV e il XVI secolo dell’Europa occidentale mettendo al centro della riflessione i santuari. Il grande medievista francese, infatti, porta il lettore a leggere il periodo medievale europeo, giungendo fino ai primordi della modernità, in una prospettiva peculiare e di enorme interesse, con rilevanti riflessi di carattere geografico.

Fin dall’incipit del libro, infatti, l’attenzione viene posta alla spazialità dei santuari, intesa almeno in una duplice scala: da una parte quella locale, propria dei luoghi di culto che, osservando la traiettoria storica di lungo corso, hanno assunto le caratteristiche di veri e propri agenti territoriali, capaci cioè di plasmare la realtà a loro circostante per via del potere che gli stessi luoghi trasmettevano (fonti d’acqua, fiumi, luoghi ritenuti magici, etc.) e dell’azione antropica intrapresa in funzione proprio dei luoghi di culto. Dall’altra parte essi configurano, anche per queste ragioni, una più ampia e originalissima geografia continentale, di matrice culturale e religiosa che, affondando le sue radici nella storia pre-cristiana, dall’ufficializzazione del cristianesimo nel contesto romano grazie al decreto costantiniano del IV secolo in poi, ha visto delinearsi una mappa identitaria europea solidissima e radicata nello spirito religioso del tempo.

I santuari definiscono pertanto una “nuova geografia del sacro, all’intersezione tra il locale e l’universale, avente come asse l’Europa nord-occidentale e poche altre regioni privilegiate” (pp. 150-151). Nell’analisi di Vauchez, questa geografia si impernia soprattutto sul territorio italiano e francese, vere culle del culto legato ai santuari. Il libro si snoda dunque su tre prevalenti livelli di riflessione.

Anzitutto, l’autore chiarisce cosa siano i santuari: luoghi che esprimono una loro intrinseca sacralità per la presenza di reliquie di santi (questi sono detti santuari ad corpus), di oggetti sacri, immagini miracolose, per l’influenza a cui rimandano ma anche perché riproducono i luoghi sacri della Bibbia, i punti di riferimento assoluti della cristianità. È questo l’esempio di Santa Croce in Gerusalemme a Roma, che replica il Santo Sepolcro, o di Mont-Saint-Michel, che recupera il culto di San Michele Arcangelo e la sua grotta nel Gargano dalla quale si sviluppò il suo culto.

Ma quella dei santuari è altresì una geografia della certezza esistenziale: contrariamente alla spazialità indefinita e incerta dell’epoca moderna, quella medievale è infatti definita da luoghi duraturi nel tempo, la cui stabilità è data proprio dalla loro sacralità. Riprendendo le parole di Alphonse Dupront, i santuari sono a questo proposito “luoghi sacrali, vivi, persistenti, memoriali (…), scelte di fedeltà multisecolare, di perseveranza, a volte di vera e propria ostinazione nel voler resistere… essi sono luoghi eminentemente stabili. La stabilità è forza sacra”. E infatti essa “e la sua monumentalizzazione facevano sì che la memoria delle origini vi rimanesse viva” (pp. 8-9).

Qui si dipana il secondo livello dell’analisi di Vauchez, che è eminentemente geografico, facendo emergere tutto il carattere della scuola degli storici francesi, capaci più di altri di dialogare apertamente con la geografia e di rendere così la loro prospettiva di lungo periodo assai più profonda, contestualizzata e comprensibile per specialisti e anche per il grande pubblico. Sulla scorta dell’esempio della felice tradizione degli Annales, degli esempi di Fernand Braudel, Lucien Febvre, Marc Bloch e più di recente di Pierre Toubert – che con il suo libro sulla civiltà europea legata all’incastellamento (Dalla terra ai castelli. Paesaggio, agricoltura e poteri nell’Italia medievale), ha segnato un rilevante punto di riferimento della storia spazializzata mediante l’analisi di un oggetto specifico di studio – Vauchez ha qui saputo rendere appieno l’interrelazione tra storia e geografia. Sia perché si sofferma sulla definizione di territorio, ragionando sull’azione propria dei santuari e attorno a loro, che delineano confini e una geografia del sacro che sanciva un dentro e un fuori simbolico (la stessa parola confinium designa del resto sia il limite sia la vicinanza, separazione e comunicazione, p. 153), sia perché più ampiamente contribuisce a tratteggiare una vera e propria storia della civiltà europea incardinata sul fuoco del discorso: i santuari.

Il libro in tal senso dà conto di una piena legittimazione della spazialità che nel contesto italiano fatica ancora ad affermarsi: l’uso di carte geografiche è ricorrente e arricchisce enormemente il testo, poiché diviene un supporto visuale non di mera appendice iconografica, ma strumento analitico vero e proprio, risultato di un’accorta attenzione per la nostra disciplina e per ciò che essa comporta. Non solo: Vauchez considera anche la rilevanza delle carte geografiche come fonte storica. In particolare, si sofferma sui portolani, dove “le menzioni dei santuari sono numerose e diverse centinaia di siti risultano dedicati – o comunque ne ospitano un’immagine al loro interno – a intercessori invocati anche nelle litanie” (p. 172).

Il terzo livello che emerge, forse in maniera meno lampante rispetto agli altri due ma ugualmente potente, è quello dell’identità europea incardinata sulla geografia del sacro su cui ruota l’analisi del francese. Concetto oggetto di attenzioni di storici, antropologi, sociologi e non solo, il tema identitario è stato certamente molto dibattuto, anche in senso critico, ma qui pare affiorare in maniera decisamente naturale e nient’affatto forzata. Sebbene nemmeno si conosca la reale intenzione dell’autore in questo senso, bisogna rilevare che il tema si afferma di suo. Se infatti i santuari, come ammette lo stesso storico nell’ultimo capitolo, non necessariamente sono immutabili nel tempo, ma possono essere soggetti a distruzione, a riconversione per volontà ecclesiastica o dei nemici della stessa Chiesa, essi esprimono una loro forza intrinseca che permane ancora oggi e che ha dunque una sua piena cogenza. I santuari in tal senso sono ancora luoghi di riferimento, della cristianità e dei pellegrinaggi cristiani, che tracciano una comune geografia cristiana europea, che è tutt’altro che scomparsa e che, a ben vedere, risulta assai più potente rispetto alle stesse logiche comunitarie che dovrebbero permeare l’odierno assetto istituzionale europeo.

Il raffronto con la realtà attuale diventa a questo proposito piuttosto impietoso. Se abbiamo infatti un contesto, quello medievale, teoricamente frammentato al suo interno dal punto di vista politico e non unitario, dominato da credenze che agli occhi dei moderni definivano un quadro incerto perché non fondato sul reale o sulla scienza moderna, in realtà ciò che sembra affermarsi nel libro è un quadro sia più unitario sia più certo di quello dei nostri giorni. Anche se non stabilito secondo norme comuni o sulla base di trattati istituzionalizzati che dominano gli assetti attuali dell’Unione Europea, quel contesto appare infatti – almeno dalla lettura di questo libro – più coeso di quello odierno europeo. Tanto che, per paradosso, i tentativi di recuperarne i frammenti identitari, gli itinerari culturali e religiosi per valorizzarli, sembrano corrispondere alla ricerca di una comune identità europea, che ancora manca tra i centri di governo che hanno in Bruxelles il loro punto di riferimento.

Il momento di declino di questa geografia sacra e “certa” medievale è indicato dall’autore nella prima età moderna: “i secoli XVI e XVII hanno segnato una svolta importante nella storia dei santuari cristiani. Con il successo delle idee umaniste e della Riforma protestante, il culto dei santi fu considerato, in buona parte dell’Europa occidentale, come un insieme di pratiche superstiziose” (p. 277). Sebbene a questo decadimento della geografia dei santuari e della loro potenza mistica e unificante abbiano contribuito non solo le forze protestanti, iconoclastiche e i subbugli culturali dettati dall’umanesimo e dal rinascimento, ma anche la stessa Chiesa, che ha operato una sorta di riconsiderazione del culto legato a questi luoghi sacri, ancora oggi “la dualità degli spazi in cui le persone venivano a sollecitare l’intervento di forze soprannaturali per sé e per i propri cari si è mantenuta fino ad oggi (…): inseriti in un paesaggio spesso costruito intorno a loro, o in relazione a loro, essi hanno contribuito a identità territoriali ben definite e a introiettare il sentimento di appartenenza ad uno spazio comune, quello della cristianità, dove il locale ha incontrato l’universale” (pp. 280-281).

Ecco perché essi si pongono all’origine della coscienza europea e, potremmo aggiungere, di una “geografia della certezza” di stampo medievale che si pone in netta contrapposizione a quella incerta moderna e che, anche nella sua dimensione spaziale, oltre che storica, va conosciuta e indagata nelle sue origini e nei suoi riflessi odierni.

Alessandro Ricci

Rosalba Belmonte, Senza Stato. Il fallimento del progetto nazionale palestinese, Sesto San Giovanni, Meltemi, 2024, 162 pp.

Con Senza Stato Rosalba Belmonte ambisce a ricostruire le cause del fallimento del progetto nazionale palestinese compiendo un’analisi storico-ricostruttiva e allo stesso tempo socio-politologica delle trasformazioni istituzionali, politiche e giuridiche che hanno interessato la Cisgiordania nell’arco dell’ultimo trentennio. Un lavoro di ricerca che l’autrice porta a termine estraendo dalle istituzioni pubbliche e dai centri di ricerca con cui entra in contatto tra il 2017 e il 2018 dati, analisi, e testimonianze di osservatori privilegiati, di organizzazioni non governative, del mondo accademico e dell’attivismo politico. Il contributo più originale, tuttavia, si configura da subito la serie di interviste attraverso la quale Belmonte restituisce efficacemente la prospettiva della società civile palestinese che, durante il suo periodo di ricerca, interroga al fine precipuo di sondare la fiducia ancora riposta nella soluzione dei “due Stati”, nella costruzione di un soggetto politico indipendente e nell’Autorità Nazionale Palestinese, sulla cui testa, come sostiene, ricade una parte considerevole delle colpe del fallimento politico e socio-economico di quella che in seconda di copertina viene definita come l’ultima questione coloniale che non si è risolta con la nascita di uno Stato.

Sono passati d’altronde quasi vent’anni da quando, nel 2007, con lo scioglimento del fragile governo di unità nazionale guidato da Fatah e Hamas, il processo di costruzione dello Stato palestinese è in stallo, il Consiglio Legislativo è inattivo e la sua funzione viene esercitata ad interim dal Presidente Mahmūd Abbās (nonostante il suo mandato sia formalmente scaduto il 15 gennaio 2009). Da allora, in virtù di un perdurante stato d’emergenza, in Cisgiordania governa la stessa classe dirigente che l’87% dei palestinesi – secondo i sondaggi condotti nel 2023 dall’autorevole istituto demoscopico di Ramallah, il Palestinian Center for Policy and Survey Research – considera ormai un’istituzione corrotta, autoritaria e patrimonializzata, imbelle e collaborazionista, inadeguata, in breve, a rappresentare la volontà del popolo (p. 38). Meno di due anni fa il 68% degli intervistati dal PCPSR definiva l’ANP un peso, mentre quasi la metà lamentava l’impossibilità di criticare apertamente il suo operato (pp. 68-69). Dati impietosi se si tiene conto che tra il 1993 e il 2021 (dati OCSE) il suo intero apparato burocratico è stato tenuto in piedi da oltre 45 miliardi di dollari in aiuti internazionali (p. 118).

Se da una parte questo supporto finanziario ha indubbiamente arginato un drastico peggioramento delle condizioni di vita della popolazione, mitigando anche le conseguenze sociali dell’occupazione perpetrata da Israele (il quale, secondo le fonti riportate dalla Belmonte, prima dello scoppio dell’ultimo conflitto deteneva il controllo diretto di circa l’86% delle riserve naturali, il 91% delle foreste, il 48% dei pozzi e il 37% delle sorgenti della Cisgiordania), dall’altra – ed è questo il nodo della questione – ha acuito i mali della dipendenza economica e della corruzione delle istituzioni, togliendo dunque vigore al progetto nazionale palestinese.

Ad incidere negativamente, in modo particolare, sembrerebbe il fatto che circa il 45% di queste risorse sono state impiegate a lungo nel pagamento dei salari di una minoritaria (seppur consistente) percentuale di palestinesi che lavora nella pubblica amministrazione e che in definitiva, come si sostiene nel libro, sono servite più a corroborare il consenso intorno all’Autorità Nazionale Palestinese che a superare l’impasse politico. Questo è quello che suggerirebbe anche il confronto tra il dato relativo alla percentuale di impiegati statali sull’intera popolazione (che alla fine del 2023 in Cisgiordania si attestava introno al 28%), e quello dei palestinesi che nei sondaggi sopra menzionati si dichiaravano soddisfatti dell’operato dell’ANP. A trarre vantaggio dall’attuale status quo sarebbe stata pertanto quella che l’autrice definisce una “élite interna” che con la nascita di uno Stato palestinese avrebbe perso i privilegi acquisiti negli ultimi trent’anni e che, per tale ragione, dovrebbe essere considerata come una causa intrinseca del suo fallimento.

È bene ricordare, tuttavia, che grandi responsabilità ricadono anche sulle politiche avallate da Israele a discapito di quanto da questi promosso tra Oslo e Camp David. Lo Stato ebraico ha continuato infatti a sponsorizzare l’attività coloniale in Palestina anche dopo la firma della Dichiarazione di principi per la pace e l’autodeterminazione, fino a trasformare le tre famose aree d’influenza partorite nel 1993 in quella che Ilan Pappé ha definito una geografia del disastro (Pappé, 2022, p. 320): una costellazione di piccole enclave separate tra loro e controllate militarmente dall’esercito israeliano, all’interno delle quali la popolazione palestinese è stata progressivamente spogliata dei diritti civili fondamentali. Un processo che nel 2007, alla vigilia dello scioglimento parlamentare cui prima si faceva riferimento, aveva fatto sì che oltre il 40% della Cisgiordania si trovasse già sotto il dominio diretto di Israele; un dominio che è andato consolidatosi negli anni a venire mediante l’installazione di barriere fisiche, basi militari e checkpoints sparsi su tutto il territorio occupato, che insieme hanno frammentato la Cisgiordania a tal punto che nel marzo del 2024 (sempre secondo uno studio condotto dal PCPSR) il 61% dei palestinesi considerava ormai del tutto irrealistica l’idea di uno Stato indipendente.

Più plausibile (ma non meno complesso), per tale ragione, parrebbe insistere oggi sulla costruzione di uno Stato unico binazionale esteso dal Mediterraneo alla sponda occidentale del Giordano. La sfida in questo caso sarebbe quella di trovare un percorso politico in grado di trasformare l’attuale contesto di rivalità etnica e religiosa in un assetto politico-istituzionale capace di preservare le identità di entrambi i gruppi ma, allo stesso tempo, in grado di garantire una convivenza pacifica – come a loro tempo auspicavano Hannah Arendt (1993) e Martin Buber (2008). Un’opzione tutt’altro che scontata in quanto Israele non sembra affatto disposto a rinunciare alla sua connotazione di Stato religioso, come dimostrerebbe d’altro canto l’approvazione, avvenuta il 19 luglio 2018, della legge che ha definito lo Stato d’Israele come “la casa nazionale del popolo ebraico” ed ha sancito che “l’esercizio del diritto all’autodeterminazione nazionale è esclusivamente del popolo ebraico”.

La presa che d’altra parte hanno avuto e continuano ad avere i partiti islamisti come Hamas e la Jihad islamica in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza (che considerano l’Islam un sistema che deve abbracciare sia la religione che lo Stato e comprendere tutti gli aspetti economici, politici e sociali della quotidianità, così come che una guerra di liberazione nazionale rappresenta un passo necessario per la creazione di una Palestina islamica), concorre ad ostacolare la creazione di uno Stato unico israelo-palestinese.

Ad inficiare, da ultimo, contribuiscono gli interessi geopolitici dell’Unione europea e degli Stati Uniti, che dal 1947 supportano economicamente e politicamente l’egemonia israeliana nel Medio Oriente. Un sostegno indefesso, concretizzatosi in oltre 300 miliardi di dollari in aiuti militari solo da parte americana (cifre che John Hoffman riporta in Israel Is a Strategic Liability for the United States), che non ha vacillato neppure alla luce della più recente tragedia che ha investito la Striscia di Gaza e con essa milioni di suoi cittadini, e che ora, con la rielezione alla Casa Bianca del “più grande amico che Israele abbia mai avuto” rischia di infliggere un colpo esiziale alle aspirazioni nazionali palestinesi.

Damiano Canella

Giovanni Capecchi (a cura di), Atlante Pinocchio. La diffusione del romanzo di Carlo Collodi nel mondo, Roma, Treccani, 2024, 662 pp., ill.

Noi geografi e geografe siamo ormai abituati all’uso disinvolto del sostantivo “atlante”. Anziché essere impiegato per indicare – come prescrive un uso corretto del termine – una raccolta sistematica di carte, l’editoria propone sempre più spesso sotto tale nome volumi solitamente di pregio, dal grande formato, dalle numerose illustrazioni accompagnate da ampie didascalie e dal contenuto perlopiù divulgativo, dove l’apparato cartografico è sovente ridotto al minimo, se non addirittura assente. L’Atlante Pinocchio – appena edito da Treccani a cura di Giovanni Capecchi, docente di letteratura italiana presso l’Università per Stranieri di Perugia – non corrisponde però a nessuno di questi due tipi di prodotti editoriali. Se da una parte, infatti, non si può definire un vero e proprio atlante, essendo totalmente privo di carte, dall’altra si discosta anche dalle altre pubblicazioni così denominate in quanto si tratta di un’edizione né di lusso, né di grande formato, né riccamente illustrata, né, tantomeno, di ampia divulgazione. Presenta tuttavia un contenuto che può essere di grande interesse anche per la nostra disciplina, tanto che merita di essere segnalato in questa sede.

Pubblicata in un lustro di notevole riscoperta dell’opera collodiana in Italia e all’estero – complice anche la fortunata coincidenza degli anniversari del 140° dalla prima edizione in volume delle Avventure di Pinocchio (1883) e del 200° dalla nascita di Carlo Collodi (1826) – la curatela raccoglie 96 contributi di 140 autori e autrici di ogni parte del mondo, ognuno dei quali si sofferma sulla fortuna del Pinocchio nel Paese o nella regione nella cui lingua il celebre romanzo per l’infanzia è stato tradotto. Perlopiù impostati secondo uno stesso schema – inquadramento dell’area geografica di riferimento; eventuali diverse traduzioni o edizioni del romanzo; aspetti meritevoli di particolare attenzione (nomi dei personaggi, toponimi, modi di dire, riferimenti culturali ecc.); altre forme di diffusione (cinema, teatro, fumetti, giocattoli ecc.) – i diversi contributi hanno richiesto un’attenta e scrupolosa azione di coordinamento da parte di Capecchi, sia per la diversa formazione dei diversi autori e autrici (letteraria, filologica, sociologica, antropologica ecc.), sia per la spiccata originalità delle culture di cui le traduzioni e/o gli adattamenti sono espressione. Il volume non si limita peraltro ai principali idiomi parlati nel mondo quali l’inglese, il francese, lo spagnolo, il cinese ecc. ma spazia dal macedone al tibetano, dall’albanese all’arbereshe, dal basco al curdo, dal taiwanese all’hongkonghese, dal ladino al latino, all’esperanto.

Grazie alla collaborazione non solo delle reti universitarie ma anche diplomatico-consolare e degli Istituti Italiani di Cultura all’estero, il curatore ha saputo infatti contattare un numero veramente straordinario di studiosi e studiose del mondo intero, tanto che alla fine ne è uscito un tomo di quasi settecento pagine che sarebbero almeno raddoppiate se l’editore non avesse utilizzato un carattere alquanto piccolo che purtroppo ne rende difficoltosa la lettura. Impostato su un’introduzione dello stesso Capecchi e su quattro parti – ognuna delle quali intitolata a una diversa parte del mondo: circa 345 pagine dedicate all’Europa; 60 all’Africa e al Medio Oriente; 115 alle Americhe e all’Oceania; 130 all’Asia – il testo è corredato altresì di sei sedicesimi a colori. In ognuno di essi sono riprodotte illustrazioni tratte dalle principali edizioni delle quattro diverse parti del mondo di cui al testo e dagli adattamenti artistici (grafici e plastici) e cinematografici (da Comencini a Benigni) di cui il Pinocchio è stato fatto oggetto fin dall’inizio. Non sfugge infatti né al curatore né ai diversi autori e autrici del volume che molto spesso il personaggio viene conosciuto dal pubblico non soltanto tramite la lettura, sebbene in traduzione, del romanzo (la prima risale al 1892, in inglese), ma attraverso i suoi numerosi adattamenti o rifacimenti letterari, le diverse versioni televisive e cinematografiche (in primis quella di Walt Disney del 1940) o persino il parco a tema realizzato a Collodi nel 1956, che risultano talvolta più e talaltra meno fedeli al testo originario, ma che concorrono tutti a fare di Pinocchio il burattino più famoso del mondo. Talvolta, sostiene Capecchi, questo ha peraltro “segnato […] l’allontanamento di Pinocchio personaggio dal suo autore, dal Paese (l’Italia) in cui la storia è nata e dalla versione originale e integrale del romanzo”, sicché l’Atlante ha anche l’obiettivo di “ricordare che il libro, capace di appartenere al mondo, è nato in Italia ed è un romanzo in 36 capitoli scritto da Carlo Lorenzini-Collodi” (p. XXV).

Si tratta pertanto di un “atlante” che, benché sui generis, presenta comunque uno spiccato interesse per la nostra disciplina per essere stato capace, almeno in parte, di abbandonare quell’approccio tipico della geografia letteraria, più caro ai letterati e alle letterate, a vantaggio di quello peculiare della geografia della letteratura, più caro invece ai geografi e alle geografe. Infatti, se la geografia letteraria può essere definita quel ramo del sapere che si interessa delle analisi delle rappresentazioni spaziali all’interno di un testo – risultando quindi molto vicino alla scienza geografica, pur rimanendo ancora perlopiù una branca degli studi letterari – la geografia della letteratura può invece a ragione essere considerata appieno una branca della geografia, interessandosi non soltanto dell’analisi dei testi, ma anche e soprattutto della comprensione dei rapporti tra le opere letterarie e i contesti territoriali che le hanno prodotte o dove si sono diffuse. Contesti di ordine sociale, culturale, religioso, politico, economico ecc., tutti presenti sia nelle intenzioni del curatore sia nei lavori degli autori e delle autrici dei diversi contributi dell’Atlante Pinocchio. Continua infatti a questo riguardo Capecchi: “Pinocchio viene adottato in ogni parte del mondo e il suo inserimento nei diversi contesti viene spesso ‘aiutato’ dai traduttori e dagli illustratori” (p. XXV).

Nonostante il curatore auspichi che il suo lavoro possa concorrere a rilanciare studi e ricerche sull’argomento, è tuttavia indubbio che un’opera dalle dimensioni e dalla qualità pari a questa sarà difficilmente eguagliata almeno in tempi brevi. L’originalità dell’approccio scientifico seguito, l’ampiezza di vedute che ha raggiunto veramente ogni possibile angolo del globo, il rigore metodologico del curatore e dei diversi autori e autrici e l’indiscutibile prestigio internazionale dell’editore fanno dell’Atlante Pinocchio un volume che merita di essere almeno consultato non solo dagli italianisti e dalle italianiste, ma anche dai geografi e dalle geografe, non soltanto italiani.

Lorenzo Bagnoli

Elena dell’Agnese, Geografia politica critica, Milano, Edizioni Angelo Guerini e Associati, 2024, 280 pp.

Il volume Geografia politica critica di Elena dell’Agnese, edito nel 2024, si configura come un testo profondamente rinnovato e radicalmente ripensato rispetto alla sua prima edizione. Non si tratta infatti di un mero aggiornamento bibliografico o di un ampliamento tematico, bensì di una riscrittura sostanziale e rigorosa dell’intera disciplina della geografia politica, che si avvale di un paradigma epistemologico complesso e articolato, fondato su un robusto impianto decoloniale, femminista, queer ed ecocritico. Questo approccio multidimensionale permette di affrontare le trasformazioni spaziali contemporanee non solo come fenomeni geografici, ma come intrecci di potere, cultura, identità e natura, offrendo strumenti concettuali innovativi per comprendere la complessità del mondo globale.

Dell’Agnese procede a ricostruire la genesi e le trasformazioni della geografia quale strumento centrale per la costituzione e il mantenimento di sistemi di potere, tracciando un percorso critico che evidenzia come la disciplina abbia superato il ruolo di mera rappresentazione dello spazio per configurarsi quale pratica attiva e produttiva di realtà geopolitiche. L’Autrice offre una lettura accurata e aggiornata della Critical Geopolitics, mostrandone il progressivo consolidamento quale riferimento imprescindibile per l’analisi delle interconnessioni tra spazio, potere e società. La sua riflessione travalica la semplice storia disciplinare, estendendo il campo di indagine con l’introduzione di nuovi approcci teorici e metodologici che permettono di abbracciare la complessità e la pluralità delle dinamiche contemporanee. In particolare, vengono valorizzati strumenti interpretativi capaci di cogliere la fluidità e l’ibridazione degli spazi nel contesto della globalizzazione, insieme all’importanza delle narrazioni e delle pratiche locali come attori di trasformazione.

Il punto di partenza del volume è la nozione, attribuita a Gerard Toal (Geroid Ó Tuathail), che “geografia significa potere», concetto che sintetizza l’importanza centrale della geo-grafia col trattino, già cara all’Autrice, ed esplorata nella sua precedente produzione scientifica. La geo-grafia, dunque, anche in questo caso è intesa come l’atto di scrivere o disegnare il mondo quale pratica situata, storicamente e culturalmente connotata, che produce rappresentazioni funzionali a mantenere strutture di potere apparentemente naturali e incontestabili. Tale prospettiva sfida radicalmente l’idea diffusa della geografia come scienza neutra e oggettiva, proponendo invece un processo rigoroso di decostruzione critica degli immaginari geografici e degli strumenti che li veicolano. La geografia politica, così intesa, non è semplicemente uno studio dello spazio, ma costituisce una forma di “geo-power”che deve essere analizzata con estrema attenzione, poiché ogni rappresentazione geografica si configura anche come un atto di legittimazione e di esercizio del potere. Viene inoltre evidenziato come queste rappresentazioni non siano mai neutrali ma producano effetti materiali concreti, influenzando politiche, conflitti e relazioni sociali a vari livelli, dalla scala locale a quella globale.

Un aspetto cruciale, in questo volume, è rivestito dalla Geografia Democratica, movimento sorto in Italia negli anni Sessanta e Settanta come critica radicale alla geografia tradizionale, fortemente legata alle istituzioni e incapace di affrontare con rigore metodologico e consapevolezza critica le trasformazioni sociali. Tale movimento, che ebbe come protagonisti gli studenti dell’Università degli Studi di Milano, denunciava una disciplina funzionale al potere costituito e incapace di fornire strumenti autentici di comprensione alle classi subalterne. L’espressione “almanacco enciclopedico ad usum delphini», mutuata da Geografia e Contestazione di Lucio Gambi (1968), sottolineava come la geografia fosse più uno strumento di legittimazione del potere della classe dirigente che un mezzo di emancipazione conoscitiva. Nel suo Marxismo e geografia (1974), Massimo Quaini evidenziava come la geografia potesse essere uno strumento di mistificazione, fornendo dati utili alle élite e impedendo alle popolazioni di decifrare le reali dinamiche territoriali. Questo movimento si inseriva in un contesto internazionale che vedeva protagonisti geografi critici come Yves Lacoste, la cui rivista Hérodote promuoveva un approccio militante alla disciplina, sottolineando il ruolo strategico della geografia nei conflitti e nelle guerre. La celebre affermazione di Lacoste, “La géographie, ça sert, d’abord, à faire la guerre” (1976), è citata per sintetizzare questa visione critica della geografia come sapere funzionale agli apparati militari e politici. Nonostante le difficoltà e l’emarginazione accademica degli animatori di questa corrente in Italia, la loro eredità è imprescindibile per comprendere la politicizzazione della geografia e il suo potenziale emancipativo. A questo si aggiunge la necessità di recuperare questa tradizione critica oggi, in un contesto segnato da nuove forme di controllo spaziale e disuguaglianze territoriali accentuate dalla crisi climatica e dai processi di globalizzazione neoliberale.

Il volume si sviluppa procedendo per macro-temi e, dopo questo, inquadramento iniziale, analizza l’inestricabile intreccio tra potere e cartografia, evidenziando come le mappe siano dispositivi di potere e non meri strumenti descrittivi. La cartografia, intesa come un vero e proprio linguaggio dotato di una logica propria, legittima conquiste territoriali, colonizzazioni e proprietà privata, imponendo una visione unilaterale e spesso distorta del mondo. Così, il concetto di ragione cartografica, di farinelliana memoria, svela come la rappresentazione del territorio da un punto di vista elevato e bidimensionale abbia contribuito a forgiare la nozione moderna e naturalizzata di “territorio dello Stato», trasformandola in un dato naturale e incontestabile. Tale logica si riflette anche nelle proiezioni cartografiche, come quella di Mercatore, che alterano le proporzioni geografiche e rinforzano visioni egemoniche geopolitiche. Sempre sul filo rosso della carta, anche la toponomastica trova spazio nelle riflessioni di questo testo ed è individuata espressamente come un campo simbolico di lotta, nel quale i nomi dei luoghi diventano strumenti di cancellazione o di esaltazione di memorie storiche e narrazioni di dominio. In contrapposizione alla visione eurocentrica dominante, l’Autrice mette in luce le cartografie indigene, con modalità alternative di conoscenza e rappresentazione dello spazio, spesso marginalizzate o cancellate dal colonialismo. Questa analisi critica conferma il ruolo della geografia come strumento intrinsecamente politico e strategico. Si approfondisce inoltre il ruolo delle tecnologie digitali e dei sistemi GIS che, pur innovando la cartografia, possono replicare o amplificare logiche di esclusione e controllo, sollevando questioni etiche e politiche nuove nell’era della sorveglianza e della geopolitica dei dati.

Dell’Agnese esamina anche l’evoluzione della geopolitica a partire dalle sue origini, segnate da una connotazione imperialista e espansionista incarnata da figure quali Friedrich Ratzel e Karl Haushofer e il loro concetto di Lebensraum. Dopo un periodo di ostracismo accademico nel secondo dopoguerra, la geopolitica riemerge a partire dagli anni Ottanta grazie a un nuovo ciclo di studi che ne decostruiscono i presupposti e indagano le narrazioni. La geopolitica critica emerge quindi come campo di analisi che smaschera le dicotomie binarie — Noi/Loro, Est/Ovest — e le rappresentazioni essenzialiste dominanti nel discorso geopolitico tradizionale. Vengono altresì approfondite forme di geopolitica diffusa, quali la Popular Geopolitics e la everyday geopolitics, che esplorano rispettivamente il ruolo dei media e della cultura popolare nella costruzione delle narrazioni geopolitiche, e la manifestazione del potere spaziale nelle pratiche quotidiane, nelle emozioni e nelle rappresentazioni intime e spesso invisibili. Questo allargamento della prospettiva apre a nuove analisi che comprendono le geografie della paura, della sicurezza e dell’esperienza soggettiva, con particolare attenzione ai contesti urbani e ai gruppi marginalizzati.

Il rapporto tra Stato, territorio e sovranità viene messo in discussione con grande perizia fino ad approdare alla negazione della tradizionale centralità dello Stato come unico attore legittimo del potere territoriale. Attraverso un’analisi dettagliata, infatti, emerge la crisi della sovranità statale di fronte alla moltiplicazione di attori non statali – multinazionali, istituzioni finanziarie globali, agenzie di rating, perfino organizzazioni criminali quali le mafie – che tessono complesse reti di influenza transnazionale e radicamento locale. In questo quadro, anche le frontiere cambiano la propria essenza: non sono più semplici linee di demarcazione, ma spazi dinamici carichi di significati simbolici e politici. Le frontiere storiche che separavano “civili”da “barbari” si trasformano in frontiere insediative o strutture di controllo fortificato come muri e sistemi di sorveglianza, dove si giocano complesse questioni di sicurezza, identità ed esclusione. Le “zone di frontiera”o borderlands sono delineate come paesaggi politici articolati, plasmati da fattori economici, culturali e demografici, in cui si intrecciano dinamiche di inclusione, esclusione, resistenza e controllo. Si riflette inoltre sulle conseguenze umanitarie e sociali di queste nuove configurazioni, con un’attenzione particolare alle migrazioni forzate e alle politiche di criminalizzazione dei corpi in movimento.

L’attenzione dedicata alle minoranze nazionali senza Stato, come i Curdi, rappresenta un contributo di grande rilievo, evidenziando come la loro condizione sia l’effetto dell’imposizione degli schemi territoriali statuali post-coloniali, mettendo in luce le potenzialità di modelli alternativi quali il confederalismo democratico, volti a superare i limiti dello Stato-nazione. Anche le capitali vengono interpretate non solo come sedi amministrative, ma come simboli potenti e obiettivi strategici, incarnazioni di identità nazionali e epicentri di conflitti, teatro di pratiche quali l’urbicidio – la distruzione mirata di spazi urbani quale strumento di dominio politico e sociale. Questa analisi si estende anche alle strategie di resistenza e riorganizzazione comunitaria, evidenziando come le narrazioni urbicide possano essere contestate attraverso forme di riappropriazione e rigenerazione urbana partecipata.

Tramite una critica rigorosa alle categorie spaziali tradizionali – continenti, emisferi – Dell’Agnese mostra come queste siano costruzioni culturali e discorsive funzionali a mantenere visioni eurocentriche e dominanti. La riflessione sulle categorie di nazione ed etnia si integra in una più ampia critica delle narrazioni identitarie e delle politiche razziali, evidenziando le modalità con cui la geografia politica contribuisce alla costruzione di alterità e gerarchie sociali. Il volume si apre così a una più intensa considerazione delle questioni di genere e queer, temi fino a poco tempo fa marginali nella disciplina, riconoscendo la necessità di superare la tradizionale androcentrica e l’eteronormatività nelle analisi geopolitiche. Vengono inoltre introdotti strumenti analitici per indagare le intersezioni tra genere, razza, classe e territorio, allargando la comprensione delle disuguaglianze spaziali e delle forme di resistenza che emergono da tali intersezioni.

Tratto distintivo dell’opera è l’inclusione di un’articolata prospettiva ecocritica. L’Ecocritical Geopolitics viene presentata come campo emergente di studio che mette in discussione l’antropocentrismo dominante, sottolineando l’intreccio tra dominio patriarcale, capitalismo e sfruttamento del mondo naturale, concetto che l’Autrice definisce come “antroparcato”. La critica radicale al concetto di Antropocene, spesso strumentalizzato in chiave colonialista, permette di cogliere la complessità e le disuguaglianze alla base della crisi ambientale. L’introduzione del concetto di slow violence, teorizzato da Rob Nixon, amplia la prospettiva geopolitica includendo forme di violenza ambientale lenta, diffusa e spesso invisibile, ma profondamente ingiusta e distruttiva per molte comunità. Il volume si colloca quindi in una posizione avanzata nell’indagine delle interrelazioni tra ambiente, politica e potere. In questo senso, viene anche analizzato il ruolo delle lotte ambientaliste e dei movimenti indigene come forze di rottura rispetto ai paradigmi dominanti, e come esempi di geopolitiche alternative orientate alla cura del pianeta e alla giustizia sociale.

Completano il quadro le analisi dedicate alle pratiche geopolitiche quotidiane, che spazia dalla geopolitica del cibo alle strategie di soft power e sportwashing, dimostrando come il potere spaziale si eserciti anche attraverso ambiti apparentemente marginali rispetto alla politica istituzionale. L’attenzione agli usi simbolici dello sport nelle relazioni internazionali apre nuove piste di riflessione sulle modalità di costruzione e contestazione delle narrazioni geopolitiche. Questo segmento sottolinea inoltre come le pratiche culturali e simboliche possano diventare campi di battaglia per il riconoscimento, la legittimazione o la delegittimazione di attori e identità geopolitiche, evidenziando la centralità della dimensione simbolica nelle dinamiche di potere spaziale.

Il contributo fondamentale di questo testo risiede nella capacità di intrecciare teoria, metodologia e pratica in un discorso coerente e plurale, che riesce a declinare il rigore scientifico in un impegno esplicito di carattere politico ed emancipativo. La scrittura si mantiene sempre scientifica, ma rimane accessibile, rendendo Geografia politica critica non solo un testo imprescindibile per la Geografia, ma un’opera stimolante per tutte le scienze sociali che intendano confrontarsi con le complesse questioni del potere, dello spazio e delle disuguaglianze nel mondo contemporaneo, presentandosi così come un contributo fondamentale per chi desideri sviluppare una coscienza critica e attiva nei confronti delle sfide globali, offrendo non solo strumenti analitici ma anche una visione trasformativa per la geografia politica del futuro.

Valentina Albanese

Angelo Turco, Mediologia della territorialità, Milano, Unicopli, 2025, 260 pp.

“Umanesimo Ambientale”– ovvero un umanesimo che è dello spazio ed è nello spazio – è la denominazione di una nuova Collana della Unicopli, casa editrice milanese cui la geografia molto deve per il suo impegno espresso a favore della disciplina, in particolare con l’avvio di numerosi volumi apparsi in Studi e ricerche sul territorio, la cui prima uscita risale al 1978, con un lavoro – allora innovativo almeno in Italia – dalle molteplici future elaborazioni sui rapporti tra percezione e realtà.

Questa lodevole iniziativa si deve ad Angelo Turco, profondo studioso di storia del pensiero geografico e di metodologia ed epistemologia delle scienze socio-territoriali – basti citare, tra i suoi molteplici, i meriti scientifici acquisiti nell’interpretazione del mondo attraverso il processo di territorializzazione –; nell’esplicitare gli intenti della Collana, egli apre con un epigrafico incipit “Abitare la Terra è il modo umano di stare al mondo», che in poche parole racchiude il senso stesso della disciplina. Spiega poi obiettivi e intenti della Collana, pensata “per la riflessione militante e per l’apprendimento critico. Una Collana per i luoghi dei nostri sentimenti, per i paesaggi delle nostre emozioni, per gli ambienti delle nostre passioni. E, certo, la Collana che prova a raccontare una territorialità vivibile e aperta: per non impoverire la ricchezza memoriale, per salvaguardare la pluralità culturale, per mantenere salde le possibilità di un avvenire che è nostro, ma che appartiene anche alle generazioni che verranno».

Il primo volume, Mediologia della Territorialità, scritto dallo stesso Turco, avvia nel modo migliore questo progetto editoriale. L’esistenza mediale dei territori costituisce il filo conduttore del lavoro, ampiamente approfondito nel capitolo iniziale, presupposto teorico a quelli successivi dedicati a eventi e casi di grande impatto mediale e dagli esiti territoriali rilevanti. Epimedia, anagramma di epidemia e crasi tra questo termine e media, è felice neologismo, coniato geograficamente e studiato da Turco, a partire da Epimedia. Informazione e comunicazione nello spazio pandemico, volume pubblicato nel 2021, in seguito alla diffusione planetaria del virus COVID-19. Epimedia, infatti, identifica la nuova modalità comunicativa, sulla quale l’Autore offre ai saperi geografici significative opportunità di ricerca su più versanti. In realtà, epimedia, impostasi in occasione della pandemia, aveva fatto la sua comparsa – come osserva lo stesso Turco – un po’ di anni prima, a proposito del fenomeno migratorio, tema dalle forti potenzialità emotive, sulle quali sono state costruite narrazioni capaci di orientare il consenso e arginare la libertà di pensiero delle masse. Indagando su questa rivoluzione, oggi dominante nella rappresentazione di eventi globali (e non solo), nel volume se ne chiarisce la reale portata: “Epimedia è un canone mediale in cui si inverte il rapporto di subordinazione tra comunicazione e informazione: non più la prima al servizio della seconda, ma la seconda al servizio della prima. È la modalità peculiare con cui i mezzi di informazione e di comunicazione, sia tradizionali che digitali “trattano” le notizie, una volta che il sistema dei media abbia assunto un tema dominante. Trattano le notizie: le costruiscono, le pongono in relazione reciproca, le mettono in circolazione. Al punto che il tema, per via di questo “trattamento”, da dominante diventa francamente egemone in tempi anche piuttosto rapidi”(cfr. pp. 40-41). Con tali modalità agiamo ormai in uno spazio concreto e in uno mediale, che s’intrecciano con il pericolo di confondersi e che richiedono, comunque, due differenti modalità di conoscenza.

Il rovesciamento gerarchico tra informazione e comunicazione (quest’ultima spesso manipolativa) trova terreno fertile nella cosiddetta infosfera, uno spazio globale delle informazioni – studiato in particolare dal filosofo Luciano Floridi – dovuto al progressivo potenziamento di Internet, alla propagazione prorompente delle reti sociali e all’affollamento di oggetti intelligenti e reattivi: uno spazio in cui coesistono senza più precisi confini sia l’online del ciberspazio sia l’offline dei mass media classici. In pratica, le tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC), divenute, in seguito all’incontrollabile moltiplicarsi delle notizie nello spazio informativo, poderose forze ambientali in grado di creare nuove realtà e di modificare le esistenti, influiscono sulla vita e sul pensiero delle persone, che invece di una descrizione realistica si trovano di fronte a una “narrazione finzionale fabbricata a tavolino”(cfr. p. 70) e a una disinformazione, costituita nei casi più gravi da vere e proprie fake news, ma spesso da “omissioni, distorsioni, allusioni, decontestualizzazioni”(cfr. p. 75).

In un’epoca condizionata dalla superficialità, molte esposizioni proposte alla pubblica opinione presentano caratteristiche costanti e comuni, sia prospettando pericolose forzature semplificatorie e semplicistiche in contrasto con il linguaggio della complessità – il più appropriato per analizzare il funzionamento di oggetti, fatti e fenomeni anche assai diversi tra loro, nonché per irrobustire le capacità critiche – sia ricercando forme di condivisione nel convincimento che il fruitore non necessiti di informazioni per capire, ma preferisca ottenere conferma alle proprie opinioni (pure quando il racconto è falsificato).

Approfondendo il fenomeno epimediale, osservato soprattutto attraverso i processi di territorializzazione da questi generato, Turco rivolge il suo sguardo a eventi recenti o in atto, quali gli uragani Helene e Milton (settembre e ottobre 2024), la Cop28 di Dubai (novembre-dicembre 2023), la morte e i funerali di Elisabetta II (settembre 2022), le Olimpiadi di Parigi (luglio-agosto 2024) oppure a due situazioni riguardanti personaggi di primo piano nel quadro internazionale, come Volodymyr Zelensky (nell’ampio panorama della guerra tra Russia e Ucraina) e Donald Trump (nel suo intento di voler fare gli Usa più grandi, anche con controlli simbolici quali, per esempio, il cambiamento di due designatori geografici: da Golfo del Messico a Golfo d’America e da Monte Denali a Monte McKinley).

L’esame di tutti questi “fatti” – che entrano con efficacia e meritoriamente nella sfera del “politico” – riconosce alla geografia il suo forte ruolo strategico, manifesto nel conseguire finalità riguardanti il funzionamento stesso del mondo dal punto di vista spaziale. E proprio l’esclusione del “politico», perseguito a lungo dal mondo accademico – come in un editoriale comparso sulla rivista Hérodote (n. 22, 1981) Yves Lacoste ricordava a proposito dell’opera “politica”del geografo anarchico Élisée Reclus – ha costituito un problema centrale della disciplina, che ne ha pregiudicato molte potenzialità sociali. Il lavoro così impostato da Turco contribuisce, al contrario, a garantire alla disciplina quella missione pubblica a favore del bene comune, significativa nella formazione di una coscienza civile, legittimandola sul piano sociale: di ordine comunicativo e relazionale. È su questo piano che, a mio parere, il volume – anche se in una sommaria classificazione settoriale non può comprendersi nell’ambito della didattica disciplinare – offre un contributo prezioso per l’insegnamento della geografia. Infatti, proprio dall’insufficienza di quella legittimazione sociale che potrebbe assicurarle un ruolo di pubblica utilità, deriva una ricaduta negativa negli stessi ordinamenti scolastici, in particolare in quelli della scuola secondaria di secondo grado, che finora l’hanno più penalizzata.

Questa considerazione sulle potenzialità pedagogiche contenute in Mediologia della Territorialità va poi consolidata, partendo dall’inderogabile rapporto duale tra la sfera della ricerca e quella della didattica, che dovrebbe essere costantemente attivo. Infatti, il mondo accademico, dove si elabora la ricerca, non sempre manifesta la dovuta attenzione per il mondo della scuola e non sempre quest’ultimo si avvale dei progressi della ricerca, trasferendo prontamente nelle aule innovazioni e stimoli, tali da evitare ritardi e forme di senescenza. Il lavoro di Turco si colloca, invece, all’interno del circolo virtuoso ricerca-didattica, proponendo temi e problemi legati alla mediologia della territorialità, i quali, orientati con ottica transcalare e diacronica all’interpretazione del presente, offrono significativi spunti per essere trasformati in obiettivi formativi e didattici. Le giovani generazioni – consapevoli che lo stesso fenomeno territoriale può essere “fruito”e percepito in modo diverso a seconda della scala utilizzata – potrebbero acquisire chiavi di lettura addizionali e punti di vista plurimi per intuire un presente mutevole e cangiante, con un ambiente naturale dai fragili equilibri e con uno sociale caratterizzato da pericolose disuguaglianze.

La territorialità mediale, come ben si comprende dalle esemplificazioni proposte nel volume, può sollecitare il coinvolgimento di studentesse e studenti, e non solo nella scuola secondaria di secondo grado, che è quella dove meglio si possono aprire i ragionamenti sulla complessità dell’abitare la Terra. Ed è importante affrontare questi temi geopoliticamente attuali e vivaci, anche tramite una conoscenza critica dei media, in quanto il Ministero dell’Istruzione sta trasmettendo – le Indicazioni nazionali ne sono solo una manifestazione – segnali poco rassicuranti che sembrano volgere al ritorno verso un approccio di carattere nozionistico e alla riproposizione di pratiche mnemoniche, con il rischio per la geografia di proporre insegnamenti asfittici, ancorati a un presente spento, senza prospettive per il futuro.

Vi è un’ultima considerazione didattica da sottolineare: i casi proposti, inquadrati nel loro insieme, espongono una raccolta sistematica di saggi – impostati attraverso la chiave interdisciplinare della territorialità mediale, che – spaziando dalla geografia ambientale a quella socioculturale, dalla geografia economica a quella politica – costituiscono una sorta di prezioso manuale, in grado di offrire spunti rilevanti per educare alla complessità e al pensiero critico.

Gino De Vecchis