https://doi.org/10.36253/bsgi-7636

Dibattito scientifico

Landscape/Landschaft - Paesaggio/Paysage

Landscape/Landschaft - Paesaggio/Paysage

Fabio Lando

Già Università di Venezia, Italia

E-mail: lando@unive.it

Abstract. This paper investigates the semantic and conceptual dimensions of paesaggio/paysage and landscape/Landschaft, highlighting both their apparent synonymy and the profound divergences rooted in distinct linguistic and philosophical traditions. Drawing on Wittgenstein, Quine, Benjamin, and Hartshorne, it discusses key theoretical issues related to translation, polysemy, and the construction of a shared disciplinary lexicon. While Romance languages emphasize the inseparable interaction between nature and society within the landscape, Germanic languages stress broader and more abstract territorial meanings. Such semantic tension reflects both the limitations and the potential of the concept itself. In this perspective, landscape emerges as an empirically determining category for geography, able to integrate heterogeneous theoretical and methodological approaches. The analysis shows that terminological equivalence is therefore not given a priori, but is produced within the epistemic practices of the geographical community. Recognizing these differences helps clarify how landscape operates as both a linguistic convention and a shared analytical tool.

Keywords: landscape, translation, polysemy.

Riassunto. Il contributo analizza la dimensione semantica e concettuale dei termini paesaggio/paysage e landscape/Landschaft, evidenziandone l’apparente sinonimia e le profonde dissonanze derivanti da tradizioni linguistiche e filosofiche differenti. Attraverso un confronto con le riflessioni di Wittgenstein, Quine, Benjamin e Hartshorne, l’articolo affronta i nodi teorici legati alla traduzione, alla polisemia e alla costruzione di un lessico disciplinare condiviso. Mentre le lingue neolatine associano il paesaggio a una configurazione territoriale in cui natura e società risultano inseparabili, le lingue anglosassoni ne sottolineano valenze più astratte e territorialmente estese. Ne deriva una tensione semantica che riflette tanto i limiti quanto le potenzialità della nozione stessa di paesaggio. In questo senso, il termine si conferma categoria empiricamente determinante per la geografia, capace di integrare prospettive teoriche e metodologiche eterogenee. L’analisi mostra dunque che l’equivalenza terminologica non è data a priori, ma si costruisce nelle pratiche epistemiche della comunità geografica. Riconoscere tali differenze consente di chiarire come il paesaggio operi insieme come convenzione linguistica e strumento analitico condiviso.

Parole chiave: paesaggio, traduzione, polisemia.

Contents

1. Introduzione

2. La traduzione

3. La sinonimia e il lessico

4. Conclusioni

Riferimenti bibliografici

1. Introduzione

Cos’è il significato di una parola?
Affrontiamo tale questione chiedendoci, prima di tutto, che cosa significhi spiegare il significato di un termine.
Wittgenstein (2022, 63).

Paesaggio: un termine semplice che sottende però un valore ambiguo, confuso, “polisemico, che ognuno adopera a modo suo, un vocabolo alla moda, ambiguo e instabile”1. In ogni caso, è (quasi sempre) dato per scontato che includa e totalizzi in sé il senso e l’estensione dell’attività umana immersa in uno scenario naturale.

La confusione non è un’accusa rivolta al termine, ma riflette due ordini di contraddizioni, implicite in esso, legate sia ai diversi approcci filosofici sia ai problemi semantici connessi al confronto fra i significati dei termini espressi dalle lingue neolatine (paesaggio/paysage) e dalle lingue anglosassoni (landscape/Landschaft)2. Mentre la prima contraddizione, abbastanza ovvia, è facile da comprendere e superare3, la seconda si presenta molto meno ovvia e (quasi) mai presa in considerazione.

2. La traduzione

Non c’è una musa della filosofia e non c’è una musa della traduzione.
Benjamin (2023, 81).

Le due coppie di termini (paesaggio/paysage e landscape/Landschaft) sono sempre state considerate, e quindi tradotte, come fossero dei sinonimi con un significato apparentemente universale, abbastanza simile a quello che I. Kant chiamava “sintetico a priori”. Di fatto quei due gruppi sottendono, dal punto di vista semantico, significati dissimili: le lingue neolatine e quelle anglosassoni sono due gruppi linguistici molto diversi (pur appartenenti alla medesima famiglia delle lingue indoeuropee) e ciò determina che in ogni traduzione il significato contenuto nella lingua originale appaia diverso nella lingua della traduzione4 così è assai difficile riprodurre compiutamente il senso che essa ha nell’originale5. Interessante è, al riguardo, l’affermazione che J. L. Borges fa nel discutere della traduzione delle poesie: “secondo un’idea molto diffusa, ogni traduzione tradisce il suo impareggiabile originale. È l’idea espressa nel ben noto gioco di parole italiano ‘traduttore traditore’, cui si ritiene non ci sia soluzione. Poiché questo gioco di parole è molto noto, deve racchiudere un seme, un nucleo di verità, nascosto da qualche parte”6.

Landscape/Landschaft sono composti dal sostantivo “Land” e dal suffisso “scape/schaft”7. Il sostantivo “Land”, nelle due lingue, assume valori, a volte, dissimili. In inglese può avere significato di terra, terreno, paese o superficie terrestre, mentre in tedesco8 può averne diversi a seconda del contesto: può riferirsi sia a stati sia a regioni amministrative all’interno di uno stato9 oppure significare terra, nel senso di terreno, suolo, campagna ed anche terraferma. Per questo già R. Hartshorne ne lamentava la non perfetta sinonimia affermando: “ne è derivata una prima confusione con l’introduzione nella geografia americana e britannica del termine tedesco … quando invece gli scrittori tedeschi sostengono che la definizione di landscape è da intendersi come sinonimo di Landschaft, allora la confusione raggiunge il suo massimo” (Hartshorne 1972). Estremamente interessante è poi la nota che, sempre R. Hartshorne, pone alla fine della frase precedente: “i geografi di lingua inglese potrebbero, come è già stato suggerito, evitare tale pericolo accettando per il termine anglosassone quella duplicità di significato che è propria della parola tedesca. Ciò vorrebbe dire soltanto che si dà per implicita l’equivocità di ciò che si sta scrivendo. Fortunatamente però esistono dei limiti alla libertà di mutare significato delle parole di uso corrente” (Hartshorne 1972)10.

Il suffisso è, sostanzialmente, una “particella produttiva” in quanto serve per creare termini particolari. In inglese, l’aggiunta di scape è un modo per creare termini che descrivono ambienti, scenari o situazioni particolari. In tedesco schaft è utilizzato in modo molto più esteso per formare sempre nomi femminili che possono riferirsi a gruppi (“die Gemeinschaft”, comunità), condizioni (“die Freundschaft”, amicizia) o situazioni (die Landschaft). In ogni caso, nelle due lingue, l’aggiunta del suffisso ha il valore di rendere astratto o, meglio, di generalizzare il termine a cui è stato aggiunto.

Anche se vi è una certa difficoltà a considerare i due termini come sinonimi è possibile prendere in considerazione la possibilità che nel significato di entrambi sia presente l’asserzione “parte del territorio che si presenta all’osservatore”11. Certo che questa asserzione rappresenta solamente una minima parte “del complesso” di uno dei due termini e solo accettando e adattando ad essi la proposizione di Wittgenstein (2022, prop. 2.161) “nell’immagine e nel raffigurato qualcosa deve essere identico, affinché quella possa essere un’immagine di questo” possiamo accettare l’asserzione “parte del territorio che si presenta all’osservatore” come componente comune ai due termini12.

Paesaggio/paysage sono due termini più facili da gestire in quanto derivanti dal latino “Pagus”, quest’ultimo col significato di “circoscrizione amministrativa territoriale” ma poi “villaggio, borgata” e per esteso “abitanti del villaggio”, da cui il termine “pagano”. Così, affermando fin da subito la presenza degli abitanti, esprimono un valore connesso ad una “precisa combinazione di natura e umanità”. Per questo i due termini stanno a significare: “una manifestazione reale e visibile (…) di quella particolare combinazione di elementi fisici e opere umane che dà al territorio quella caratteristica unica e irripetibile”13.

3. La sinonimia e il lessico

Ogni linguaggio … è una sorta di cospirazione contro l’esperienza: nel senso che costituisce un tentativo collettivo di semplificare e sistemare l’esperienza in scatole chiuse più maneggevoli.
Baxandall (2018, 70).

Dal punto di vista ontologico (a che cosa si riferiscono i termini e quale è il loro contenuto reale), non è quindi facile accettare che i due gruppi di termini possano essere strettamente sinonimi.

Forse è però eccessivo insistere su quelle precisazioni14, anche perché uscendo da uno stretto contenuto semantico occorre considerare che ogni scienza non è composta da individui isolati intenti a rigide analisi semantiche15, ma è un’impresa collettiva condotta da una comunità di persone che condividono quell’insieme di tradizioni, risultati, conquiste, teorie, regole, schemi concettuali e lessico, che formano il “paradigma scientifico” consciamente accettato da tutta quella comunità (Kuhn 1978b, 213-219; 1985, 322-325). È quindi, a parer mio, possibile superare il “problema ontologico” prendendo in esame altre due riflessioni di cui una è legata alla sinonimia della traduzione e l’altra, forse più importante, lo è al lessico interno al paradigma scientifico.

Partendo dalla sinonimia della traduzione, se consideriamo che “il significato di un’espressione è l’idea espressa” (Quine 2004, 68) possiamo superare coscientemente il problema della contraddizione traduzione/significato riferendoci a quanto afferma W.V. Quine: “l’intercambiabilità (...) nella sinonimia non deve essere meramente tale da assicurare che asserzioni vere rimangano vere e asserzioni false rimangano false (...) essa deve anche garantire che asserzioni si trasformino in asserzioni che, prese nella loro interezza, [siano] in qualche modo a esse sinonime” (Quine 2004, 79). È un concetto di sinonimia abbastanza largo da permetterci di sostituire singoli sinonimi con “segmenti di discorso sufficientemente lunghi” tali che possano assicurare che i loro contesti siano lasciati “genuinamente sinonimi” (Quine 2004, 80-81). Questo ragionamento sulla sinonimia è, a parer mio, abbastanza vicino a quello sull’intercambiabilità di W. Benjamin che afferma: “Bisogna distinguere, nell’intenzione, tra inteso (Gemeinten) e modo di intendere (Art des Meinens). In landscape/Landschaft e paesaggio/paysage l’inteso è certamente lo stesso, ma non il modo di intendere. Nel modo di intendere infatti i due termini significano una cosa diversa per un inglese/tedesco e per un italiano/francese, dunque non sono intercambiabili, e anzi in ultima istanza tendono ad escludersi; in ciò che intendono invece, presi in senso assoluto, significano la stessa identica cosa. Mentre così il modo di intendere delle due parole si contraddice, esso si integra nelle due lingue da cui provengono. E cioè il modo di intendere trova in esse un completamento dell’inteso” (Benjamin 2023, 67-69) 16.

Nel nostro caso, il “contesto genuinamente sinonimo” è dato dall’asserzione “un territorio con presenza di naturalità e umanità” che appare, pur con distinti valori, in ambedue i gruppi di termini.

Per quanto riguarda il lessico occorre considerare che è uno degli elementi chiave del paradigma che tutti i membri condividono in quanto da esso dipende la fondamentale comunicazione nella comunità17. Lessico che costituisce quell’eredità di pensiero che permette di definire sia i termini di tipo, con le caratteristiche più salienti delle “cose” a cui si riferiscono assieme alla loro tassonomia, sia l’intera gamma dei fenomeni, con la loro interpretazione, a cui quel linguaggio è stato adattato (Kuhn 2024, 18-19; 222-236). Per questo è certo che all’interno di ciascuna comunità scientifica, che condivide l’omologia della struttura lessicale, è costantemente in atto un’iterazione epistemica. Iterazione che si attua attraverso quel lessico condiviso, capace di inglobare punti di vista, strutture e interpretazioni, con cui la comunità scientifica non solo analizza e studia, oppure trascura e limita le relazioni ed i fenomeni che costituiscono l’edificio delle sue conoscenze (Wootton 2016, 89-91).

Il lessico accettato è sicuramente un importante strumento intellettuale che permette sia di discutere sia, principalmente, di possedere un concetto e compiere un’azione o, detto più in generale, esprimere delle regole e controllarne l’applicazione18. Inoltre, come spiegato prima, possiamo sicuramente e tranquillamente considerare i due gruppi di termini come genuinamente sinonimi19.

4. Conclusioni

Tutti i concetti sono convenzioni inventate, che andrebbero usate con la dovuta cautela e per scopi specifici.

Olsson (1987, 40).

Allora, se i significati dei vari termini sono strutturalmente legati ad una tradizione di pensiero20 e trovano il loro senso e valore all’interno di un lessico a lungo condiviso21, faccio mia l’affermazione di W.V. Quine: “Si può affermare che quando due termini concordano così fra loro dal punto di vista di tutti i possibili fattori sensoriali determinanti, essi non sono, in senso importante, due, ma uno solo. Non c’è dubbio che tali termini siano, nel loro complesso, empiricamente determinanti” (Quine 1996, 101)22.

Per ultimo, potremmo anche tralasciare il tutto considerando che l’indagare sul significato di una parola possa dare origine ad uno dei crampi mentali di L. Wittgenstein (2022, 63): “Ci troviamo davanti ad una delle più grandi fonti di confusione in filosofia: un sostantivo [nel nostro caso i quattro sostantivi] ci spinge a cercare una cosa che gli corrisponda”23. O, ancora, per usare uno dei giochi linguistici: “La questione è certamente questa: ‘E che dire se tu dovessi cambiare la tua opinione anche su queste cose fondamentalissime’ e la risposta mi sembra questa: ‘non sei obbligato a cambiarle. Proprio in questo risiede il loro essere fondamentali?’” (Wittgenstein 1978, prop. 512, 83)24.

Quindi evitando i “crampi mentali” e tenendo conto che paesaggio/paysage e landscape/Landschaft sono, sia nel lessico sia nella sinonimia, “empiricamente determinanti” per la geografia, possiamo considerarli perfettamente sinonimi. Ovviamente “questa posizione è favorita dal fatto che la tribù dei geografi non si è ancora (per nostra fortuna) estinta”25.

È ovvio, però, che una qualche pur piccola remora dovremmo sempre tenerla presente.

La parola collega la traccia visibile alla cosa invisibile, alla cosa assente, alla cosa desiderata o temuta, come un fragile ponte di fortuna gettato sul vuoto.
Calvino (1988, 74).

Riferimenti bibliografici

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1 È un’aggettivazione che già quarantacinque anni fa utilizzavano Blanc-Pamard, Raison (1980) nel presentare la voce Paesaggio dell’Enciclopedia Einaudi. Un’ottima analisi e rassegna di significative definizioni di paesaggio la fa Dematteis (2010). Per delle interessanti e recenti rassegne sul termine paesaggio si vedano Tanca (2012, 11-155; 2025) e Aru, Tanca (2015, 13-51).

2 Come afferma Whorf (2018, 211): “E ogni lingua è un vasto sistema strutturale, diverso dagli altri, con cui la persona non solo comunica, ma analizza la natura, nota o trascura tipi di relazioni o di fenomeni, incanala il suo ragionamento e costruisce l’edificio della coscienza.”

3 Questo perché, come afferma Gargani (1978, XV): “I nuclei teorici veri e propri delle ipotesi scientifiche non hanno mai viaggiato da soli ma in compagnia della teologia, della filosofia, delle formazioni discorsive tracciate negli spazi dell’immaginazione sociale”.

4 Come nota de Santillana (2023, 20) “dovremmo tener sempre presente che ogni traduzione è una mera funzione dell’impegno del traduttore”

5 Al riguardo, Quine parla di “principio di indeterminatezza della traduzione” (1996, 39); Kuhn, riprendendo il termine “incommensurabilità (…) assenza di un lessico comune” afferma “non è sempre possibile realizzare una traduzione che preservi la verità” (2024, 67, corsivo dell’autore). Su “incommensurabilità e traduzione” si veda l’analisi che ne fanno Gilles, Giorello (2010, 339-369). Sulla traduzione si veda, in particolare, l’importante lavoro di Benjamin (2023).

6 Borges (2024, 81), uno degli argomenti che J. L. Borges trattò alle Norton Lectures di Harvard nel 1967-68 riguardava proprio la traduzione delle poesie.

7 L’origine di Landschaft, come parola con il significato di territorio, sarebbe collegato, nota Olwig (1996), a Landskab (in danese Landschaft). Sono i nomi delle tipiche libere comunità della “Frisia settentrionale, sulla costa occidentale paludosa e sulle isole dello Jutland, appena a sud dell’attuale confine danese. Fino al 1864, quando i danesi cedettero l’area alla Prussia, faceva parte del Ducato di Schleswig sotto il re danese. Un volume del 1864, opera di riferimento topografico danese, spiega che i Landskaber (in danese Landschaften) differivano dai territori simili chiamati Amter in quanto ‘avevano avuto uno sviluppo più indipendente, sia rispetto agli altri distretti che nel loro interno, e perciò avevano costituzioni territoriali che garantivano alla popolazione un maggiore diritto all’autodeterminazione sia nei riguardi della giustizia sia al governo’. Di uno di questi Landskab, quello di Eiderstedt, è stato scritto: ‘Nessun altro distretto del Ducato di Slesvig è dotato di una costituzione distrettuale che esprima un così alto grado di libertà e indipendenza’ … La sconcertante complessità dell’organizzazione territoriale tedesca prima dell’unificazione del XIX secolo rende difficile una generalizzazione, ma ciò significa anche che Landschaften, così come quello di Eiderstedt, riuscirono a persistere come valide alternative al feudalesimo o allo stato assolutista centralizzato” (Olwig, 1966, 631-632, corsivi dell’autore). Si veda meglio l’intero articolo di Olwig che illustra le varie caratteristiche degli originali Landskab – Landschaft ed il loro passaggio nel regno prussiano unificato. Un breve richiamo a tutto questo si può trovare anche in Varotto (2025, 138-139).

8 Die Landschaft ed il suo legame con A. von Humboldt e la geografia ottocentesca è stato un argomento sostanzialmente sempre molto seguito da Farinelli (fra tutti i suoi lavori si veda: 1987, 4-13; 1992, 107-145; 2003, in particolare alle pp. 42-51; e l’ultimo del 2024), a mia conoscenza però non ha mai mostrato l’etimo o discusso la relativa etimologia, né dimostrata la sinonimia col termine paesaggio”.

9 Nome dato in Germania, dalla costituzione di Weimar del 1919, ai singoli stati del Reich, e dopo la Seconda guerra mondiale, nella Germania federale, alle grandi divisioni regionali con ordinamento in certa misura autonomo; dopo la riunificazione (1990) i 14 distretti in cui risultava divisa la Repubblica Democratica sono stati riorganizzati a formare cinque nuovi Länder.

10 Corsivi miei.

11 Circa il termine territorio, nell’accezione qui utilizzata, mi rifaccio a quanto afferma Turco (1988, 57) “il concetto di territorio (…) non a caso suppone ed anzi comprende quello di spazio: la fisicità della superficie terrestre è una componente ineludibile, una sorta di materia prima dell’artefatto territorio”.

12 Anche perché, come nota Russell (1922, 15): “quale che sia il modo in cui un linguaggio può essere costruito, affinché un certo enunciato possa asserire un certo fatto, ci deve essere qualcosa in comune tra la struttura dell’enunciato e la struttura del fatto”.

13 Qui faccio un preciso riferimento al possibilismo francese: si veda Lando (2020, 172-173; la citazione è a p. 173) e Blanc-Pamard, Raison (1980). Ricordo che uno dei primi importanti dipinti di paesaggio, La tempesta del Giorgione, era conosciuto come el paeseto in tela cum la tempesta cum la cingana et soldato e nell’antico veneziano il termine paeseto aveva il valore attuale di paesaggio.

14 Mi piace, al riguardo, riferirmi a quanto scritto da Feyerabend (2024, 206, corsivi dell’autore): “le ‘imperfezioni’ potrebbero avere una funzione positiva (...) eliminandole si potrebbe rendere impossibile il progresso scientifico”. Interessante è anche l’affermazione di Renn (2022, 407, corsivi dell’autore) che, pur partendo da un punto di vista diverso, afferma che il plurilinguismo dà origine a fenomeni come “il prestito (…) e la traduzione (in cui un testo viene trasferito da un idioma all’altro, con un’inevitabile alterazione sia di forma che di contenuto)”.

15 Si veda quanto affermato da Kuhn (2024, 36): “La nostra era la situazione tipica degli aspiranti innovatori. Lavoravamo troppo su problemi e concetti (...) Spesso ci sfuggivano indizi che avrebbero potuto indicarci alternative alla tradizione che criticavamo”; affermazione che faccio mia (pur non essendo più, ohimè da tempo, un giovane aspirante innovatore).

16 Corsivi dell’autore. Ovviamente W. Benjamin parlava di Brot e pain che io, certo di non aver alterato il valore della citazione, ho sostituito con landscape/Landschaft e paesaggio/paysage.

17 Kuhn (2000, 57): “I membri di una stessa comunità linguistica appartengono ad una cultura comune, e ognuno può perciò aspettarsi di essere davanti alla stessa gamma di oggetti e di situazioni”.

18 Wootton (2016, 90) afferma infatti: “non si può giocare a scacchi senza conoscere le regole … senza avere un linguaggio di qualche tipo in cui esprimere, per esempio, il concetto di scacco matto”.

19 Ovviamente, come è sempre stato fatto per la geografia italiana anche perché, come afferma Feyerabend (2024, 54, corsivo dell’autore): “le teorie diventano chiare e ‘ragionevoli’ solo dopo che le parti incoerenti di esse sono state usate per lungo tempo (…) un prerequisito inevitabile della chiarezza e del successo empirico”.

20 Circa il nascere, accettare, mutare, rifiutare o evolversi del significato di molti termini usati in ambito scientifico si veda tutto l’interessante testo di Wootton (2016).

21 Al riguardo si può considerare l’intero paragrafo I.I.4. del testo di Barthes (1992, 19-20) in cui parla di “massa parlante” ovviamente sostituendo opportunamente i due termini “lingua e parola”. O, ancora, l’affermazione che Gargani (1978, XVIII, corsivo mio) fa nell’introduzione a Della Certezza di L. Wittgenstein: “In questa versione, il senso comune, oltre a costituire il non-scientifico, il non-razionale, è anche al tempo stesso un sostegno della scienza, perché è proprio dal groviglio dei suoi pregiudizi, dalle sue distorte immagini della verità, che si dipana la fibra forte dell’autentico sapere … Proprio perché non è scienza, il senso comune viene ad acquisire le sue più rilevanti proprietà, quella di offrire titoli di concretezza, di aderenza (sebbene non in termini cognitivi) al reale, all’esperienza vissuta, al quotidiano … Forse che sa il senso comune di essere senso comune?”.

22 Ovviamente, in questo caso, ho sostituito la parola teoria con termine, certo di non aver alterato il senso della frase.

23 Come nota Borutti: “il linguaggio è la nostra forma ed insieme il nostro limite”, si veda la sua interessante analisi del pensiero di Wittgenstein (2025, 3-44, la citazione è a p.18).

24 Corsivo dell’autore.

25 Una mia parafrasi di un’asserzione di quel simpatico anarchico di Feyerabend (2024, 204).

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