https://doi.org/10.36253/bsgi-7641
Migrazioni e geografia: un’analisi dei libri di testo per la scuola secondaria di secondo grado
Migration and Geography: An Analysis of School Textbooks
1 Dipartimento di Lingue e Letterature, Comunicazione, Formazione e Società, Università degli Studi di Udine, Italia
2 Ricercatrice indipendente, Italia
E-mail: andrea.guaran@uniud.it, aledn79@gmail.com
Abstract. In the contemporary world, migration is a phenomenon of great importance for international political balances and for its connections with the economic and socio-cultural dynamics of the involved regions, leading to profound changes in territories and populations. In this paper an analysis is conducted on how these topics are addressed in some geography textbooks for upper secondary school. The aim is to explore the contribution of the discipline in fostering critical reading skills regarding migration and in developing intercultural and global citizenship competences.
Keywords: migration processes, migrants, geography textbooks, Italian upper secondary school.
Riassunto. Nel mondo contemporaneo le migrazioni costituiscono un fenomeno di rilevante importanza per gli equilibri politici internazionali e per gli intrecci con le dinamiche economiche e socio-culturali delle regioni interessate, producendo profonde modificazioni dei territori e delle popolazioni. Nel presente articolo si analizza la trattazione di questi temi in alcuni manuali di geografia per la scuola secondaria di secondo grado, al fine di approfondire il contributo della disciplina nello sviluppo delle capacità di lettura critica dei processi migratori e nella maturazione di competenze interculturali e di cittadinanza globale.
Parole chiave: fenomeni migratori, migranti, libri di testo di geografia, scuola secondaria di secondo grado.
Contents
2. I processi migratori: letture geografiche
3. Domanda di ricerca e metodologia di analisi dei testi
4. Il fenomeno migratorio nei libri di testo: un’analisi
4.1. Effetti delle migrazioni sui paesi di partenza e di arrivo
4.2. Chi sono coloro che migrano?
4.3. La terminologia: tipi di migrazione e cause
4.4. Il quadro di riferimento normativo e regolamentare
1. Introduzione
Il contributo si focalizza sulla rappresentazione delle migrazioni e dei migranti nei libri di testo di geografia della scuola secondaria di secondo grado. La scelta di questo tema nasce dalla consapevolezza che nell’epoca odierna le migrazioni, soprattutto quelle internazionali, producono profonde modificazioni dei territori e delle popolazioni, contribuendo alla costruzione di società multietniche sempre più complesse, di cui i contesti urbani costituiscono lo specchio più evidente (Meini, Salvatori 2018; Cattedra, Memoli 2013). Sebbene infatti i fenomeni migratori abbiano sempre accompagnato la storia umana, quelli di oggi assumono caratteristiche peculiari e vengono spesso definiti come una “sfida”, quando non esplicitamente un “problema”, da gestire, soprattutto nella cronaca quotidiana dei media e della rete (McAuliffe, Oucho 2024). In particolare, negli ultimi 15 anni, a partire dalla cosiddetta “Primavera Araba”, si è aperta in Europa una “crisi dei rifugiati” che ha alimentato la paura di un’invasione da parte delle persone in fuga da conflitti e persecuzioni. Questa narrazione emergenziale si è imposta con una tale forza nell’immaginario comune da oscurare non soltanto i molteplici aspetti che riguardano i processi migratori, e che ne fanno una realtà complessa e articolata, ma anche la natura stessa del fenomeno, che da tempo non è più emergenziale, ma strutturale. Va aggiunto, inoltre, che il fenomeno migratorio “interroga in un senso o in un altro le coscienze di tutte e tutti” (De Vecchis, Pasquinellli d’Allegra 2026, 165).
Quali le ragioni che hanno sostenuto l’identificazione dell’ipotesi di ricerca e che hanno indirizzato le scelte metodologiche, il lavoro di reperimento dei libri di testo e la loro analisi?
Per prima cosa è presente la consapevolezza che le grandi mistificazioni e strumentalizzazioni della questione migratoria, se di questione effettivamente si tratta, e dei processi socio-culturali che trascina con sé, possono essere smascherate e rimosse solamente attraverso la valorizzazione della ricchezza interculturale e la costruzione di percorsi educativi che affondino le radici nei principi della cittadinanza globale (Akkari, Malek 2020; UNESCO 2018). Attribuendo un ruolo fondamentale alla matrice educativa, cresce la convinzione che la scuola, principale e insostituibile agenzia formativa, svolga una funzione determinante per lo sviluppo delle competenze di cittadinanza, cioè per l’insieme dei valori e dei comportamenti che dovrebbero essere fondamento dell’esistenza sociale di ciascun essere umano (Gaudelli, Schmidt 2018).
Inoltre, una riflessione va dedicata all’insegnamento della geografia nel contesto scolastico. Si tratta probabilmente dell’unico campo del sapere che, insieme alla storia, dedica una particolare attenzione alle migrazioni, osservate e studiate nei loro tratti di natura spaziale e territoriale1. È quindi fondamentale l’apporto della conoscenza geografica, trasmessa anche e soprattutto mediante l’impiego del libro di testo, strumento determinante nell’indirizzare i comportamenti e le successive azioni, in particolare nel quadro della scuola secondaria di secondo grado (Bagoly-Simó 2024; 2020).
Per questa ragione, si è deciso di concentrare l’indagine sui libri di testo di geografia impiegati nei vari indirizzi di studio, allo scopo di comprendere quale sia l’attenzione riservata al fenomeno migratorio, quali siano gli approcci scelti nel trattarlo e i messaggi che si desidera trasferire alle nuove generazioni. Nel procedere in questa direzione si è ritenuto di fare proprie alcune domande di fondo che hanno sorretto e guidato un importante studio di un decennio addietro:
Il dibattito sociale sulle migrazioni è spesso intriso di luoghi comuni: quanto i libri di testo riescono a darne un’immagine meno stereotipata? I libri di testo offrono degli strumenti per capire e intervenire in seguito come cittadini sulle politiche che dovrebbero governare il fenomeno? (Valente et al. 2014, 5)
2. I processi migratori: letture geografiche
Come è noto, i processi migratori – e, più in particolare, le migrazioni internazionali – sono oggetto di interesse della geografia, ma anche di una molteplicità di altre discipline. Se, da una parte, questo impone di indagare tali fenomeni secondo un’ottica multidisciplinare (Amato 2012), dall’altra invita a una riflessione sulle specificità dell’approccio geografico in questo ambito di studio.
Secondo King l’intrinseca componente spaziale delle migrazioni ne fa un fenomeno “quintessentially geographical” (King 2020, 6); tuttavia, lo stesso studioso ricorda come il contributo della geografia ai Migration Studies sia stato spesso trascurato, sia per la frammentazione della disciplina in diversi sotto-filoni, sia perché l’approccio geografico è stato a lungo meramente descrittivo. Riferendosi in particolare al contesto italiano, Tanca (2019) ripercorre il rapporto tra geografia e fenomeni migratori individuando tre fasi: “immersione”, “emersione” e “affinamento e specializzazione”. Nella prima i movimenti delle persone venivano localizzati e descritti senza considerarne gli aspetti sociali, economici, politici, ecc.; si tratta di studi di matrice “distributivo-spaziale”, sostanzialmente impegnati a descrivere la collocazione e la distribuzione degli immigrati sul territorio. Negli anni Settanta, con la trasformazione dell’Italia da Paese di emigrazione a Paese di immigrazione, inizia la fase dell’“emersione”, e va affermandosi un approccio “territoriale”, più attento agli aspetti qualitativi che forgiano i rapporti tra i migranti e i luoghi. Il potenziale interpretativo della disciplina viene valorizzato e si diffonde “un clima sempre più orientato a considerare la geografia come scienza sociale”, che si manifesta con un crescente numero di studi attenti ad esplorare le relazioni tra attori sociali e territorio (Lombardi 2009, 31). Infine, nella fase “dell’affinamento e della specializzazione” la dimensione qualitativo-interpretativa acquista ancora maggiore spazio e la spinta ad esplorare il vissuto dei migranti porta, per esempio, a considerare il ruolo dell’immaginazione nel percorso migratorio, quale esperienza che coniuga la realtà con le aspettative, i bisogni e i desideri (Turco 2018; Maggioli, Arbore 2018).
A fronte di questa notevole varietà di temi, che non sarebbe possibile affrontare in maniera esaustiva in questa sede, si sono scelti quelli più interessanti ai fini della ricerca; in particolare, ci si è focalizzati sulla dimensione qualitativo interpretativa, così come sopra definita, e si sono selezionate alcune questioni che trovano maggiore rilevanza nei libri di testo.
L’attenzione si è concentrata su quattro ambiti di indagine. Si è condotta in primis l’analisi degli effetti delle migrazioni sui paesi di origine e di destinazione, mirando a cogliere gli aspetti maggiormente approfonditi. Come è noto, nel dibattito accademico su questo tema è centrale la prospettiva del transnazionalismo, concetto non univocamente definito (Tedeschi et al. 2022), la cui natura caleidoscopica permette di cogliere la complessità di questi fenomeni prima di tutto mettendo in discussione l’assunto che le migrazioni siano uno spostamento lineare da un luogo di partenza a uno di arrivo, ed evidenziando l’importanza dei territori “di transito” e le molteplici relazioni intrattenute dai migranti con queste realtà (Ehrkamp 2020). Non si tratta solo di studiare le trasformazioni economiche che avvengono nei paesi coinvolti – per esempio il ruolo delle rimesse per i familiari rimasti nei paesi d’origine (Vergalli 2017) – e i rapporti socioculturali che attraversano i confini fisici e simbolici delle nazioni, rendendo possibile, per esempio, sviluppare identità plurime (Boccagni 2020; Blunt 2007); ma anche di mettere in discussione l’idea stessa di “confine” quale verità cartografica assoluta, riconoscendo che esso non è una linea che delimita e separa gli stati gli uni dagli altri, ma uno spazio di relazione tra una molteplicità di attori, che lo trasformano e lo “spostano”; in questo senso, sono rilevanti per esempio gli studi sull’esternalizzazione della gestione delle migrazioni (Cuttitta 2020). Anche l’atto di migrare non va più considerato come una risposta passiva a determinate condizioni economico-sociali, ma come volontà di autodeterminazione da parte di soggetti che, con i loro corpi e con le loro esperienze, sfidano attivamente dinamiche di disuguaglianza spaziale e disparità di potere finalizzate a controllare e limitare il movimento e la libertà delle persone (Minca 2020; Mitchell et al. 2020).
In secondo luogo, si è indagato l’approccio dei manuali nel presentare le dinamiche tra popolazione autoctona e immigrata. Si è considerata in particolare la scelta di proporre una visione costruita sul binomio noi/loro, intesi quali gruppi omogenei, o di adottare diversamente uno sguardo attento a cogliere le diversità (di età, di genere, di classe sociale) relative soprattutto ai migranti. Nel primo caso si perpetua una tendenza che ha radici antiche in Europa e che costruisce l’identità del continente sulla base della contrapposizione con un presunto “Altro”, ritenuto inferiore e arretrato, legittimando di fatto politiche di esclusione e di restrizione agli spostamenti (Sajjad 2018). Nel secondo caso si evidenziano le geografie dei migranti, facendole conoscere e aiutando a comprenderne le esperienze, i bisogni e le specificità (Squire 2022).
In relazione al terzo focus della nostra analisi, si è deciso di verificare le espressioni usate nei libri di testo per definire le varie tipologie di migranti, correlandole alle cause che sono alla base della migrazione. A questo proposito, è importante ricordare che anche la terminologia può contribuire a una visione semplificatoria dei fenomeni: la stessa distinzione tra “migranti economici” – coloro che si spostano “volontariamente” per sfuggire alla disoccupazione, o in cerca di migliori condizioni lavorative – e “rifugiati” – che sono “costretti” a lasciare il paese d’origine per sfuggire da conflitti e/o persecuzioni – è di per sé problematica in quanto traccia un confine netto non sempre facile da individuare. Gli stessi soggetti, infatti, nel corso della loro esperienza, possono trovarsi sia nella condizione di “migranti” che di “rifugiati”, mentre le motivazioni che li spingono sono complesse e non è quindi sempre possibile distinguere tra migrazione “volontaria” e “forzata”, né affermare che la migrazione sia dovuta unicamente a cause “oggettive” (per esempio, insicurezza economica, politica o personale), senza tenere conto dell’influenza di fattori “soggettivi” (speranze, aspirazioni, immaginazione, ecc.) (Cristaldi 2020; Crawley, Skleparis 2018; Carling, Collins 2018)2.
Un’altra distinzione da sottolineare è quella fra migranti “irregolari” e “clandestini”: il glossario “Asylum and Migration”, redatto dall’“European Migration Network” (EMN), indica che non esiste una definizione univoca di “irregular migration” e che termini affini, quali “illegal/undocumented/non-documented, unauthorised migration” possono assumere significati diversi a seconda del contesto e delle politiche nazionali. Inoltre, a proposito del termine “clandestine”, Ambrosini e Hajer (2023) sottolineano che non può essere riferito agli esseri umani senza lederne la dignità, e scelgono perciò di parlare di “irregular migration”, soprattutto in riferimento alle persone che, dopo essere arrivate con un permesso, magari per studio o per lavoro, si trovano in situazione di irregolarità per essere rimaste dopo la scadenza del soggiorno autorizzato.
Un’ulteriore notazione va aggiunta a proposito dei termini usati per trattare le migrazioni causate dai disastri ambientali e dal cambiamento climatico: l’“European Migration Network” parla di “environmentally displaced persons” o “environmentally-driven migrant”, sottolineando invece che il termine “environmental refugees” è inappropriato, dal momento che queste persone non sono considerabili “rifugiati” in senso stretto secondo la Convenzione di Ginevra. In questo contesto, l’espressione “climate refugee” è comunque ritenuta particolarmente critica in quanto tende a semplificare le cause di questo tipo di spostamenti, dovuti non solo al cambiamento climatico, ma anche ad altri disastri naturali (Hiraide 2023; Morales-Giner, Ramos 2022).
Infine, l’ultimo focus riguarda le scelte politiche e giuridico-regolative in materia di protezione e di cittadinanza, rilevanti anche per l’importanza attribuita dai mezzi di comunicazione al fenomeno, spesso ritenuto emergenziale, dei migranti inappropriatamente denominati rifugiati. Evidenti risultano le difficoltà, ad esempio nell’ambito comunitario, di rendere operativo un comune sistema di accoglienza e di gestione delle pratiche di richiesta di asilo. In questo quadro da un lato aumentano l’incertezza e l’inefficacia dei sistemi di regolamentazione, dall’altro la cosiddetta accoglienza viene ridotta a un insieme di provvedimenti e di pratiche di controllo e confinamento lesive della libertà di movimento dei migranti (Altin 2019). Così, a fronte di un diritto ad emigrare, sancito dal sistema normativo internazionale, non risulta sempre garantito il diritto a immigrare, venendo meno la certezza di poter fare ingresso in un paese e di essere adeguatamente accolti, mentre vengono alimentate azioni di esclusione dettate dalla volontà di far prevalere il controllo territoriale sulla libertà di spostamento (Giordano 2018; Lo Schiavo 2010).
Alla luce di quanto finora osservato, si sottolinea l’importanza, anche nell’insegnamento della geografia a scuola, di adottare un approccio critico, che aiuti i giovani studenti a riflettere sulle grandi problematiche del mondo di oggi con apertura mentale e autonomia di pensiero (Huckle 2020, Squarcina 2007), superando generalizzazioni e visioni stereotipate (Brusa 1997). Diversamente, numerose ricerche condotte in alcuni paesi europei hanno evidenziato come i manuali di geografia per la scuola tendano di fatto a perpetuare i valori dominanti della società che li ha prodotti. Dörfel et al. (2023) per esempio, studiando le rappresentazioni della diversità nei libri di geografia usati in diversi gradi di scuola in Germania, rilevano la persistenza di un punto di vista eurocentrico e di una trattazione unidirezionale, che rinforzano e non riducono gli stereotipi, riflettendo il mainstream culturale dominante. Allo stesso modo, Hintermann (2023) afferma che i libri di geografia ed economia utilizzati in Austria rappresentano le migrazioni come un problema sociale, che tuttavia è necessario per i vantaggi economici e demografici che comporta, adottando una prospettiva semplificatoria. A conclusioni simili arrivano anche studi condotti sui libri di testo in altri paesi, quali per esempio Valente et al. in Italia (2014) e Schuermans nelle Fiandre (2013), che evidenzia anche la mancanza di discussione su temi importanti come razzismo e xenofobia. A fronte di una trattazione superficiale e stereotipata della migrazione nei manuali di geografia tedeschi di vari ordini di scuole, Budke e Kuckuck (2018) auspicano un cambiamento importante, che si apra alla complessità del fenomeno in tutti i suoi aspetti e valorizzi anche la varietà etnica delle classi, il multilinguismo e le esperienze di vita degli allievi con background migratorio. Adottando questo approccio, anche lo stesso libro di testo può diventare uno strumento più efficace nel supportare i docenti a ideare e condurre attività laboratoriali calate nella quotidianità migratoria e interculturale che interessa i contesti scolastici ed extra-scolastici degli studenti (Bozzi 2017; Pasquinelli d’Allegra 2017).
3. Domanda di ricerca e metodologia di analisi dei testi
L’obiettivo principale dello studio è quello di esplorare come i libri di testo di geografia, trattando i fenomeni migratori, possano aiutare i ragazzi a sviluppare un atteggiamento mentale aperto e costruttivo nei confronti dell’“Altro” che arriva da un paese differente (che sia il compagno di classe, il vicino di casa o lo sconosciuto con cui si condivide un luogo) e per acquisire le competenze necessarie a vivere in contesti sempre più multiculturali, decostruendo stereotipi e pregiudizi e interpretando in modo critico le informazioni ricevute dai media (Rocca 2011).
Pur nella consapevolezza della presenza della tematica anche in alcuni sussidiari della scuola primaria, seppure solo con pochissimi cenni, e in modo sicuramente più approfondito, anche se in genere con un approccio più descrittivo, nei libri di testo di geografia per la scuola secondaria di primo grado, la ricerca individua come fonte privilegiata i manuali indirizzati agli studenti della scuola secondaria di secondo grado. Va inoltre sottolineato che la fascia d’età dai 14 ai 19 anni risulta la più idonea per trattare in maniera ricca e problematica la tematica migratoria, in ragione anche della significativa e articolata attenzione in genere ad essa riservata dai manuali. La scelta ha riguardato ventidue testi con l’intento di soddisfare due preliminari criteri. Il primo concerne la volontà di abbracciare un arco temporale all’incirca di quarant’anni, articolato in quattro periodi: il penultimo e l’ultimo decennio del secolo scorso, dal 2001 al 2010 e infine la fase più recente. In questo modo si sono confrontate diverse fasi del fenomeno migratorio, in particolare nel contesto nazionale, al quale i manuali tendono a dedicare maggior attenzione. I testi analizzati più datati sono stati pubblicati in un intervallo temporale in cui significativi erano i flussi in uscita e in un contesto geopolitico che ancora vedeva la contrapposizione tra Est e Ovest. Gli anni Novanta del secolo scorso invece hanno rappresentato una fase di forti modifiche anche per quanto concerne le dinamiche migratorie, con i nuovi spostamenti dai paesi dell’Europa orientale verso la porzione occidentale del continente e con un’Italia che da terra di emigranti si trasformava in paese di approdo per i migranti. Nel primo ventennio del nuovo millennio si assiste ad un consolidamento delle dinamiche precedenti, a cui negli anni più recenti si aggiungono i conflitti in varie aree del Nord Africa e del continente asiatico (Siria e Afghanistan in particolare), e attualmente anche nel quadrante ucraino, che propongono con forza le componenti migratorie dei richiedenti asilo e dei rifugiati.
Poter disporre di testi che siano stati o siano in adozione nei differenti indirizzi di studio ha rappresentato il secondo criterio. Quindi sono stati esaminati manuali rivolti al biennio e al triennio degli istituti tecnici di indirizzo economico e turistico, al primo anno degli istituti professionali e al biennio liceale. Non è invece stato individuato come criterio essenziale quello rappresentato dall’annualità e quindi non si è ritenuto di dover garantire un calibrato equilibrio numerico tra i testi per il biennio e quelli per il triennio e neppure tra le tre annualità di quest’ultimo.
Ai fini della lettura e dell’analisi è stata creata una scheda di lavoro con l’obiettivo di individuare le principali informazioni fornite dai libri di testo riguardo ai temi di nostro interesse.3 Si sono quindi approfondite alcune questioni di particolare rilevanza, che costituiscono sostanzialmente le domande di ricerca. Esse riguardano in primis il modo di trattare i fenomeni migratori: il lessico utilizzato rispecchia e definisce adeguatamente il caleidoscopico universo composto dalle diverse tipologie di migranti e migrazioni?; l’immigrazione, soprattutto verso l’Italia e i paesi europei, viene esaminata come un fenomeno strutturale o ancora come un’emergenza? Altre domande si focalizzano sul rapporto tra migranti, luoghi e popolazioni: tra gli effetti delle migrazioni sui paesi coinvolti vengono trattati soprattutto gli aspetti economici, o anche quelli legati all’integrazione socio-culturale?; il fenomeno migratorio viene prevalentemente rappresentato come un problema che richiede soluzioni o anche come un’opportunità di scambio reciproco e arricchimento?
4. Il fenomeno migratorio nei libri di testo: un’analisi
4.1. Effetti delle migrazioni sui paesi di partenza e di arrivo
Gli effetti delle migrazioni sui paesi coinvolti dai flussi compaiono, in diversa misura, in quasi tutti i libri editi dopo il Duemila, con una maggiore attenzione per i paesi di arrivo rispetto a quelli di partenza. Per quanto riguarda questi ultimi, i testi rilevano come l’immigrazione contribuisca alla riduzione della pressione demografica e al contenimento della disoccupazione. L’effetto più citato è di tipo economico e rappresenta il pressoché unico riferimento ad una dimensione transnazionale: si tratta infatti delle rimesse, fondamentali entrate per la stabilità economica dei paesi di origine e per il sostentamento delle famiglie rimaste in patria. Solo pochi testi annoverano tra gli effetti negativi la perdita di forza lavoro nei paesi d’origine e la diminuzione del numero di individui giovani e qualificati, portatori di competenze che spesso non vengono adeguatamente sfruttate nei paesi di accoglienza (Simonetta, Giorda 2011). Si tratta a tutti gli effetti di una “fuga dei cervelli”: tuttavia, questa espressione viene impiegata prevalentemente per indicare le recenti ondate migratorie di individui giovani, e con alti livelli di istruzione, dall’Italia e da altri paesi europei verso altre regioni del continente, e non per le persone che emigrano dai paesi del Sud in direzione del Nord, veicolando l’idea che nei paesi ricchi arrivino soprattutto le persone più povere e prive di competenze (si veda per es., DO.GE 2003).
Più corposa è la trattazione degli effetti del fenomeno migratorio sui paesi di arrivo. Si rilevano prima di tutto le ricadute sul piano demografico, sia a scala mondiale che europea e italiana: gli immigrati sono una “risorsa demografica”, poiché contrastano la tendenza dei paesi ospitanti alla crescita zero e all’invecchiamento sempre più marcato; sono anche una “risorsa economica”, poiché contribuiscono all’equilibrio del sistema finanziario e previdenziale dei paesi ospitanti, lavorando soprattutto nel settore dei servizi alla persona (rilevante nel caso italiano è il fenomeno delle “badanti”). I testi sottolineano anche che gli immigrati svolgono attività poco qualificate e accettano mansioni faticose e pericolose, spesso con salari bassi e senza contratto, generalmente rifiutate dalla popolazione locale. Nonostante condizioni di lavoro difficili, gli immigrati riescono talvolta a diventare imprenditori, sebbene il fenomeno dell’imprenditoria straniera sia più raramente menzionato. Pochi testi nominano l’arricchimento culturale come fattore positivo del contatto fra popolazioni diverse, permettendo uno scambio di idee e valori. Nella maggior parte dei casi si sottolinea invece che un aumento eccessivo degli immigrati può innescare negli autoctoni atteggiamenti di razzismo e xenofobia, pregiudizi e diffidenza. In altri termini, l’immigrazione, e la conseguente convivenza tra persone di diversa cultura, costituiscono un pericolo per i paesi ospitanti, creando conflitti e instabilità sociale (LA.RI.GE 1999). Meno frequentemente viene messo in evidenza quanto siano i migranti stessi ad essere in pericolo, sia per l’ostilità nei loro confronti, che per la generale precarietà della loro condizione (Annunziata et al. 1994).
4.2. Chi sono coloro che migrano?
Attraverso questa domanda si è verificato se le migrazioni vengano trattate secondo un’ottica “binaria” – che vede i migranti come un gruppo omogeneo contrapposto all’altrettanto omogenea “popolazione ospitante” – o se invece si operino delle differenziazioni in base ad alcune caratteristiche specifiche. Il primo approccio è certamente il più presente nei testi analizzati, dove “loro”, ovvero appunto i migranti, vengono contrapposti a “noi”, a seconda della scala italiani, europei o abitanti dei paesi sviluppati. Questa tendenza compare già negli anni Novanta, anche con accenti poco aderenti alla realtà: l’“invasione araba” porta in Europa individui deboli e analfabeti, “quasi sempre impreparati all’impatto con società in pieno dinamismo e strutturalmente forti, come quella europea contemporanea” (DO.GE 2003, 137). Se una trattazione tanto stereotipata è un’eccezione, la rappresentazione binaria si conferma però estremamente resistente, essendo presente anche in libri più recenti: in un testo del 2019, per esempio, non si menzionano le migrazioni all’interno dei paesi europei e l’Europa è anzi rappresentata come una sorta di monolite etnicamente omogeneo, mentre “i fenomeni migratori costringono gli europei ad abituarsi a vivere in una società multietnica” (Cadorna 2019, 72).
Dopo il Duemila si inizia sempre più di frequente a definire con maggiore precisione il profilo dei migranti: si migra soprattutto in giovane età, o in età da lavoro e in alcuni casi si chiarisce che dai paesi del Sud del mondo non arrivano solo individui poco qualificati, ma anche persone diplomate e laureate, poiché a spostarsi è soprattutto la parte più dinamica e istruita della popolazione (Simonetta, Giorda 2011; Barberis et al. 2107; Bianchi et al. 2020a). Compare anche il fenomeno della femminilizzazione delle migrazioni e viene sottolineata la crescente presenza femminile in alcuni casi specifici, quali per esempio l’imprenditoria straniera in Italia (Iarrera, Pilotti 2008).
4.3. La terminologia: tipi di migrazione e cause
Nei libri editi tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso la terminologia usata tende a restare a un livello molto semplice, riportando prima di tutto la classica dicotomia tra “migrazioni spontanee” e “migrazioni forzate”, o “coatte”: le prime sono compiute per ragioni economiche e vengono perciò anche chiamate “migrazioni per lavoro”, le seconde sono invece conseguenza di una situazione di instabilità nel paese di origine dei flussi. Allo stesso modo, si trova la distinzione tra “migranti”, che si spostano alla ricerca di lavoro, e “profughi” o “rifugiati”, usati quali sinonimi, che fuggono da guerre, persecuzioni, carestie e siccità (DO.GE 1988; Annunziata et. al. 1994; LA.RI.GE 1999). Gli stessi termini vengono impiegati sia in riferimento alle migrazioni del passato, sia per trattare i flussi dal “Terzo Mondo” verso i paesi più sviluppati, che allora stavano diventando sempre più consistenti. In entrambi i casi, la causa principale viene individuata negli squilibri economici e demografici tra diverse aree del pianeta: fra paesi europei e Americhe nelle migrazioni transoceaniche di fine Ottocento, fra un Sud del mondo povero e giovane e un Nord ricco e anziano per le migrazioni più recenti. Già negli anni Ottanta, viene inoltre sottolineata l’esistenza di migrazioni “legali” e migrazioni “clandestine” o “illegali”, caratteristica quest’ultima per esempio dei flussi di lavoratori dall’America centrale verso gli USA durante la seconda metà del XX secolo (DO.GE 1988), ma anche delle più recenti migrazioni internazionali. La differenza tra legalità e illegalità/clandestinità non viene però approfondita, probabilmente perché ritenuta autoevidente: così, per esempio, gli albanesi arrivati in Italia alla fine degli anni Novanta sono definiti “extracomunitari legalizzati”, per distinguerli dai “clandestini”, senza fornire ulteriori precisazioni (Formica 1999).
Dall’inizio del Duemila, si rileva un arricchimento del vocabolario e una più precisa definizione di termini prima confusi tra loro e/o usati come sinonimi: in primis viene chiarita la differenza tra immigrati “clandestini” e “irregolari” e quella tra “profughi”, “rifugiati” e “richiedenti asilo” (Iarrera, Pilotti 2008; Di Napoli, Valagussa 2011; Cadorna 2019). A questi si aggiungono poi gli “sfollati”, gli “sfollati interni” e, più raramente, gli “apolidi” (Carpanelli et al. 2008; Motta 2017; Carpanelli 2020). Questa maggiore attenzione alla terminologia si accompagna in alcuni testi a un approfondimento su problematiche importanti: per esempio, la connessione tra l’ingresso nel paese in condizioni di clandestinità e l’irregolarità della posizione lavorativa, con conseguente rischio di sfruttamento (Carpanelli et al. 2008), o l’esistenza di leggi sempre più restrittive, che possono generare tentativi di immigrazione illegale (Simonetta, Giorda 2011).
Dalla seconda decade del secolo compaiono le categorie dei “profughi climatici”/“migranti ambientali”/“profughi ambientali”/“migranti climatici”, espressioni generalmente utilizzate come sinonimi (Gamberucci 2017b; Carpanelli 2020; Mercalli, Di Napoli 2021), e quella dei “cervelli in fuga” soprattutto in relazione all’Italia, paese dal quale si torna a migrare, benché gli emigranti di oggi siano diversi da quelli di ieri (Gamberucci 2017a; Bianchi et al. 2020a).
Vengono affrontate anche altre questioni, che, sebbene non siano sempre adeguatamente approfondite, dimostrano il tentativo di evidenziare la complessità del nesso globalizzazione/migrazioni: così, in alcuni testi si legge che le nuove tecnologie creano aspettative riguardo al paese di arrivo, ma rendono anche possibile mantenere i contatti con il luogo d’origine (Gamberucci 2017b); in altri invece che la globalizzazione è riuscita a rendere più facili gli spostamenti, ma non a sanare gli squilibri economici e sociali che costringono a migrare (Bianchi et al. 2020b); ancora, sebbene non si approfondisca in modo critico il concetto di confine, si menziona la contraddizione esistente tra un mondo fatto di paesi sempre più legati da molteplici relazioni e la volontà di costruire barriere fisiche e muri per fermare il movimento delle persone (Cadorna 2019).
4.4. Il quadro di riferimento normativo e regolamentare
Solamente i manuali pubblicati dalla fine del secolo scorso forniscono alcuni cenni, in modo esplicito o indirettamente, sugli aspetti normativi e della regolamentazione, in quanto solo la reale o presunta emergenza migratoria che a diverse ondate sta interessando il continente europeo dagli anni Novanta pare abbia richiesto l’impegno a non trascurare questa dimensione. In particolare, il dibattito acceso in Italia sulle regole da introdurre per arginare o governare il fenomeno degli sbarchi, ha richiesto necessariamente un interessamento, anche se minimo, da parte degli autori dei testi.
Si fa così in genere cenno all’introduzione di soglie massime di immigrati che possono essere accolti, ma senza precisare a quale tipologia di migranti queste vengano poi applicate e nemmeno a quanto ammontino questi sbarramenti, soprattutto in riferimento al numero di chi fa ingresso e in rapporto alle condizioni demografiche, sociali ed economiche del paese esaminato (Annunziata et al. 1994). Non manca qualche esempio in cui, riferendosi al contesto europeo, si precisa la prassi di adottare delle politiche regolative e restrittive, in particolare in base alla disponibilità di posti di lavoro. Queste politiche mirano infatti a soddisfare il fabbisogno di manodopera, molto forte soprattutto in alcuni paesi e in determinati settori produttivi e ambiti di servizio, con la necessità di gestire al meglio i conflitti sociali. Va precisato che se il riferimento a una quota, introdotta o da introdurre, viene connessa alla preoccupazione per le possibili tensioni sociali, religiose ed etniche che un aumento eccessivo degli immigrati potrebbe comportare, la percezione negli studenti lettori di una sua imprescindibilità e bontà appare quasi scontata (Carpanelli et al. 2008).
Sempre in maniera generica, si sostiene la necessità di introdurre e far rispettare regolamentazioni relative ai flussi migratori in ingresso, sottolineando la necessità di cooperazione tra i diversi paesi, anche per applicare “misure restrittive e punitive per i clandestini” (Di Napoli, Valagussa 2011, 156), ritenendo che risulti condizione necessaria, per la più recente e crescente componente dei rifugiati, dover dimostrare l’elevato rischio di poter essere vittime di persecuzioni nel paese di origine; in caso contrario non potrebbero ricevere alcuna forma di protezione (Mercalli, Di Napoli 2021).
Sul tema delle politiche migratorie in Italia, più manuali ne evidenziano i ritardi sul fronte legislativo, con il ricorso eccessivo alle sanatorie e la mancanza di un quadro normativo complessivo e chiaro (DO.GE 2003). Ad esempio, si sottolinea l’inadeguatezza normativa che grava fortemente sui bambini, in particolare quelli di seconda generazione, penalizzando il loro percorso di integrazione (Gamberucci 2017a). Mancano in genere riflessioni approfondite sulle politiche di accoglienza e integrazione, con qualche eccezione come nel caso della richiesta di introdurre opportune politiche sociali a favore dei gruppi minoritari, scelta individuata come unica soluzione per garantire forme di reciproca comprensione, “pur nella tutela degli specifici elementi di identità” (LA.RI.GE 1999, 172).
5. Discussione e conclusioni
In sede conclusiva si avanzano delle riflessioni di sintesi con l’obiettivo di porre l’accento su alcuni aspetti ritenuti prioritari e per offrire qualche elemento utile a sostenere la discussione sui fenomeni migratori.
Una prima annotazione concerne l’aspetto temporale. Nell’arco di quarant’anni i manuali hanno mediamente intensificato l’attenzione rivolta alla tematica migratoria, fornendo anche letture più articolate e multi-prospettiche, superando così l’approccio prevalentemente descrittivo che caratterizzava i testi degli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso. Dopo il Duemila si nota un approfondimento relativo a diversi aspetti: viene dedicata maggiore attenzione alla relazione fra i migranti e i luoghi di partenza e arrivo e alle trasformazioni che ne derivano, soprattutto nella sfera economica; vengono precisate meglio le caratteristiche di coloro che scelgono di lasciare il proprio paese; compare la dimensione normativa, questione sempre più urgente in considerazione dell’aumentare degli arrivi. Infine, cruciale è la questione terminologica: la progressiva assunzione di consapevolezza del fatto che i protagonisti dei flussi migratori non potessero essere definiti indistintamente migranti, extra-comunitari oppure clandestini ha infatti arricchito e reso meno generica ed eticamente più appropriata la produzione terminologica impiegata, nonostante una certa approssimazione persista, costituendo un fattore, anche se probabilmente inconsapevole, di confusione a danno dei giovani lettori. La tendenza a dare conto della crescente complessità e articolazione dei fenomeni trattati si nota anche analizzando le proposte di verifica e gli altri strumenti didattici presenti nei manuali: soprattutto nella seconda decade del Duemila compaiono infatti – oltre a letture di approfondimento ed esercizi di comprensione del testo, già presenti anche in precedenza – attività più propositive, per esempio la visione di film dedicati alla tematica migratoria (Di Napoli, Valagussa 2011; Motta 2017), o la realizzazione di ricerche in rete (Barberis et al. 2107; Bianchi et al. 2020a). Molto interessanti risultano anche alcuni compiti di realtà che prevedono un coinvolgimento attivo dei ragazzi e che si focalizzano sul contesto territoriale locale, come lo scatto di foto di ethnoscapes nel proprio luogo di vita (Simonetta, Giorda 2011) o l’analisi delle diverse componenti etniche nel microcosmo della propria classe, attraverso l’indagine delle provenienze dei ragazzi stessi e dei loro genitori (Gamberucci 2017a).
A fronte di questi aspetti positivi, è tuttavia importante evidenziare che ai fenomeni migratori viene spesso attribuita, in modo più o meno esplicito, una connotazione problematica. C’è quindi da chiedersi se sia appropriato didatticamente, oltre che congruo sul piano etico, accostare all’immigrazione la constatazione di una reale o supposta situazione di pericolo (Hintermann 2010). Abbastanza frequente risulta infatti l’avvicinamento tra immigrazione, attività illegali, instabilità e conflittualità sociale. A questo proposito, bisogna rilevare che nella maggior parte dei testi analizzati si sottolinea che gli effetti positivi dell’immigrazione sui paesi di arrivo sono di tipo economico e demografico, mentre l’arricchimento culturale viene menzionato meno spesso. Lo scambio di valori fra culture diverse è di per sé un fenomeno positivo, ma sostanzialmente a due condizioni: che il numero degli immigrati non sia “eccessivo” e che essi riescano a integrarsi nel nuovo contesto di vita. La prima questione riporta alla paura dell’“invasione”: oltre una certa soglia numerica, se gli immigrati sono troppi, il contatto fra culture non è più arricchente, ma diventa problematico, perché minaccia e rischia di far crollare, gli equilibri esistenti (sociali, culturali, economici, ecc.), quasi giustificando i conseguenti atteggiamenti di xenofobia e intolleranza da parte degli autoctoni. Raramente si sottolinea che tali sentimenti si fondano su pregiudizi e idee irrazionali, che andrebbero affrontati prima di tutto a livello culturale, con opportune attività formative (DO.GE 2003), e sul piano legislativo, con politiche sociali specifiche (LA.RI.GE 1999).
Una ulteriore questione concerne l’integrazione: essa è condizione necessaria per consentire agli immigrati di diventare cittadini effettivi e attivi nella nuova società, attraverso la garanzia di possedere precisi diritti e doveri (Cadorna 2019); tuttavia, anche quando propongono approfondimenti in merito, gli autori dei testi non ritengono necessario fornire una definizione precisa di integrazione. L’unica eccezione in proposito ricorda che l’integrazione è un “adattamento consapevole a un sistema sociale di cui si accettano le norme e i valori culturali, secondo un processo reciproco che porta a un riequilibrio della società” (Simonetta, Giorda 2011, 346). Nella maggior parte dei testi si tende invece, anche implicitamente, a trattare l’integrazione come un insieme di difficoltà che gli immigrati devono affrontare: trovare un lavoro, imparare la lingua e, anche, riuscire a farsi accettare dalla popolazione ospitante (Mercalli, Di Napoli 2021; Di Napoli, Valagussa 2011). In questo modo si trasmette agli studenti l’idea che integrarsi sia soprattutto un problema degli immigrati, che essi hanno il dovere di superare, e che invece la popolazione autoctona debba solo limitarsi ad “accettarli”, adottando un ruolo passivo.
Un altro aspetto su cui si desidera portare l’attenzione è il fatto che impiegare troppo spesso, e in maniera non puntuale e circostanziata, i termini “clandestino” e “irregolare” induce a percepire gli immigrati come un effettivo fattore di rischio (Valente et al. 2014). Più raramente sono ritenuti essi stessi in pericolo, considerando che stanno fuggendo da condizioni che mettono in forte precarietà la loro esistenza e che gli atteggiamenti di intolleranza nei loro confronti costituiscono un serio aggravamento del loro stato e della loro possibilità di integrarsi.
Certamente la componente dei migranti definita “clandestina” è in aumento in questi ultimi anni. Andrebbero però attentamente esaminate le motivazioni alla base di questo fenomeno, valutando anche il fatto che spesso non ci sono vie legali per migrare da certi paesi verso altri. Esiste in questi casi un’alternativa alla clandestinità? Inoltre, c’è da domandarsi se l’immigrazione clandestina vada frenata difendendo i confini o creando, invece, corridoi umanitari e sistemi di immigrazione legale. Infatti, in genere nei manuali sono molto contenute, o mancano totalmente, le annotazioni sulla possibilità di entrare in un paese rispettandone le regole di ingresso, né si dice perché è così difficile, da certi paesi, emigrare legalmente in altri. Se si dipinge il migrante come colui che giunge clandestinamente, risulta irregolare o nella migliore delle ipotesi è in cerca di rifugio, si rischia di spingere a identificarlo come un soggetto che può creare difficoltà, a cui eventualmente richiedere soprattutto doveri, preoccupandosi meno di garantire diritti.
Inoltre, per fornire una trattazione più chiara sul fenomeno migratorio, sarebbe importante proporre un minimo quadro politico-giuridico, diversificato in base alla scala geografica. Entra in gioco così la dimensione delle politiche di accoglienza, dei provvedimenti normativi, delle regole e delle effettive pratiche per l’ingresso e per la gestione dei flussi migratori. Si tratta di aspetti in buona parte trascurati nei libri di testo e che, se proposti, risultano poco approfonditi. Ad esempio, non si fa cenno al fatto che si dovrebbe superare l’attuale sistema di accoglienza, promuovendo politiche che possano favorire reali processi di integrazione e inclusivi, sostanziando al meglio l’azione stessa dell’accogliere, nel suo valore solidale e umanitario (Gambazza et al. 2020) e superando l’idea di una azione politica indirizzata “per gli altri, per i diversi, per quelle persone da tenere totalmente separate dal resto della popolazione” (Avallone 2018, 12).
Alla luce di queste osservazioni e consapevoli che “acquisire una mentalità critica e autonoma, scevra da condizionamenti sociali troppe volte contaminati da pregiudizi, non è impresa facile” (De Vecchis, Pasquinelli d’Allegra 2026, 165), si ritiene opportuno sottolineare che i libri di testo analizzati risultano parzialmente ancora deficitari e poco efficaci nel favorire una piena comprensione dei fenomeni migratori in tutti i loro risvolti, nel rafforzarne una lettura critica e nel supportare lo sviluppo di competenze cognitive e umane improntate al dialogo e all’inclusione, valori che appaiono indispensabili per vivere in un mondo sempre più complesso dal punto di vista culturale.
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1 La stessa Carta Internazionale sull’Educazione Geografica (UGI 2016) inserisce le migrazioni tra gli argomenti di rilevanza per la geografia a scuola.
2 Crawley e Skleparis parlano di “feticismo categoriale”, per sottolineare come anche queste operazioni di “etichettamento” rispondano ad esigenze politiche di controllo, mirate a stabilire chi va accolto e chi invece respinto.
3 La scheda, denominata “Carta d’identità del testo”, ha proposto un’anagrafica iniziale seguita da due sezioni, identiche nella articolazione, relative al capitolo o al paragrafo specificatamente dedicati al tema migratorio. In queste erano previste informazioni su titolo, numero di pagine dedicate, struttura del capitolo/paragrafo e sugli aspetti ritenuti significativi ai fini della ricerca, riprendendo l’impianto teorico-concettuale scelto. Infine, la sezione Il fenomeno migratorio altrove per appuntare singole voci di glossario, proposte operative o contenuti interessanti di didascalie relative all’apparato iconografico.