https://doi.org/10.36253/bsgi-7675
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Edoardo Boria, L’analisi geopolitica. Metodi e tecniche, Roma, Carocci, 2026, 306 pp.
Guido Chelazzi, Aldabra 1979 – Un’isola nella tempesta dell’Antropocene, Milano, Mimesis, 2023, 118 pp.
“anthropos e oikos” sono le parole con cui si conclude il libro Aldabra 1979 e nelle quali si concentra in estrema sintesi il significato di esso.
Per vari decenni l’autore è stato una figura di rilievo a livello internazionale negli studi di ecologia ed etologia. Una specificità della sua impostazione scientifica è consistita nell’attenzione rivolta all’intreccio interattivo di natura e cultura.
L’opera nasce dalla memoria autobiografica di una suggestiva e istruttiva esperienza giovanile di ricerca compiuta sull’atollo di Aldabra, uno dei più vasti del modo, facente parte della Repubblica delle Seicelle, nell’Oceano Indiano occidentale, disabitato e caratterizzo da una biodiversità di eccezionale valore. L’atollo aveva richiamato l’attenzione anche di Darwin durante il suo viaggio intorno al mondo. L’esperienza personale si inserisce in una vicenda internazionale che assume un significato emblematico del problematico rapporto tra uomo e natura, giunto oggi a un inedito livello di criticità globale.
Nel periodo in cui si svolse l’esperienza di ricerca, si manifestò l’intenzione, da parte dei governi statunitense e britannico, di creare sull’atollo una grande base militare aero-navale, la quale avrebbe devastato il grande patrimonio naturale sopravvissuto nell’atollo. Grazie a una campagna di sensibilizzazione operata dai naturalisti di vari paesi, i governi americano e britannico rinunciarono a realizzare questo progetto. La rinuncia fu facilitata dal fatto che venne individuata un’alternativa (adatta alla realizzazione del medesimo progetto) nell’atollo di Diego Garcia, nel medesimo Oceano Indiano, sviluppando ulteriormente le strutture ivi già esistenti. La scelta implicava anche in questo caso un danno rilevante all’ecosistema ma, in termini comparativi, esso risultava inferiore a quello che sarebbe stato inferto attraverso la realizzazione del medesimo progetto ad Aldabra.
Come chiaramente espresso dall’autore, nessun ecosistema è isolato, incapsulato in un contenitore che possa proteggerlo integralmente, ma, al contrario, subisce inevitabilmente gli effetti provenienti dai danni inferti al resto del pianeta. La soluzione prescelta, quindi, riduceva il danno, ma non lo annullava.
Dopo la lettura del libro, una considerazione che – in termini interrogativi – si potrebbe proporre alla luce del caso di Aldabra riguarda il metodo, ovverosia il criterio che si potrebbe adottare nelle innumerevoli occasioni nelle quali ci troviamo di fronte a scelte che riguardano il rapporto tra uomo e ambiente.
Di fatto, il genere umano – per quanto reso largamente informato delle gravissime criticità generate dal suo rapporto con l’ambiente – sembra non essere in grado di intraprendere un percorso “terapeutico” comune, che coinvolga coerentemente tutte le sue frammentate e antagonistiche componenti. Consapevoli di ciò, e in un’ottica pragmatica, ovverosia graduale, transitoria e incrementale, potremmo ipotizzare che un criterio da adottare ogniqualvolta si prospettino interventi gravemente dannosi per l’ambiente sia quello di una valutazione comparativa tra interventi diversi e quindi di una scelta del “male minore”. Il concetto richiama quella che è una cruda definizione della politica: “non la scelta tra il bene e il male, ma tra il male e il peggio”. Ovviamente, questo criterio applicato alla problematica tra uomo e ambiente non rappresenta “la” soluzione ma, al massimo, un espediente per procrastinare la “resa dei conti”. Equivarrebbe, sperabilmente, a guadagnare un po’ di tempo per favorire una presa di coscienza globale del rischio esistenziale a cui va incontro a medio termine tutta la specie umana (anthropos), la quale tuttora stenta a rendersi conto di abitare una casa comune (oikos), la cui cura è necessaria, come ovvio, per il proprio benessere e la propria sopravvivenza.
Quello espresso sinteticamente nella penultima pagina del libro Aldabra 1979 è un concetto che negli ultimi anni del secolo scorso fu oggetto di accesi dibattiti tra naturalisti ed economisti, poi caduto nell’oblio: la necessità di valutare criticamente non soltanto la “qualità” dei comportamenti degli utenti umani dell’ambiente terrestre, ma anche la “quantità”, cioè la numerosità degli utenti umani dell’ambiente in rapporto alla sua capacità portante.
Nel frattempo, i rilevanti squilibri ambientali ed economici tra le varie parti del mondo risultano ovviamente graditi alla quota di umanità che ne trae immediato vantaggio. In termini diagnostici – tuttavia – questo comportamento potremmo classificarlo come “miopia”.
Gabriele Ciampi
Seth M. Holmes, Frutta fresca, corpi spezzati. Braccianti migranti negli Stati Uniti d’America, Milano, Meltemi, 2023, 308 pp., ill.
Lo studio delle migrazioni è uscito da tempo dalla nicchia dello specialismo per assumere il ruolo di tematica mainstreaming: oggi sarebbe impensabile redigere un repertorio bibliografico completo e si farebbe fatica anche a mettere insieme una lista esaustiva di riviste internazionali sul tema. Lo sguardo si pone prevalentemente su visioni di insieme, sui temi del bordering, sulle drammatiche condizioni dei richiedenti asilo e sulla conseguente critica ai sistemi di accoglienza. Diventa pertanto importante contribuire con “carotaggi” sui luoghi che restituiscano spaccati oltre l’emergenzialità, attraverso inchieste di terreno che restituiscano spaccati delle conflittualità dei processi di trasformazione dettati dall’arrivo dei migranti. Frutta fresca, corpi spezzati assume una rilevanza per il sapere geografico perché racconta un’indagine di campo e soprattutto perché si muove nell’ambito dell’agricoltura, settore produttivo su cui tradizionalmente la geografia ha appuntato la sua attenzione. Si tratta di un testo rilevante, finalmente tradotto in italiano, per questo filone di ricerca che restituisce le drammatiche condizioni lavorative dei migranti in agricoltura negli Stati Uniti. Come recita il titolo, il libro denuncia il legame tra il consumo di frutta fresca negli Usa e la sofferenza fisica e sociale dei braccianti migranti indigeni che la raccolgono. Nel contesto italiano non mancano indagini di rilievo negli ultimi anni che restituiscono esempi di osservazione partecipante di particolare pregio per la difficoltà di realizzazione (si pensi ai lavori di Valeria Piro, oppure di Enrica Rigo e Nick Dines e, in ambito geografico, al recente Natural Border di Timothy Raeymaekers e i lavori di Romain Filhol sul Mezzogiorno); una produzione che si associa a una letteratura grigia di monitoraggio sempre utile (si pensi al rapporto annuale dell’Osservatorio Placido Rizzotto della FLAI-CGIL). Seth Holmes è un antropologo medico che ha condotto una prolungata osservazione partecipante vivendo e lavorando con i migranti Triqui indigeni dal Messico, prediligendo l’analisi delle gerarchie etniche e lavorative nell’agricoltura degli Stati Uniti. Il testo si concentra sulla violenza strutturale e simbolica che normalizza la sofferenza sociale e le disparità sanitarie affrontate dai lavoratori agricoli migranti, contrapponendo le loro esperienze alle percezioni e ai comportamenti degli operatori sanitari e della società che li ospita. Attraverso un approccio antropologico “incarnato”, Holmes svela come le forze economiche globali, le politiche migratorie e il razzismo contribuiscano all’oppressione sistemica dei Triqui e di altri gruppi ai gradini più bassi della scala lavorativa. Questa struttura impone ai lavoratori indigeni Triqui di Oaxaca, Messico, le condizioni di lavoro più dure e pericolose, causando un deterioramento fisico sistematico. L’analisi di Holmes si fonda su un “continuum della violenza” per spiegare la sofferenza dei lavoratori osservati. Questo quadro teorico collega diverse forme di violenza che si rafforzano a vicenda. L’approccio “incarnato” fa riferimento all’uso del proprio corpo come strumento di ricerca per comprendere la sofferenza dei migranti. Per un anno e mezzo, l’Autore vive in una baracca nel campo di lavoro, raccoglie fragole piegato per ore, sperimenta il dolore fisico (ginocchia, schiena), la stanchezza e le condizioni abitative precarie. Accompagna una famiglia allargata Triqui da Washington alla California, vivendo come senzatetto per una settimana e condividendo un appartamento sovraffollato nei bassifondi. Si unisce, inoltre, a un gruppo di uomini Triqui nel pericoloso attraversamento del deserto dell’Arizona, venendo catturato e incarcerato dalla Border Patrol. Una scelta di posizionamento radicale che non riesce ad azzerare le condizioni pregresse, come capita quasi sempre in queste osservazioni a partecipazione e coinvolgimento profondo. Per quanto accompagni queste persone in questi percorsi di sofferenza, il corpo bianco del ricercatore viene trattato sempre in modo radicalmente diverso. I supervisori scherzano con lui e lo aiutano, mentre insultano i Triqui. In un Burger King, ottiene facilmente le patatine fritte corrette, mentre i suoi compagni Triqui non oserebbero mai chiederle per paura di ritorsioni. Questo metodo permette a Holmes di riflettere in generale sulla posizionalità e di accedere a una comprensione viscerale della sofferenza che non sarebbe possibile attraverso la sola osservazione o le interviste. Nondimeno, la differenza corporea tra lui e i lavoratori messicani, se da un lato conferma l’impossibilità della retorica della mimesi, svela la profondità della gerarchia sociale e del razzismo. La violenza strutturale e simbolica si manifesta direttamente sui corpi dei lavoratori Triqui. L’Autore documenta tre casi emblematici che illustrano le diverse sfaccettature del continuum della violenza. Nel primo esempio, un raccoglitore di fragole di 35 anni, che subisce un grave infortunio al ginocchio a causa della postura innaturale e dei movimenti ripetitivi richiesti dal lavoro, viene accusato di esagerare il dolore. Nel secondo caso, un uomo soffre di mal di testa debilitanti, scatenati dagli insulti razzisti (“stupido oaxaca”, “cane”) dei supervisori. L’unico rimedio che trova è bere grandi quantità di birra. Questo lo porta a incarnare lo stereotipo del messicano alcolizzato e potenzialmente violento, giustificando così, in un circolo vizioso, il trattamento che subisce. I medici, incapaci di vedere la causa sociale, diagnosticano un “problema con l’autorità” e un problema di alcolismo, incolpandolo per la sua stessa sofferenza. Un anziano Triqui soffre di dolori cronici allo stomaco che gli impediscono di mangiare. Attribuisce il suo dolore a una vita di duro lavoro, ma soprattutto al fatto di essere stato torturato (preso a calci e pugni allo stomaco) dalla polizia federale messicana perché sospettato di appartenere a un movimento per i diritti degli indigeni. La sua storia di violenza politica diretta viene completamente cancellata o travisata dal sistema sanitario, che in un caso lo registra come “un vecchio pugile”. Sotto accusa è il modo in cui la biomedicina, lo “sguardo clinico”, secondo la lezione di Michel Foucault, analizza la condizione dei migranti. Il sistema sanitario, anche quando ben intenzionato, fallisce nel curare i migranti a causa di questo “sguardo clinico” che decontestualizza la malattia, ignorandone le cause sociali, colpevolizzando il migrante malato. I medici, vincolati da barriere strutturali e linguistiche, finiscono involontariamente per incolpare le vittime per la loro stessa sofferenza, rafforzando le dinamiche di esclusione. Il viaggio attraverso il deserto per entrare negli Stati Uniti è descritto come un’esperienza centrale di sufrimiento (sofferenza), caratterizzata da pericoli mortali. La retorica pubblica inquadra questo rischio come una scelta individuale, occultando le forze strutturali che lo rendono una necessità per la sopravvivenza.
Secondo Holmes, la sofferenza dei braccianti non è un incidente, ma il prodotto diretto di forze economiche (come il NAFTA), politiche migratorie e gerarchie lavorative che costituiscono una “violenza strutturale”. Il NAFTA ha devastato l’agricoltura di sussistenza in Messico, relegando i Triqui, nelle gerarchie lavorative, ai compiti più pericolosi. Si produce, così, “assassinio sociale”, per usare la metafora di Friedrich Engels. Questa violenza si manifesta in corpi spezzati, malattie croniche e sofferenza psicologica. Le disuguaglianze estreme vengono normalizzate e rese invisibili attraverso la “violenza simbolica”. Questo concetto, mutuato dal sociologo Pierre Bourdieu, è l’interiorizzazione e la legittimazione delle gerarchie sociali da parte di tutti, dominanti e dominati. Attraverso schemi mentali e corporei (doxa e habitus), le strutture di potere appaiono naturali e inevitabili. Questo porta a giustificare la sofferenza dei Triqui sulla base di stereotipi legati alla loro etnia, cultura o presunta costituzione fisica. Si cristallizzano, dunque, stereotipi razziali e di classe che, condivisi a tutti i livelli della gerarchia (inclusi i lavoratori stessi), fanno apparire la sofferenza dei Triqui come una conseguenza “naturale” della loro presunta inferiorità fisica o culturale, piuttosto che come il risultato di uno sfruttamento sistemico. Nel combinato disposto di violenze, si aggiungono quelle più evidenti: quella politica diretta, riferita al terrore fisico mirato, come la repressione militare e paramilitare contro i movimenti indigeni in Messico e la violenza quotidiana che si costruisce su micro-interazioni umilianti e normalizzate a livello domestico e istituzionale (insulti dei supervisori, trattamento sprezzante nei presidi ospedalieri…).
In sintesi, l’opera dimostra in modo inequivocabile che i benefici di cui godono i consumatori nei paesi ricchi sono direttamente e causalmente legati alla sofferenza fisica e alla violenza strutturale inflitte ai corpi dei lavoratori più vulnerabili nella catena di produzione alimentare globale. L’indagine e il relativo testo originario sono ormai di 13 anni fa, quando ancora non era all’orizzonte il primo mandato Trump. Dunque, il contesto raccontato è notevolmente peggiorato, grazie a un sistema di governo che ha fatto della lotta all’immigrazione uno dei primi punti in agenda. Nondimeno, leggendo questo testo, si ha la conferma che le radici di un razzismo istituzionalizzato negli Usa erano già presenti allora.
Fabio Amato
Tim Marshall, La terza dimensione delle mappe. Come la geografia dello spazio deciderà il nostro futuro, Milano, Garzanti, 2023, 272 pp.
Con La terza dimensione delle mappe, Tim Marshall estende la sua ormai consolidata linea di analisi geografica e geopolitica – già sviluppata in Le 10 mappe che spiegano il mondo e Il potere delle mappe – verso la frontiera extraterrestre, configurandosi come uno dei rari tentativi divulgativi di sistematizzare una geografia dello spazio. Il volume si articola in tre parti: una ricognizione storico-culturale del rapporto tra civiltà umana e cosmo (Parte I), un’analisi delle dinamiche competitive contemporanee tra le potenze spaziali (Parte II) e una proiezione speculativa sul futuro prossimo e remoto dell’espansione umana oltre l’atmosfera (Parte III).
Il contributo più originale del volume risiede nell’applicazione del paradigma geopolitico classico allo spazio circumterrestre e cislunare. Marshall riprende esplicitamente le categorie geopolitiche di Mahan (potere marittimo) e Mackinder (potere continentale), riproponendole nella loro declinazione del potere spaziale: l’orbita bassa (LEO), i punti di Lagrange, la superficie lunare e le traiettorie gravitazionali tra i corpi celesti vengono trattati come spazi geografici dotati di una propria struttura strategica, con corridoi preferenziali, chokepoint orbitali e asset territoriali contendibili. Questa operazione concettuale – che l’autore definisce “astropolitica” – non è del tutto inedita in letteratura (si pensi al lavoro seminale di Everett Dolman, opportunamente citato, che aveva aperto questo campo a cavallo del millennio), ma il merito di Marshall sta nel renderla accessibile a un pubblico non specialistico, senza per questo rinunciare alla sostanza analitica.
Il volume intercetta con acutezza alcune delle questioni centrali nella letteratura geografica: il nesso tra controllo delle risorse extraterrestri (elio-3, ghiaccio d’acqua, terre rare lunari) e vantaggio competitivo geopolitico; la strutturazione di “sfere d’influenza” spaziali in analogia con i blocchi geopolitici terrestri; la crisi degli strumenti normativi internazionali – dal Trattato sullo spazio extra-atmosferico del 1967 ai più recenti Artemis Accords – di fronte alla progressiva privatizzazione e militarizzazione del settore. Marshall analizza anche la geografia dell’accesso allo spazio extraatmosferico, vale a dire i vincoli fisici (latitudine dei siti di lancio, dinamiche di rotazione terrestre, Van Allen belts) come determinanti strutturali della distribuzione del potere spaziale, collocandosi in una tradizione geografica che riconosce al territorio, anche extraterrestre, un ruolo non neutro nella formazione degli equilibri di potere.
Nella trattazione dedicata alla geografia dell’orbita, l’autore descrive le diverse fasce - dall’orbita bassa alla geostazionaria fino allo spazio cislunare - distinguendole per funzione strategica e uso militare e civile, in un percorso descrittivo che si avvicina, senza teorizzarla, alla logica della differenziazione spaziale per funzione. Analogamente, i capitoli su Cina e Stati Uniti restituiscono un quadro della competizione spaziale come estensione della rivalità geopolitica terrestre, senza cadere nel determinismo tecnologico che affligge molta letteratura di settore. Il capitolo sulla guerra spaziale, costruito attorno a uno scenario ipotetico ambientato nel 2030, è di taglio più giornalistico, ma efficace nell’illustrare le interdipendenze tra dominanza orbitale e proiezione di forza terrestre.
Da una prospettiva esogeografica – intesa come studio delle logiche di territorializzazione e delle dinamiche socioeconomiche connesse all’espansione umana, diretta o mediata, oltre i confini atmosferici – il volume costituisce un riferimento divulgativo di qualità, ma mostra i limiti intrinseci di un approccio che privilegia la narrazione geopolitica di primo livello rispetto all’analisi strutturale dei sistemi territoriali emergenti. Manca, in particolare, una riflessione sulle differenze qualitative tra la geografia dello spazio e quella terrestre: la mancanza di confinamento fisico degli Stati, la gestione dei commons orbitali come bene pubblico globale, la produzione di territorialità in assenza di suolo fisico, l’inadeguatezza delle scale geografiche convenzionali di fronte a domini – dal cislunare all’interplanetario – in cui le stesse categorie di prossimità, confine e accessibilità cambiano qualitativamente e non solo quantitativamente, l’emergere di nuove forme di sovranità funzionale (Starlink come infrastruttura critica de facto): sono tutti temi che avrebbero meritato maggiore attenzione. La disciplina dell’esogeografia, ancora in fase di consolidamento epistemologico, ha bisogno di testi fondativi capaci di articolare la specificità ontologica dello spazio extraterrestre rispetto alle categorie geografiche convenzionali: Marshall si ferma un passo prima di questo salto analitico. Ma sarebbe ingiusto farglielo pesare: non era questo il suo compito. Marshall è un giornalista che porta la geografia al grande pubblico con rara efficacia, non un geografo chiamato a ridefinirne i confini epistemologici. Il salto analitico che il volume non compie è precisamente quello che spetta alla disciplina stessa.
Una notazione finale, che trascende il volume ma non è priva di interesse per i lettori di questo Bollettino, riguarda il modo in cui la geografia viene presentata – o rimossa – nel dispositivo editoriale e nella costruzione bibliografica. Nei titoli originali di Marshall il termine “geography” occupa stabilmente la posizione principale (Prisoners of Geography, The Power of Geography, The Future of Geography), mentre nelle edizioni Garzanti scompare sistematicamente a favore di “mappe”: Le 10 mappe che spiegano il mondo, Il potere delle mappe, La terza dimensione delle mappe. Il lemma “maps”, confinato nei sottotitoli originali, viene così promosso al centro della scena in quelli italiani, relegando il riferimento disciplinare al solo paratesto – quarte, schede, materiali promozionali – dove pure ricorre con insistenza. È plausibile leggere in questa scelta una strategia di posizionamento: “mappe” evoca atlanti, viaggi e fascinazione visiva, mentre “geografia” rischia di richiamare nel lettore italiano la materia scolastica nella sua versione più nozionistica e percepita come “debole”. Il paradosso è evidente: un autore che costruisce l’intera opera sull’assunto che la geografia è chiave di lettura del mondo - e in questo caso anche oltre di esso - viene introdotto al pubblico italiano come narratore di mappe più che come divulgatore della geografia.
La stessa tensione affiora nella bibliografia del volume. Nella lista degli autori citati non compaiono geografi in senso stretto, con l’eccezione di Bohumil Doboš, geografo politico di formazione e unico studioso che vi si avvicini sul piano disciplinare. Ma, anche in questo caso, sarebbe ingeneroso addebitarne la responsabilità a Marshall. Una geografia dello spazio, è vero, esiste da decenni, con radici che risalgono almeno a William Bunge (Theoretical Geography, 1962) e al primo inquadramento geopolitico dello spazio extraterrestre offerto da Glassner e De Blij (Systematic Political Geography, 1988). Il campo si articola poi attraverso la riflessione di Denis Cosgrove sulle fotografie della Terra dallo spazio (1994), confluita nel volume Apollo’s Eye (2001), le geografie di Marte di K. Maria D. Lane (2005), le analisi di Barney Warf sulle infrastrutture satellitari (2007), il manifesto critico di Fraser Macdonald (“Anti-Astropolitik”, 2007), fino ai lavori di Oliver Dunnett e Julie Klinger. Eppure, questo campo è rimasto ai margini, come riconosce lo stesso forum collettivo su Progress in Human Geography del 2019, dove si lamenta che il contributo dei geografi allo studio dello spazio “remains fairly limited in comparison to other disciplinary fields”. In realtà, il vuoto è stato occupato con maggiore efficacia da politologi, analisti strategici e giuristi - quegli stessi autori che Marshall, coerentemente, cita. La geografia viene mobilitata nei titoli e nei concetti, ma è rimasta ai margini della conversazione scientifica per ragioni che le appartengono. È precisamente in questo ambito - tra la geografia invocata e quella ancora incompiuta - che si colloca il progetto dell’esogeografia: un tentativo di ricondurre lo sguardo geografico al centro del dibattito sulla presenza umana nello spazio, pensando forme, poteri e disuguaglianze dei futuri extraterrestri con gli strumenti propri della disciplina.
Ciò detto, La terza dimensione delle mappe assolve con efficacia alla sua funzione primaria: rendere intellegibile, a un pubblico istruito ma non specialistico, la complessità di un dominio geografico e geopolitico che si sta rapidamente trasformando in teatro di competizione sistemica. Nel frattempo, la corsa spaziale non si è fermata, rendendo il volume già parzialmente datato nei dettagli ma non nella sostanza analitica. Per chi si muove già entro i confini disciplinari della geopolitica dello spazio, delle geografie dello spazio extraatmosferico e dell’esogeografia il testo offrirà conferme più che sorprese; per chi si avvicina per la prima volta a questi temi, rappresenta un punto di partenza solido e stimolante.
Alfonso Giordano
Sara Caputo, Sentieri sull’acqua. Le origini della cartografia e la nuova immagine del mondo, Touring Club Italiano, 2024, 382 pp.
Il libro di Sara Caputo, pubblicato prima in inglese col titolo Tracks on the Ocean. A History of Trailblazing, Maps and Maritime Travel (Profile books, 2024) e poi in Italia come Sentieri sull’acqua. Le origini della cartografia e la nuova immagine del mondo (Touring Club Italia, 2024), ha un duplice obiettivo: per un verso intende ragionare su come la nostra forma mentis di moderni sia stata inestricabilmente segnata dai tracciati indicati sulle carte geografiche sin dall’antichità e, in modo particolare, nel corso di tutta la modernità, con speciale riguardo alle rotte globali e alla misurazione della longitudine; per un altro verso si discosta dal modello di scrittura prettamente accademica, per proporre tali argomenti a un più vasto pubblico, dunque con un proposito di alta divulgazione scientifica.
L’operazione è certamente in parte riuscita, ma presenta alcuni punti di minor solidità che proverò ad analizzare.
Il tema che sottende tutto il libro è di straordinario fascino e ancora non opportunamente studiato. L’autrice ha un particolare talento nel narrare le storie dietro all’elaborazione delle carte, in forma efficace e adottando una tecnica di scrittura peculiare, con aneddoti biografici, curiosità scientifiche, in cui si integra bene la riflessione storica con quella cartografica e di storia della scienza. Il libro segue, anche per questa sua ricchezza, un percorso a zig-zag, con dei saliscendi cronologici che derivano dalle tematiche scelte per la suddivisione dei capitoli più che da una linea temporale continua.
L’autrice, senior research fellow al Magdalene College di Cambridge, affronta con dovizia di particolari il tema al centro della sua trattazione, muovendosi con dimestichezza su diverse epoche storiche senza mostrare vacillamenti, improntando la struttura del testo non su base cronologica (come sembrano suggerire i primi due capitoli) ma su percorsi tematici, che invece innervano il libro dal terzo capitolo in poi. Si passa dal mondo senza impronte, quello cioè dei premoderni, dei peripli, della Tabula Peutingeriana e delle mappae mundi medievali ai pionieri, coloro i quali indicarono i primi veri tragitti globali sulle carte geografiche nel periodo dell’età delle grandi esplorazioni, per affrontare poi il tema della scrittura sull’acqua, relativa soprattutto alla storia dei grandi processi di territorializzazione da parte europea che si basavano sul dominio dello strumento cartografico e della navigazione, e del racconto di storie proprio tramite le linee cartografiche, approfondendo il rapporto tra cartografia e letteratura. Tenere traccia è un capitolo dedicato all’accuratezza dei diari di viaggio dei “geografi a vele spiegate”, mentre una via maestra comune? si sofferma sull’elaborazione delle “vie di mare”, quando cioè i primi navigatori iberici solcarono i mari globalmente fino all’istituzione dei servizi transoceanici di trasporto marittimo che percorrevano vere e proprie linee marittime arrivando fino alla realizzazione del Canale di Suez.
L’ultimo capitolo affronta i controtracciati, vale a dire le narrazioni stabilite su carta da parte delle donne o dei popoli non europei, dando spazio a quelle navigatrici e a quegli avventurieri che non fanno parte – nel nostro immaginario collettivo – dell’“eroismo esplorativo” che viene associato ai viaggiatori europei: il tracciato è – secondo l’autrice – un “costrutto mascolino” che “aveva alle spalle un intero arsenale ideologico” (p. 256), perché “i tracciati marittimi sono stati strumenti per l’espressione personale e narrativa di uomini bianchi relativamente potenti” (p. 251).
Metodologicamente il libro non è né un trattato strettamente scientifico né un romanzo storico. Non che questo rappresenti un problema di per sé, anzi: dovrebbe essere possibile, percorribile e anche valorizzabile la via di una seria trattazione scientifica che con un linguaggio più accessibile fuoriesca dalla ristretta cerchia di pubblico di specialisti accademici, come l’autrice propone di fare. In questo caso, forse, l’interdisciplinarietà mostrata, con elementi di arricchimento notevole al libro nel suo complesso, e dunque alle informazioni recepite dal lettore, ha fornito uno sguardo ibrido su un tema di storia della cartografia che però mostra alcuni tratti più incerti, nella terminologia utilizzata e nelle fonti, pure molto ricche e cospicue. C’è da dire che la ricchezza di aneddoti storici e di racconti narrati dall’autrice rappresenta la fonte di maggior ricchezza del testo.
Lo stesso carattere “spurio” del testo, tra argomentazione scientifica e alta divulgazione, talvolta disorienta il lettore. Non è questo un problema oggettivo, ma di mera sensibilità personale: il fatto è che la tematizzazione in parte cronologica in parte concettuale appare talvolta dispersiva o vagamente rapsodica. Non essendovi una distinzione netta e inequivocabile tra i temi, talvolta gli stessi argomenti affrontati nei diversi capitoli sembrano intrecciarsi tra loro e la lettura finale risulta meno fluida di quanto avrebbe potuto essere e di tanto in tanto un po’ ripetitiva.
L’ibridazione la si nota anche nella scelta del sottotitolo italiano, che forse devia l’attenzione del lettore: “le origini della cartografia e la nuova immagine del mondo” suona decisamente come una spiegazione cartografica, che però non è il terreno prevalente di riflessione dell’autrice.
Almeno nell’edizione italiana questo emerge nella terminologia usata, non sempre impeccabile, laddove si fa ad esempio un uso quasi compulsivo del termine “cartine geografiche” o dell’aggettivo “artista” (pp. 62, 93) piuttosto che “cartografo”, per contrassegnare l’attività di Battista Agnese o di altri “geografi di laboratorio”. Potrebbe trattarsi di una questione puramente di traduzione, se non fosse che il tema al centro del trattato, evidenziato peraltro nel sottotitolo, avrebbe dovuto comportare una maggior attenzione lessicale. Tanto che si ravvisa anche un’altra questione metodologicamente non ininfluente. Nel ricco apparato di note, che dà conto di una vasta e variegata bibliografia consultata, non vengono riportati testi e saggi dell’importante scuola italiana di storia della cartografia, che pure avrebbero impreziosito ulteriormente il libro.
Se l’autrice si è giustamente basata sul bel libro di Tim Ingold Siamo linee: Per un’ecologia delle relazioni sociali (Treccani, 2020), cruciale nella riflessione sulle linee, tra le fonti non compare un riferimento a chi, prima di altri, ha affrontato il tema delle linee globali come argomento storico-cartografico dalle enormi implicazioni politiche e diplomatiche della modernità. Caputo non fa cenno a Carl Schmitt e alla sua elaborazione relativa alla nascita del pensiero per linee globali come delineato nel Nomos della Terra, un imprescindibile punto di partenza per chi voglia affrontare il tema delle global lines cartografiche. Sarebbe stato un utile appiglio, non solo perché il giurista tedesco ha abbozzato la questione da un punto di vista anche cartografico, oltre che storico e culturale, ma anche perché ha proposto una categorizzazione sulla quale si poteva ragionare utilmente. Se egli infatti individua tre tipologie di linee globali nelle Rayas, avviate col Trattato di Tordesillas, e poi nelle Linee di amicizia, il cui massimo esemplare è rappresentato dalla clausola del trattato di Cateau-Cambrésis del 1559, e infine nel concetto geografico di Emisfero occidentale elaborato più avanti, la stessa trattazione di Caputo individua altre linee cartografiche: un raffronto con quell’approccio sarebbe stato non solo utile ma anche molto fruttuoso, concettualmente e storicamente.
In ultimo, dal punto di vista formale, si osserva una propensione dell’autrice a leggere con le lenti del presente i fatti e gli autori del passato, cosa che rischia talvolta di rallentare la lettura o renderla eccessivamente didascalica. Anche in tal caso si tratta di una questione di sensibilità personale, sia chiaro, ma il testo è pieno di caveat che, applicati ad epoche storiche passate, distraggono il lettore e conferiscono una veste di eccessivo giudizio storico.
Ciò appare evidente soprattutto nell’introduzione, che tenta quasi di “giustificare” il proposito di studiare il passato europeo fatto di colonialismo e violenze, certo, ma anche di avanzamento tecnologico e di reali, concrete e innegabili nuove “scoperte”. Proprio su quest’ultimo concetto l’autrice sostiene che “in realtà la ‘scoperta’ non esiste, o almeno non così come ce la figuriamo di solito” e che contrassegnarla come tale è una mera mossa di potere (p. 21). Nel premettere ciò, in realtà sembra contraddire una parte consistente della sua trattazione, che a conti fatti mette in luce come la stessa storia da lei narrata rappresenti una serie infinita di scoperte geografiche, tecnologiche e scientifiche, acquisite, sedimentate e trasmesse dagli europei anche mediante il dispositivo cartografico, come l’autrice ammette.
In molte parti del libro Caputo parla poi della “devastazione” o del “collasso ambientale” che sarebbe stato prodotto dai vascelli europei sin dalla prima modernità, con riferimenti che non appaiono così forti da giustificare quelle forti affermazioni. La storica di Cambridge sostiene che tra le spedizioni europee che “lasciarono il segno anche sull’ambiente costiero, se non (ancora) sul mare” (p. 122), in alcuni casi si “costruirono monumenti e affissero targhe, rivendicando per le loro nazioni territori che spesso appartenevano ad altri (…). Il capitano della Cornovaglia aveva inciso i nomi delle piante seminate sui tronchi degli alberi vicini” (pp. 122-123). Qui si menzionano fatti ed episodi che appaiono francamente di poco conto, soprattutto rispetto ai “nuovi tracciati moderni” che hanno “segnato eccome i mari” (p. 247). Poco più avanti la stessa autrice sostiene che l’impatto umano ha assunto molte forme, e quelle più evidenti sono date “dalle microplastiche, che perlopiù derivano dai rifiuti prodotti sulla terraferma e per giunta sono difficili da ‘localizzare’”, anche se “secondo alcuni studi, è possibile che l’impatto complessivo sia più limitato di quanto temuto” (p. 248).
Insomma, l’assunto che permea una parte non indifferente del libro e che viene spesso rimarcato, relativo all’impatto ambientale dei tracciati marittimi – affermando che le scie di spuma che “si sono cristallizzate in inchiostro, e con il tempo sono state rivomitate in acqua e nell’aria come sfregi di inquinamento” (p. 23) – viene quasi contraddetto dalla stessa autrice, che per un verso cerca i tratti di questo impatto anche laddove riferisce di episodi marginali, per un altro verso riconosce che quello stesso impatto anche nei tempi più recenti potrebbe essere stato piuttosto limitato.
Vi è un altro “tic” culturale che si ravvisa spesso tra le pagine del libro, e ha a che fare con la storia europea.
Caputo sostiene ad esempio che “gli imperi europei scrissero sul mondo come se fosse una cosa loro” (p. 137), che le linee sul mare “sarebbero il marchio oscuro dell’impatto umano che quei navigatori si lasciarono dietro”, fatto di violenze e devastazioni (pp. 118-119), o che “per gran parte della loro storia, i tracciati marittimi sono stati strumenti per l’espressione personale e narrativa di uomini bianchi relativamente potenti” (p. 251). Quando si esprime addirittura sulle paure degli europei i quali, laddove vedevano cannibalismo, “perlopiù non stavano osservando la ‘verità’, ma il riflesso delle proprie paure più ancestrali” (pp. 104-105), fino a sostenere che “il Pacifico si riflesse sugli europei come uno specchio delle loro stesse paure e fantasie, mutandone radicalmente la forma” (p. 119), non solo entra in una sorta di dinamica accusatoria che mal si attaglia a un’analisi storica distaccata, ma sembra anche contraddirsi. Nelle stesse pagine in cui parla dell’invenzione del cannibalismo, che altro non era se non il riflesso delle paure europee, riferisce infatti dell’assoluta accuratezza e meticolosità dei diari di bordo tenuti dai viaggiatori: forse la meticolosità valeva per le rotte ma non per ciò che dicevano di osservare?
Sotto questo profilo, il libro sarebbe risultato assai più potente se si fosse focalizzato solo sulla parte analitica, evitando quelle attualizzazioni tipiche del dibattito odierno, che indeboliscono – almeno ad avviso di chi scrive – la trattazione nel suo complesso. Che rimane, in ogni caso, piacevole e di sicuro interesse, affrontando un tema originale e di grande potenzialità euristica.
Alessandro Ricci
Elisa Bignante, Maurizio Memoli, Geografia filmica. Il film geografico e il video partecipativo, Sesto San Giovanni, Mimesis, 2025, 270 pp.
Geografia filmica – che non è uno studio sui rapporti tra geografia e cinema come potrebbe lasciar intendere il titolo – è un libro importante, prezioso e “cattura” quella che sembra essere una prassi in continua crescita ed evoluzione nella geografia visuale, sociale e umana, italiana (si veda, ad esempio, la piattaforma GeoVisum, progetto supportato dalla Società Geografica Italiana esplorabile in https://www.geovisum.com/) e internazionale. Si tratta di realizzare film geografici e video partecipativi, in cui il protagonista è lo spazio o un tema spaziale, attraverso cui diffondere in modo più ampio la ricerca, la produzione della conoscenza e dei saperi geografici, da restituire non solo alla comunità accademica, ma anche – e forse soprattutto – a un pubblico più vasto. Ciò nella convinzione che sia sempre più necessario utilizzare strumenti creativi e partecipativi in grado di costruire conoscenza geografica e di restituirne i contenuti in modalità adatte a una documentata divulgazione scientifica e culturale.
L’obiettivo del volume è enunciato in apertura attraverso una dichiarazione d’intenti, in forma di manifesto programmatico, in un certo senso anche politico, affinché il film geografico e il video partecipativo – e in generale le geografie fatte con la camera – possano essere oggetto di dibattito in vista di un loro riconoscimento anche ai fini della valutazione delle carriere accademiche e della produzione della conoscenza (p. 15). Questa scelta dell’Autrice e dell’Autore comporta l’assenza di una conclusione in senso tradizionale: la dichiarazione d’intenti iniziale si configura a tutti gli effetti anche come la conclusione finale.
La tesi di fondo del libro sostiene che è possibile fare ricerca geografica realizzando film geografici e video partecipativi – che non sono la stessa cosa – come metodo d’indagine, come strumento di confronto e apprendimento, come forma espressiva e linguaggio comunicativo e come approccio alla ricerca e al campo.
Scritto in maniera lineare e costruito intorno a cinque capitoli più un’introduzione, una bibliografia e una filmografia, il libro delinea gli elementi concettuali, teorici, metodologici ed epistemologici del film geografico e del video partecipativo e si sviluppa raccontando le esperienze di chi, compresi Elisa Bignante e Maurizio Memoli con il contributo di altri ricercatori e altre ricercatrici, ha adottato le teorie, i metodi e i procedimenti del film geografico e/o del video partecipativo nelle proprie ricerche. Teorie, metodi e procedimenti che nel volume sono spiegati in dettaglio, con profondità filosofica e consapevolezza critica, includendo anche un punto di vista più tecnico-operativo, molto utile per chi volesse cimentarsi in questo tipo di esperienza. La lettura del libro porta in giro per il mondo ed è accompagnata da alcune scritture corsive, poste all’inizio dei paragrafi senza una cadenza precisa, che servono a contestualizzare e a raccontare momenti di vita di studiosi e studiose collegati alle loro esperienze di ricerca sul campo. “Filmare il mondo” – che è il titolo del primo capitolo – facendo ricerca attraverso le metodologie del film geografico e del video partecipativo permette, secondo l’Autrice e l’Autore, di “osservare, esplorare, comprendere e raccontare i luoghi” (p. 18) e i fatti spaziali; rappresenta una modalità per entrare in interazione con i luoghi e con l’ambiente, intercettare i fenomeni socio-spaziali e far emergere le trasformazioni dello spazio.
Attraverso il racconto delle esperienze di ricerca condotte utilizzando gli approcci del film geografico e del video partecipativo il libro, inoltre, riflette sui temi del posizionamento, di chi ricerca e di chi è ricercato, della soggettivazione e oggettivazione del mondo, del rapporto tra spazio e narrazione, del potere della camera nel “creare” lo spazio che noi osserviamo. E qui sorge un paradosso, discusso approfonditamente nel testo: per quanto le geografie filmiche si propongano come “testimonianza e studio di specifici fenomeni spaziali” (p. 71), esse rimangono sempre delle costruzioni, delle rappresentazioni interpretative, mai neutre, che intervengono nella realtà nello stesso modo in cui vi interviene un testo scritto (p. 136). La camera rimane così un medium, un mezzo, uno strumento. L’immagine, lo scrivevano bene due geografi, Giorgio Bergami e Tonino Bettanini, in un testo del 1975 dal titolo Fotografia geografica/Geografia della fotografia, possiede un forte potere di persuasione che può influenzare la conoscenza culturale dell’individuo, offrendo chiavi di lettura del mondo. La fotografia, come ogni rappresentazione visuale dello spazio, tende a essere percepita come una copia fedele della realtà, ma questa apparente veridicità è un’illusione. I significati del film geografico e del video partecipativo dipendono dalle intenzioni di chi li realizza, oltre che dal contesto sociale in cui circolano, ma possono contribuire alla condivisione e alla presa di coscienza dei problemi spaziali e delle contraddizioni sociali (p. 25) e, proprio per questo, essere utilizzati per riconoscerli, evidenziarli e, possibilmente, superarli.
A parte qualche refuso, che non inficia la scorrevolezza della lettura, se si volesse immaginare come un volume così prezioso possa essere ulteriormente arricchito, si potrebbe osservare che un elemento discutibile è la mancanza di contenuti visuali e di rappresentazioni dello spazio. Il libro, infatti, è privo di immagini. Naturalmente, non è possibile riprodurre in un libro i film e i video di cui si è discusso, ma per un testo che si inquadra nel filone di ricerca della geografia visuale l’assenza di immagini rimane un limite significativo, per quanto superato da un’ottima chiarezza espositiva che consente a chi legge di poter immaginare le scene dei film analizzati.
Sebbene il volume non si proponga di stimolare la produzione di film o video partecipativi e benché realizzare un film geografico o un video partecipativo non sia cosa da poco, in termini di dispendio di risorse economiche e di tempo, spesso incompatibili con le risorse e i tempi della ricerca accademica, l’intento di utilizzare questi strumenti sia per rafforzare la ricerca sia per renderla più fruibile appare sempre più largamente condiviso. È dunque plausibile ritenere che, nel prossimo futuro, anche grazie a testi importanti come quello a cui qui si fa riferimento, aumenteranno sia la quantità sia la qualità delle geografie filmiche e il numero dei ricercatori e delle ricercatrici che utilizzeranno la camera nella ricerca geografica.
Nicolò Matteucci
Margherita Cisani, Benedetta Castiglioni e Giovanna Di Matteo, Patrimoni oltre natura e cultura. Le riserve della biosfera UNESCO in Italia, Milano, Mimesis Edizioni (Collana Kosmos), 2025, 260 pp.
Il volume “Patrimoni oltre natura e cultura. Le riserve della biosfera UNESCO in Italia” di Margherita Cisani, Benedetta Castiglioni e Giovanna Di Matteo e pubblicato da Mimesis Edizioni, Collana Kosmos, esplora temi, tempi e spazi che intrecciano il paesaggio, il patrimonio e la natura. E lo fanno “al plurale”, dando corpo a una pluralità fatta di voci, intenti e spunti. Il titolo apre una dichiarazione di carattere epistemologico che il testo raccoglie e porta con sé lungo lo scorrere delle pagine: il/i patrimonio/i non come insieme di oggetti statici ma come campo di tensioni in cui agiscono valori e politiche, pratiche e rappresentazioni. Si tratta quindi di una scelta esplicitata di voler affrontare questa complessità, di sguardi e di approcci, mediante una prospettiva geografica matura e aperta all’apporto di altre discipline, capace di fornire strumenti per superare la dicotomia natura-cultura e per riconoscere nelle contraddizioni elementi vitali dei paesaggi contemporanei. Obiettivo dichiarato, e indubbiamente raggiunto, quello di contribuire alla riflessione sull’interazione tra le politiche di conservazione/patrimonializzazione della natura e del paesaggio e le pratiche di valorizzazione/fruizione degli stessi.
Il testo si articola in una struttura ben delineata, suddivisa in tre parti. Nella prima, le autrici costruiscono il quadro di riferimento teorico che sostiene l’intero progetto: viene analizzata la triade concettuale patrimonio-paesaggio-natura ponendo in rilievo come spesso i tre termini siano stati posti, e definiti per molto tempo, in contraddizione l’uno con l’altro, sia nell’ambito della tradizione accademica sia nel linguaggio delle politiche pubbliche. La geografia assume qui il ruolo di “territorio fertile” in cui ricomporre tali separazioni mediante operazioni di integrazione e sintesi in grado di accoppiare il piano semantico con quello politico: il superamento della dicotomia delle sfere natura-cultura ha infatti il significato di messa in discussione delle gerarchie tra saperi, tra istituzioni e comunità, tra esperti e abitanti. Inserita nel contesto dell’Antropocene, in cui si assiste a una sovrapposizione tra crisi ecologiche e sociali, la riflessione condotta dalle autrici acquisisce un valore paradigmatico. La nozione di paesaggio non è più riducibile all’idea del “bel panorama”, ma si configura come un dispositivo per comprendere le relazioni tra società e ambiente. Il patrimonio non coincide con oggetti/beni da sottoporre a tutela ma con un processo di attribuzione di valore, negoziato e rinegoziato continuamente. La natura smette di essere identificata con un altrove incontaminato e diventa un campo di pratiche e conflitti che possono coinvolgere soggetti umani e non umani. Il volume offre una lettura critica su alcuni dispositivi di conservazione e valorizzazione a livello nazionale, mettendo in evidenza come la legislazione italiana paesaggistica e ambientale continui a fare da specchio a una visione dicotomica. Anche la Convenzione Europea del Paesaggio consente alle autrici di mettere in luce i rischi connessi con la stessa definizione di paesaggio, ancora oggi ancorata alla sommatoria di elementi naturali e antropici. Il superamento di questa dicotomia richiede un cambio di paradigma, che porti a intendere il paesaggio come relazione viva, esito di processi sociali, economici e simbolici in continua trasformazione.
Nella seconda parte i/le lettori/trici vengono condotti nei territori, nelle narrazioni e nelle progettualità delle ventuno Riserve della Biosfera UNESCO italiane (Man and the Biosphere MAB), mostrandone la varietà geografica e la ricchezza di esperienze. Danno vita, così, a un vero e proprio atlante critico delle aree MAB, mantenendo una linea di coerenza rispetto all’impianto teorico presentato nella prima parte: gli approfondimenti relativi ad alcuni casi di studio restituiscono fili per continuare a interrogarsi, e tessere la trama, sul rapporto tra salvaguardia, partecipazione e sviluppo sostenibile. Sostenibilità che si misura anche con l’analisi di proposte ricreative e turistiche nelle MAB che sempre più trovano nella prossimità il raggio di spostamento e di senso. La terza parte apre, infine, la porta a studiose e studiosi internazionali con cui nei capitoli si amplificano le riflessioni legate al dibattito sull’heritage e sul paesaggio unitamente alle questioni di tutela della natura e al suo legame con le pratiche ricreative e turistiche.
Tra i passaggi più significativi del volume emerge il concetto di “conservazione conviviale” qui mutuato dall’ecologia politica e ripensato in chiave geografica. Conservare non significa lavorare per il mantenimento dell’immutabilità, quanto piuttosto prendersi cura delle trasformazioni, orientarle e abitarle. Si tratta di un approccio che implica una ridefinizione del rapporto che intercorre tra tutela e sviluppo, due dimensioni che nel libro, contrariamente alla tradizione in cui vengono poste in contrapposizione, sono lette come poli di una medesima tensione produttiva. Alla logica del vincolo, le autrici propongono di sostituire quella della responsabilità condivisa, spostando l’accento dalla protezione alla partecipazione.
Sul piano metodologico, il volume rappresenta un ottimo esercizio di geografia critica: se da un lato decostruisce le categorie dominanti, dall’altro ne propone una ricomposizione in un linguaggio relazionale. La scrittura, densa e con registro accessibile, riesce a coniugare rigore teorico e chiarezza espositiva. Alcune citazioni che arricchiscono il testo, quali quelle di Farinelli, Dematteis e Cosgrove, vengono integrate in un discorso che si mantiene ancorato e lucido rispetto alle attuali problematiche territoriali, dai conflitti sul consumo di suolo alle retoriche della “transizione verde”. Alle autrici va riconosciuto un merito particolare, ovvero quello di aver aggiunto alla critica una matrice di natura costruttiva che può farsi metodo di analisi anche di altri ambiti territoriali, non solo MAB. Ne scaturisce una geografia che non descrive ma connette, una scienza dei legami, una disciplina pubblica e capace di incidere nel dibattito sulle politiche ambientali e culturali. Questo libro può dunque offrirsi come mappa per contribuire alla comprensione del mondo, ricomponendo la frammentazione dei saperi e abitando le contraddizioni come atto scientifico e civile. Si rivolge a coloro che, in forme e ruoli diversi, si occupano dei temi del patrimonio, della sua costruzione formale e informale, della sua conservazione.
Stefania Cerutti
Maria Kaika, Luca Ruggiero, Class meets land. The Embodied History of Land Financialization, University of California Press, 2025, 202 pp.
Class meets land è l’esito di un lavoro di ricerca che Maria Kaika e Luca Ruggiero portano avanti da più di un decennio. Il volume, pubblicato dalla University of California Press nel 2025, è l’esito di un’analisi articolata e profonda del rapporto capitale-lavoro in Italia nel Novecento, guardando al ruolo giocato dallo spazio. È una storia con tanti protagonisti: i Pirelli, innanzitutto, la storica azienda italiana conosciuta soprattutto per la produzione di pneumatici; il Nord-Est di Milano e gli spazi contesi di Bicocca; la classe operaia e i suoi conflitti; l’attore pubblico e le sue ambizioni competitive. Ne emerge un racconto polifonico sul processo storicizzato e vissuto della finanziarizzazione dello spazio – processo che Kaika e Ruggiero lasciano affiorare gradualmente nel corso del volume. La traiettoria creata dall’autrice e dall’autore sembra voler rispondere a domande come: cosa accade allo studio del capitalismo finanziario quando lo spogliamo dell’aria “immateriale” a cui sembra indissolubilmente legato? Quali analisi diventano possibili quando la finanziarizzazione viene espulsa dall’immaginario freddo e anestetizzato che la caratterizza per tornare a vivere nei processi materiali e umani, “a terra”? Class meets land sceglie di muoversi in questa direzione e la storia della finanziarizzazione torna a essere connessa con la storia del lavoro, dei lavoratori e dei conflitti con il capitale.
Il volume è fortemente basato sull’analisi documentale a partire dalla consultazione di documenti d’archivio e di stampa, così come del materiale prodotto da lavoratori, sindacati, autorità locali e dall’azienda. Tuttavia, appare cruciale la scelta di far ricorso a periodi di ricerca sul campo e all’utilizzo di interviste e storie di vita. Attraverso tale varietà di materiali, Kaika e Ruggiero ci accompagnano dalla fondazione della Pirelli nel 1872 fino al 2020, ripercorrendo più di un secolo di storia del rapporto capitale-lavoro e del ruolo sociale e materiale giocato dallo spazio. Il volume avanza cronologicamente in quattro sezioni: City of industry (1880-1939), City of workers (1939-primi anni Settanta), City of Technology (primi anni Settanta-primi anni Novanta), City of Finance (primi anni Novanta-2020), concludendosi con una sezione Epilogue.
Nella prima parte, City of Industry, Kaika e Ruggiero affrontano la questione dell’industrializzazione del Nord-Est milanese a partire dalla fondazione della Pirelli nel 1872. Sin dal principio il focus è sia sullo spazio produttivo della fabbrica sia sullo spazio riproduttivo che la attornia (asili, scuole, servizi), entrambi terreni di sperimentazione in cui industrializzazione e disciplinamento mostrano la loro connessione funzionale alla creazione antropologica dell’operaio (p. 38). Si delinea un dispositivo di governo territoriale legato alle politiche del paternalismo industriale che, dal punto di vista di Pirelli, è alleato imprescindibile per costruire la “lealtà” operaia verso l’azienda. Tuttavia, attraverso la prospettiva storica e l’analisi di lungo periodo, Kaika e Ruggiero mostrano come il senso di appartenenza allo spazio crei lealtà operaie molteplici e gerarchizzate (p. 46), tra le quali primeggia la lealtà verso la classe sociale d’appartenenza. Che la complicità di classe avesse la meglio sulla lealtà all’azienda diventa chiaro già nei primi decenni del Novecento, quando gli spazi abitativi divengono il fulcro delle mobilitazioni operaie del Biennio Rosso. Tra il 1922 e il 1939, lo spazio assume una funzione ancora più esplicitamente politica con l’affermarsi del Corporativismo fascista e l’iniziativa dell’azienda di creare il nucleo abitativo Borgo Pirelli. La crescente omogeneità di classe e il senso di appartenenza alimentati dal condividere spazi abitativi rompono con l’idea dello spazio “pacificato” (p. 61). La lealtà operaia non si orienta, dunque, verso il capitale, ma verso le relazioni socio-spaziali che strutturano lavoro, riproduzione e comunità. Da qui nasce un immaginario di appartenenza collettiva, che si traduce in rivendicazioni spaziali sempre più concrete e che diventa cruciale per l’organizzazione delle lotte dei decenni seguenti al centro della sezione successiva.
In City of workers si raccontano e analizzano gli avvenimenti tra il 1939 e i primi anni Settanta a forte protagonismo operaio. In questa fase Bicocca diviene il fulcro della resistenza antifascista e ancora una volta Kaika e Ruggiero chiariscono come gli spazi di socialità operaia siano fondamentali per la circolazione delle idee antifasciste e per l’organizzazione materiale della resistenza (p. 68). Tra il 1939 e il 1945, le fabbriche divengono spazi sociali e politici appropriati materialmente e simbolicamente dai lavoratori trasformandosi in una roccaforte antifascista. In coincidenza con la temporanea assenza dei Pirelli, gli operai si appropriano dei mezzi di produzione autogestendo la fabbrica, sostenuti dall’immaginario radicale costruito precedentemente. Con il ritorno dei Pirelli e l’avvio di un periodo di Restaurazione del potere (p. 72), un nuovo ciclo di lotte prende piede, ed è di nuovo la produzione sociale e politica dello spazio a essere al centro del processo. Pirelli fonda due istituzioni culturali e costruisce il Pirellone, promuovendosi su scala cittadina come motore della ripresa economica post-bellica. L’autrice e l’autore mostrano come attraverso precise scelte basate sulla produzione sociale dello spazio l’azienda si collochi a pieno titolo dentro il “miracolo economico” italiano, avviando una fase di ristrutturazione tecnologica e meccanizzazione del lavoro. Sono gli anni dell’“operaio massa”, del sindacalismo di base e dell’Operaismo: le fabbriche di Bicocca tornano a essere un epicentro di lotte operaie, in dialogo con i movimenti (p. 86): scioperi selvaggi, sabotaggi e appropriazioni simboliche trasformano l’area nella cosiddetta “Stalingrado d’Italia”. Tuttavia, nel contesto degli Anni di Piombo, la criminalizzazione della militanza operaia indebolisce il movimento e prepara il terreno per successive forme di ristrutturazione capitalistica sotto le parole d’ordine di “tecnologia” e “finanziarizzazione”.
È così che in City of Technology la narrazione approda a una delle fasi cruciali di trasformazione del capitalismo industriale e del ruolo dello spazio. Dai primi anni Settanta fino ai primi anni Novanta si assiste a un insieme di processi interdipendenti: deindustrializzazione, ristrutturazione dei rapporti di classe, smantellamento della forza sociale della classe operaia e ristrutturazione spaziale. Per analizzare questo contesto Kaika e Ruggiero scelgono il termine land revanchism (p. 107) ponendo l’accento sulla riconquista materiale dello spazio. Nel contesto di crisi produttiva e turbolenza socioeconomica degli anni Settanta, i tentativi del capitale di recuperare profitti tramite tagli salariali e licenziamenti incontrano la resistenza operaia, rafforzata dalla lunga storia di lotte e dal forte legame con gli spazi – produttivi e riproduttivi – di Bicocca. Il capitale organizza una nuova strategia ancora una volta focalizzata sullo spazio: la chiusura degli impianti e la dispersione della produzione. Lo spazio industriale è in via di rifunzionalizzazione e il futuro, secondo Pirelli, punta nella direzione della Technocity (p. 111), soluzione al doppio problema del ritardo tecnologico e della conflittualità operaia. Si tratta, però, di una transizione impossibile senza la complicità istituzionale. Come ben messo in evidenza, sia nel rapporto capitale-lavoro che nel processo di finanziarizzazione dello spazio, lo Stato gioca un ruolo centrale. Lungi dall’essere un attore invisibile, l’attore pubblico vede nell’alleanza con Pirelli la possibilità di alimentare il rilancio competitivo di Milano, acutizzando la competizione sullo spazio. Negli anni ’80 viene collocato il “momento Eureka” (p. 118), punto di non-ritorno nel rapporto tra capitale e spazio. In questa fase, infatti, gli spazi industriali vengono riscoperti come asset finanziari, assecondando logiche di natura speculativa. Quello che era lo spazio “morto” e “improduttivo” del capitalismo industriale diventa una risorsa da utilizzare – materialmente e simbolicamente – seguendo la logica del capitalismo finanziarizzato, traghettandoci verso il presente, ovvero l’ultima sezione in ordine cronologico (1990-2020), City of Finance. Quest’ultima parte si concentra sul processo di finanziarizzazione dello spazio proponendo – in linea con l’impostazione complessiva del volume – una lettura del fenomeno come storicamente situato, vissuto e spazialmente prodotto, radicato in conflitti di classe locali. L’enfasi è proprio sulla dimensione locale: in controtendenza rispetto agli studi che prediligono una lettura prevalentemente globale della finanziarizzazione come processo, Kaika e Ruggiero mettono in luce che il valore fondiario è prima di tutto prodotto localmente, anche grazie all’alleanza tra capitale e Stato. Negli anni ’90, in un contesto di una crescente competizione globale, è proprio il fallimento industriale a rappresentare il motore della svolta. Lo spazio che prima era vincolato alla produzione è adesso uno spazio “liberato”: liberato sia dalle funzioni industriali che dalla conflittualità operaia (p. 152). È dunque pronto per divenire soggetto di nuove forme di accumulazione rese possibili dalle scelte politiche delle amministrazioni. Con l’impresa della Technocity e la nascita di Pirelli Real Estate, gli ex spazi industriali di Bicocca vengono definitivamente convertiti in asset finanziari e promossi attraverso narrative urbane basate sulle “nuove funzioni” della città postindustriale competitiva. Lo Stato e le autorità locali rendono possibile e redditizia questa transizione, mentre il lavoro, gli operai e la storia conflittuale di Bicocca vengono cancellati dal quadro. L’esito è quello che gli autori definiscono come “urbanità decaffeinata” (p. 155): uno spazio ripulito dalla memoria del conflitto e spesso attraversato come una no-man’s-land. In conclusione, la prospettiva storica offerta da Class meets land sceglie di osservare lo spazio “da vicino”, restituendone la densità materiale e politica. È proprio questa angolazione che permette a Kaika e Ruggiero di mettere in discussione alcune letture consolidate. Tra queste, il volume mostra come la produzione di spazi riproduttivi legati al paternalismo industriale non abbia come unica conseguenza la “corruzione” della classe operaia: al contrario, tali spazi hanno contribuito in modo decisivo alla formazione di una coscienza di classe radicata territorialmente e capace di tradursi in conflitto. In secondo luogo, la storia di Pirelli e di Bicocca smentisce l’idea della finanziarizzazione come processo astratto e guidato da attori invisibili: essa emerge piuttosto come il risultato di pratiche situate, portate avanti da una molteplicità di attori – con lo Stato in posizione centrale – attraverso scelte politiche precise. Infine, il volume chiarisce come la cancellazione materiale e simbolica della storia operaia e delle lotte contro il capitale non sia stata un effetto collaterale, ma una condizione necessaria per la trasformazione dello spazio in un asset finanziario redditizio. Servirsi di questa prospettiva critica e situata significa, dunque, compiere un’operazione concettuale propriamente geografica mettendo lo spazio al centro dell’analisi, rifiutandosi di considerarlo un contenitore inerte e riconoscendolo come un dispositivo attivo nella ristrutturazione dei rapporti di classe e nelle traiettorie del capitalismo contemporaneo.
Erika Garozzo
Massimo Montanari, Geografia del gusto. Un viaggio in Italia tra i paesaggi del cibo, Milano, Touring Club Italiano (Coll. “Agorà”), 2025, 96 pp.
La collana editoriale “Agorà” del TCI ospita, dopo l’avvincente Il paesaggio che ci riguarda di Franco Farinelli, questo piccolo volume di Massimo Montanari, professore emerito dello Studium bolognese, grande esperto e docente di “Storia e cultura dell’alimentazione” e anche scrittore accattivante, tale da rendere piacevole la lettura. La stessa presentazione formale dei piccoli volumi in “Agorà-TCI”, in-16°, di sobria eleganza editoriale, quest’ultima spesso storica “matrice” del Touring, induce alla lettura ma pure a conservare il libro stesso, quasi come vademecum. Il TCI da lungo tempo sostiene e pratica la Geografia, e peraltro negli anni scorrenti diversi geografi professionisti hanno firmato non solo volumi e parziali inserimenti scrittòri, ad esempio introduzioni alle famose “Guide rosse” e alle più recenti “Guide verdi”, ma pure collaborazioni editoriali come ideazione e curatela di pubblicazioni di alta divulgazione anche “geografica”.
Montanari già nel 2015 aveva curato per il Touring Paesaggi del cibo. Luoghi e prodotti della nostra terra, volume offerto ai soci (oggi detti “iscritti” per l’avvenuta mutazione giuridica del TCI) come dono annuale. In quella occasione Montanari avvertiva il lettore: “Il paesaggio di cui si parla in queste pagine non è uno spazio da contemplare. Questo volume vuole essere una guida alla comprensione della storia dietro la geografia, o, se vogliamo, della geografia dietro la storia” (9). Nel gustoso volumetto del 2025 (“gustoso” come i cibi/luoghi su cui l’autore si sofferma) Montanari precisa a p.8: “Il meccanismo è interattivo e in tale prospettiva la parola territorio assume una densità di significato che va oltre la geografia “naturale”, allargandosi a comprendere le azioni degli uomini che si impegnano a disegnare l’ambiente, così da renderlo compatibile con i loro progetti”. Nel capitoletto Dalla geografia del gusto al gusto della geografia, (59-64), Montanari spiega come intenda “valorizzare la diversità, la percezione del territorio come elemento qualificante del sistema gastronomico”. Insomma, una “geografia” localizzativa, intesa come indicazione dei luoghi di origine e diffusione dei cibi e degli elementi fondanti di essi. Certo, Montanari precisa che “Il paesaggio insomma non è semplice geografia fisica, ma geografia ridisegnata dalla storia […] Ciò che chiamiamo ‘natura’ e ciò che chiamiamo ‘cultura’ camminano insieme” (9), ossia più o meno quanto da tanti decenni i geografi italiani cercano di spiegare e perseguire, per poi constatare che gli sforzi paiono sortire pochi risultati, laddove “geografia” sèguita a significare solo “localizzazione” oppure “ambiente fisico-naturale”, sempre ammesso che in un Paese altamente antropizzato come l’Italia la “natura naturale” sia sinceramente reperibile.
D’altronde Montanari scrisse nel 2003 una dotta e godibile presentazione alla ristampa anastatica della Guida gastronomica d’Italia edita dal TCI nel 1931. Quest’ultima a me pare un’opera basilare, importante, e nemmeno appesantita dall’essere apparsa in piena era fascista.
Non può mancare in questa disamina riassuntiva una notazione cartografica. Infatti, il Nostro ci informa che “Sembra un paradosso, ma la ‘geografia del gusto’-oggi riattivata da un ormai assestato e diffuso ‘gusto della geografia’ è sorprendentemente priva di proiezioni cartografiche. Nessuna delle tre guide del Touring (1931, 1969, 1984) le prevede” (84). A mio avviso le “guide” simili sono almeno 4 ma forse un’altra pubblicazione del TCI, del 2009, con introduzione dello stesso Montanari (Il grande mosaico della cucina italiana) non viene considerata una “guida”, e peraltro essa parrebbe, ad una lettura calma, un pochino sottilmente “nordista”, col porre in rilievo cibi e preparazioni di non grande diffusione territoriale e non larga fama, mentre altre presenze, ad esempio “napoletane” di grande universale tradizione, compaiono, così parrebbe, solo perché non se ne poteva fare a meno; la presenza di Luca Zaia, importante esponente della Lega, all’epoca Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali, non avrà certo influenzato i facitori del volume, peraltro ben illustrato e formalmente elegante, come nella tradizione Touring. Infatti, il ministro Zaia, il cui dicastero patrocinò il volume, in fondo alla sua introduzione, afferma che “Questo libro conferma, ancora una volta, che l’unicità dell’Italia è data proprio dalla molteplicità dei territori, delle identità e delle tradizioni agroalimentari di cui è fatta”. Una verità palese, meglio non si potrebbe dire. Eppure, un certo sottile, sfumato “ossequio nordista” si avverte. Valga per tutto lo spazio, minimo, dedicato alla Pizza napoletana verace, prodotto celebre nel mondo intero, spazio pari ad altre specialità locali, certo più o meno note e interessanti, ma non a quel livello universale. Sia nel monumentale Atlante tematico d’Italia TCI-CNR, anni Ottanta-Novanta del Novecento, sia in altri atlanti tematici TCI più annosi (ad esempio del 1940), non compaiono cartografie completamente dedicate ai prodotti alimentari e comunque alla gastronomia da essi derivata, ma figurazioni che sfiorano il tema, in modo parziale. Ma l’Italia non nasce nel fatidico 1861, proclamazione del Regno. E nemmeno la cartografia tematica di grande impatto.
Nel 1856 il grande cartografo e geografo Benedetto Marzolla, al tempo membro del Reale Officio Topografico di Napoli e consulente del Real Ministero di Stato dell’Interno delle Due Sicilie, esegue e litografa una bellissima Carta dei Prodotti Alimentari delle Provincie Continentali del Regno delle Due Sicilie, in scala al milionesimo. Invitiamo ad osservarla il Prof. Montanari, i cui scritti deliziosi apprezziamo da tempo. Più volte codesta carta è stata riprodotta, da me e da altri studiosi, ad esempio su” L’Universo”, periodico dell’Istituto Geografico Militare, gennaio-febbraio 2007. Seppur dedicata a meno di un terzo del territorio italiano, la Carta dei Prodotti Alimentari di Marzolla potrebbe porsi a confronto, con leggerezza e nessuna pretesa “scientifica”, con la Carta delle principali specialità gastronomiche delle regioni italiane eseguita nel 1931 dal pittore Umberto Zimelli per conto dell’Ente Nazionale per il turismo, ENIT.
Alcuni appunti veniali potremmo fare, senza sminuire la piacevolezza e la “popolare raffinatezza” (un voluto ossimoro) del volumetto. Per esempio, sull’affermazione che principia il capitoletto Un’altra Italia? (41): “Se nel centro-nord della penisola lo sviluppo delle autonomie cittadine produsse un fenomeno di “occultamento” della campagna e dei centri minori, nel Meridione d’Italia si verificò un fenomeno uguale e contrario: qui, la precoce affermazione di un Regno relativamente centralizzato finì per concentrare gran parte delle funzioni politico-amministrative nella capitale, Napoli, riducendo gli spazi d’azione delle altre città”. Il richiamo è palesemente riferito ai “liberi comuni” di una non ben delimitata “Italia del Nord”, con accettazione silente del luogo comune scolastico (ci perdoni il Prof. Montanari, dei cui scritti siamo ammiratori, come già detto) di una presunta “superiorità” del Libero comune al Nord rispetto all’”uniforme” Regno del Sud. Si finge di dimenticare che, dopo i Comuni, ci furono le Signorie e l’estensione territoriale delle Repubbliche marinare (soprattutto Venezia ma anche Genova) e che esisteva un Regno di Sicilia, diverso araldicamente e concretamente dal Mezzogiorno continentale. Comunque, già in epoca preunitaria, cibi e produzioni regionali e sub-regionali nel Regno di Napoli erano ben note apprezzate, e citate. Ma all’Unità d’Italia e per un periodo abbastanza lungo, scritti, trattati, testimonianze e altro dell’antico Regno furono di fatto obliate, censurate, poco considerate e solo in anni vicini di nuovo apprezzate. Prodotti spesso identificati con il toponimo più famoso, ma comunque provinciale, non con la capitale Napoli. I latticini di Sorrento, le alici di Cetara (costa amalfitana), i pregiati oli d’oliva del Cilento e della Terra di Bari, le nocciole di Avella, i torroni dell’Irpinia e del Sannio, il tonno delle tonnare di Calabria, la pasta alimentare di Gragnano, le castagne del Roccamonfina e dell’Irpinia, le mozzarelle di bufala di Aversa e di Battipaglia erano prodotti arcinoti e ovviamente consumati in larga misura a Napoli e nei centri limitrofi già allora conurbati. Occorre inoltre ricordare che Napoli era di gran lunga la più popolosa città d’Italia.
L’autore conclude con un auspicio: “Cartografare la cultura è possibile? Ecco una bella sfida per il futuro” (88). O forse, chiosiamo noi, sarebbe una sfida per il passato? Infatti, molti geografi italiani l’hanno fatto in passato e talora in piccola misura lo fanno adesso. Forse gli italiani ci hanno prestato mente con sufficienza e poca attenzione, poiché è noto come l’Italia sia di certo un Paese meraviglioso ma un po’ a-geografico. La “colpa” va divisa a metà tra gli stessi geografi italiani e il luogo comune difficile da sradicare su una geografia solo localizzativa o al più naturalistica ed enumerativa, buona per studenti elementari o medi un po’ distratti, guidati da maestri bravissimi, di grande dedizione, ma forse un po’ carenti in approfondimenti geografico-antropici. Nonostante l’insegnamento del grande cartografo-geografo Benedetto Marzolla, defunto nel 1858, due anni prima dell’ingresso di Garibaldi in Napoli.
Elio Manzi
Edoardo Boria, L’analisi geopolitica. Metodi e tecniche, Roma, Carocci, 2026, 306 pp.
Finalmente un manuale che non si nasconde dietro nessuna siepe di distinguo e di pletoriche puntualizzazioni, ma rivendica la propria responsabilità sistematizzatrice non solo sotto il profilo epistemologico, ma altresì sotto quello didattico. Nella consapevolezza ferma e rincuorante di non poter essere “come tu mi vuoi”, e quindi buono per tutti e accettabile da chiunque, ma limitandosi a rappresentare al meglio le conoscenze e gli stili pedagogici dell’autore (che abbiamo avuto modo di apprezzare già in un’opera precedente, Geopolitica, dal pensiero all’azione): e ciò, in una prospettiva critica e inclusiva, certamente, ma anche filtrante e selettiva.
Il volume di Edoardo Boria si presenta come un testo insieme introduttivo e avanzato: introduttivo perché mira a fornire strumenti operativi per orientarsi nel campo della geopolitica contemporanea; avanzato perché lo fa evitando sia la banalizzazione giornalistica sia l’eccesso di astrazione teorica. Il libro si organizza secondo una progressione molto controllata: dapprima vengono chiariti gli oggetti della geopolitica, quindi i metodi di analisi, successivamente gli strumenti interpretativi e infine le tecniche applicative, con un’attenzione costante alla dimensione rappresentativa del potere territoriale. Questa struttura produce un effetto importante: il lettore non riceve semplicemente informazioni sulla geopolitica, ma viene gradualmente educato a “pensare geopoliticamente”.
Uno degli aspetti più riusciti del volume riguarda proprio l’equilibrio tra riflessione teorica e dispositivi operativi. Boria insiste sul fatto che la geopolitica non coincida con la cronaca internazionale né con una generica scienza delle relazioni di potenza, ma costituisca piuttosto un modo specifico di costruire e interpretare il rapporto tra spazio, potere e rappresentazione. In questo senso, il testo valorizza alcuni concetti fondamentali: il ruolo delle narrative territoriali; la funzione delle immagini cartografiche nella costruzione del consenso; il rapporto tra identità collettive e territorializzazione simbolica; la dimensione performativa della rappresentazione geopolitica. Ne deriva una metodologia che se è saldamente incentrata sulla “chiave spaziale”, convoca nondimeno quadri ispirativi provenienti dalle scienze politiche lato sensu, ma anche dalla semiologia e dalla critica del discorso.
Particolarmente interessanti risultano gli schemi operativi proposti dall’A. Le mappe non vengono trattate come semplici supporti illustrativi, ma come veri e propri attori epistemici: strumenti che orientano lo sguardo, selezionano priorità, producono gerarchie e naturalizzano rapporti di forza. Qui emerge con chiarezza una delle grandi linee di ricerca di Boria: la riflessione sulla cartografia critica e sulla funzione politica delle rappresentazioni spaziali. Ma il libro non si limita all’analisi cartografica. Esso mostra come la geopolitica contemporanea operi attraverso un intreccio di testualità, visualità e retoriche territoriali, entro il quale il discorso politico costruisce continuamente immagini del mondo. Da questo punto di vista, il volume si colloca coerentemente nel percorso scientifico dell’autore, che da anni lavora sul rapporto tra geografia politica, linguaggi della rappresentazione e costruzione simbolica dello spazio.
Nel panorama italiano, vogliamo insistere, il libro occupa una posizione peculiare anche per la sua natura didattica. Molti testi geopolitici, in Italia e fuori, oscillano infatti tra il manuale divulgativo e il saggio specialistico; Boria tenta invece una mediazione assai più difficile: costruire un dispositivo pedagogico capace di mantenere rigore teorico senza rinunciare alla leggibilità. Il risultato è un testo che può essere utilizzato efficacemente tanto nella formazione universitaria quanto nella riflessione specialistica. In questo senso, L’analisi geopolitica rappresenta anche una sintesi matura del duplice profilo dell’A.: ricercatore attento ai fondamenti epistemologici della disciplina e docente impegnato nella trasmissione metodica degli strumenti analitici.
Nella costruzione di uno sfondo performativo tra ricerca e didattica, piuttosto che lo scandaglio teorico concettuale (che comunque non manca, come mostra ad esempio il Cap. 5) l’A. privilegia la sistematizzazione dell’acquisito, frutto in buona misura delle elaborazioni dello stesso Boria. La sistematizzazione, qui, non è un’operazione di tipo compilativo, ma riposa su uno sforzo volto a formare una figura professionale oggi ancora in larga misura allo stato brado: quella dell’analista geopolitico. “Con metodo”, come è detto programmaticamente fin dal Cap. 1). E uno degli aspetti metodologicamente più apprezzabili è che “il metodo” non è concentrato sulla prima parte, quella teorica, ma si ritrova distribuito in tutto il volume, compresa dunque la parte seconda, detta nel testo “pratica” e, sotto altre forme, nell’ultima parte, indicata come “applicata”.
Coerentemente con le premesse, non indicherò certo, tra le criticità, quel che il volume non dice o non fa. Mi limito a segnalare dunque, due tipi di faglie in movimento. La prima ha a che fare con una dialettica a mio parere irrisolta dell’A. tra “spazio” e “territorio”, concetto al quale vengono dedicate un paio di paginette fin troppo “leggere” (pag. 149-151); ed ha a che fare altresì con qualche deriva del linguaggio, inusuale in un A. di sorvegliata scrittura come Boria: si veda ad esempio il Cap. 7, intitolato al “Paesaggio” e di fatto dedicato all’”Ambiente”, sia pur nelle plurime versioni evocate.
La seconda faglia in movimento concerne alcune aperture che il volume lascia intravedere, e che stanno parecchio a cuore ad alcuni studiosi di Geografia Politica e di Geopolitica, tra i quali mi situo. Esse hanno a che fare con la medialità territoriale e quindi con la crescente centralità dei media digitali, delle piattaforme e delle ecologie algoritmiche nella produzione geopolitica contemporanea. Tutto ciò per sottolineare come il libro abbia il merito poco consueto di non chiudere il discorso geopolitico dentro formule definitive, ma di rilanciarlo verso nuove domande. Ed è probabilmente questa una delle sue qualità più importanti. Ma il lettore apprezzerà le non poche prodezze sinottiche (Tab. 7.2 ad esempio, oppure Fig. 9.1), destinate a guidare lo studente lungo le rapide petrose dell’incessante e mai placato fiume geopolitico. In chiusura, la già accennata parte “applicata” nella quale un manipolo di collaboratori dell’A. guida il lettore nell’analisi di 11 casi di studio, ognuno dei quali, sforzo non indifferente, è visualizzato cartograficamente.
Quest’opera si candida ad essere una referenza nella Geografia Politica. Più che offrire un repertorio di strumenti, essa contribuisce a definire uno standard metodologico per chi intenda praticare l’analisi geopolitica con rigore disciplinare e consapevolezza critica.
Angelo Turco
Francesco Chiodelli, Città in guerra. Appunti di geopolitica urbana, Bollati Boringhieri, Torino, 2026, 144 pp.
In questo rigoroso e appassionato saggio edito da Bollati Boringhieri, Francesco Chiodelli sceglie di mettere sotto i riflettori della geografia politica urbana il rapporto “quasi consustanziale” (p. 19) che intercorre tra il funzionamento e le forme delle cosiddette città postmoderne, da una parte, e le logiche, le tecnologie, gli immaginari e le pratiche di guerra, dall’altra. Attraverso esempi concreti e una ricostruzione storica accurata, l’autore ambisce difatti a dimostrare che il campo di battaglia decisivo del nostro tempo sono ormai gli spazi urbani: realtà complesse, dinamiche e interconnesse, all’interno delle quali, oltre ad una mole crescente di persone, circolano, si addensano e si scontrano i capitali, le merci, le tecnologie, ma anche gli ideali, le culture, i credi e le convinzioni che nel loro insieme regolano la nostra contemporaneità globalizzata.
È d’altro canto sotto gli occhi di tutti che, da qualche decennio a questa parte, la guerra si è sostanzialmente urbanizzata. In altre parole, si è preparata, si è combattuta e si è decisa sempre più spesso dentro le città. Chiodelli riconduce l’origine di questo trend, in un senso strettamente geopolitico, al big bang della prima bomba atomica, un’arma per l’appunto “eminentemente urbana” (p. 16), la cui cinica razionalità distruttiva – pensata specificatamente per incutere terrore e devastazione in zone densamente popolate e in cui vi è un’elevata concentrazione di edifici e funzioni chiave – innescò nel secondo dopoguerra un cambiamento profondo nell’arte e nella geografia della guerra.
La prima, doppia ed ultima deflagrazione di un ordigno nucleare in uno scenario bellico ha infatti rivoluzionato, più di ogni altra invenzione nella storia, i rischi annessi alla guerra, ma ha anche posto le basi per l’emersione di un nuovo modello di gestione delle relazioni conflittuali – fondato sulla deterrenza prima che sulla violenza – e di un nuovo regime di governo biopolitico.
Dalla fine del secondo conflitto mondiale, infatti, “per le principali potenze del pianeta, il piano ordinario del conflitto si sposta – con alcune significative eccezioni – dall’uso materiale della violenza a una zona grigia, sospesa tra pace e guerra, in cui conta soprattutto la possibilità di annichilire il nemico” (p. 45). Un nemico che tuttavia negli anni inizia a perdere quei tratti che in passato si erano resi fondamentali per la delimitazione spaziale e temporale della guerra: la riconoscibilità, la territorialità e la finalità d’azione.
Questi aspetti – che poi sono alla base del processo di urbanizzazione della guerra che indaga Chiodelli – sono venuti prepotentemente fuori nel corso degli anni Novanta con l’ascesa del terrorismo jihadista da una parte, e del paradigma della sorveglianza dall’altra, fenomeni tra loro correlati che hanno fatto sì che per gli Stati-nazione venisse progressivamente meno la necessità di sostenere grandi eserciti o la rincorsa alle armi di distruzione di massa; ma che ha accresciuto di converso il loro bisogno di investire nello sviluppo di nuovi sistemi d’arma in grado di scovare, identificare, tracciare e anticipare le minacce sempre più sfuggenti e de-spazializzate che proprio nel tessuto urbano delle città sono venute man mano strutturandosi.
In questo nuovo quadro geopolitico – la cui evoluzione è anche alla radice del rinnovamento cui è andata incontro la stessa disciplina negli anni Novanta – l’innovazione tecnologica trainata dal settore bellico si è dunque rivelata funzionale all’urbanizzazione della guerra. Un fenomeno che Chiodelli ci ricorda essersi mosso di pari passo con il processo di urbanizzazione tout court che dal secondo dopoguerra in poi ha investito l’intero pianeta e che, come ben sappiamo, nel corso dei primi anni duemila ha determinato – per la prima volta nella storia umana – il sorpasso del numero totale degli abitanti delle città su quello delle campagne. Due processi che combinatamente hanno avuto un impatto profondissimo sulla trasformazione dei paesaggi urbani in chiave securitaria, le modalità di gestione della vita associata e soprattutto l’emersione di nuovi centri di potere. Relativamente a quest’ultimo punto, è evidente infatti che lo Stato-nazione è andato incontro a un graduale disfacimento, e il suo peso specifico, almeno per quanto riguarda le questioni macroeconomiche, è stato significativamente ridimensionato dalla moltiplicazione e dalla diversificazione degli attori entrati in gioco con la globalizzazione: “imprese private, organismi internazionali, organizzazioni non governative, movimenti sociali, strutture terroristiche, gruppi lobbistici e anche singoli individui oggi partecipano alla grande partita della geopolitica, spesso sedendosi allo stesso tavolo di ministri e capi di governo” (p.24).
Secondo l’autore, tutti insieme, questi cambiamenti fin qui evidenziati hanno in definitiva segnato l’evoluzione della società contemporanea e con essa la progressiva militarizzazione degli spazi urbani. Dove per militarizzazione, ci dice Chiodelli, dobbiamo intendere “il processo di territorializzazione (ossia di manifestazione in forme pratiche e spaziali) di un eterogeneo insieme di idee che supportano valori e logiche militari anche in relazione ad ambiti squisitamente civili” (p. 123).
Piazze, stazioni, arterie di traffico, zone pedonali, musei e aeroporti sono diventati così oggetto di attenzioni crescenti da parte delle istituzioni, venendo sempre più spesso percepiti come luoghi insicuri, vulnerabili e dunque da proteggere. Non solo attraverso l’intervento delle forze tipicamente addette alla gestione dell’ordine pubblico, ma anche attraverso il dispiegamento di mezzi e personale militare, l’introduzione di stringenti misure di sicurezza e l’istallazione di pervasivi dispositivi di sorveglianza che, tuttavia, rischiano nel loro insieme di accrescere l’insicurezza sociale e determinare la trivializzazione di uno stato d’emergenza permanente.
È per tale ragione che alcuni studiosi ritengono legittimo affermare che anche nei sistemi più liberali c’è un concreto rischio di andare incontro a una deriva securitaria, la quale oggi trae forza e consenso proprio dalla percezione generalizzata che abbiamo di vivere in un presente carico di pericoli e minacce esistenziali; in un presente in cui, pertanto, da un momento all’altro un attacco terroristico, una pandemia o una crisi potrebbero irrompere sulla scena e sconvolgere la nostra vita. Il punto tuttavia è che, come sosteneva Zygmunt Bauman, in un mondo costellato di tali paure è facile che la sicurezza diventi l’unico faro dell’azione pubblica, in nome della quale, beninteso, anche azioni lesive dello Stato di diritto diventano legittime e giustificabili.
È esattamente quest’atmosfera di tensione e preoccupazione permanente che del resto nel corso degli ultimi decenni ha favorito in Europa come negli Stati Uniti l’introduzione e la successiva regolarizzazione di misure securitarie di primo acchito eccezionali. In Italia si pensi banalmente alle pratiche di fortificazione dello spazio pubblico legate alla cosiddetta architettura difensiva (Security by Design), oppure come dall’approvazione del decreto-legge 92/2008 – che stabilì l’utilizzo di militari in relazione a “fenomeni di illegalità diffusa collegati all’immigrazione illegale e alla criminalità organizzata” – soldati in tuta mimetica e armati di tutto punto siano diventati una presenza fissa in stazioni e aeroporti, palazzi istituzionali e musei; o ancora, come le telecamere di videosorveglianza, intelligenti o meno, abbiano progressivamente conquistato spazio all’interno delle nostre città.
Negli Stati Uniti – i quali senza dubbio hanno fatto da apripista alla normalizzazione di certe pratiche securitarie – questo processo era iniziato ad emergere nel 2001 quando il fronte interno della guerra al terrorismo prese la forma del Patriot Act, una legge varata in risposta agli attentati alle Torri Gemelle e al Pentagono, che ha ampliato in maniera abnorme i poteri di diverse agenzie statali in materia di sorveglianza, raccolta di informazioni e repressione, e che è passata ben presto dal combattere il terrorismo jihadista a quello domestico, permettendo dunque al governo di sorvegliare individui e gruppi in modo continuativo e indiscriminato.
Dovrebbero fare da monito lo scandalo Datagate, seguito alle rivelazioni di Edward Snowden, ex tecnico della CIA e collaboratore di un’azienda consulente della NSA (National Security Agency) – il quale nel 2013 pubblicò una serie di documenti che mostravano come l’agenzia avesse in campo da anni un programma di sorveglianza di massa che riguardava non solo gli USA ma gran parte del mondo – ma anche il progetto Combat Zones That See lanciato due decenni fa da DARPA, il quale aveva parimenti il fine di sviluppare un sistema capace di identificare, tracciare e sorvegliare in modo permanente praticamente tutto ciò che si muove in una città. Se poi, come ci ricorda Chiodelli, aggiungiamo che dal 2008, sempre negli USA, il dipartimento della difesa finanzia un programma di modellizzazione e simulazione dei comportamenti sociali, diventa più facile rendersi conto che già viviamo in un’epoca in cui l’esercizio democratico, così come la libertà di circolazione, di scelta, di pensiero, di manifestazione vengono apertamente messi in discussione. Il problema, tuttavia, se già questo non bastasse ad inquietarci, è che di recente siamo entrati nell’era dell’intelligenza artificiale, il cui impatto globale non è detto che in futuro sarà meno sconcertante della distopia immaginata da Francesco Chiodelli nell’introduzione di questo libro. Come del resto ha scritto l’autore di Città in guerra, riportando una dichiarazione di Vladimir Putin relativa alla ricerca sull’IA: “chi diventerà il leader in questo settore governerà il mondo” (p. 55).
Damiano Canella